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Deadstring
Brothers Silver
Mountain (Bloodshot
2007)
 
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Ah, ah. Un gruppo che se ne esce con un disco nuovo e nemmeno aggiorna il proprio
sito, inchiodato sul lavoro precedente, Starving
Winter Report (2005), ispira quanto meno simpatia. Poi certo, su MySpace
si preoccupano perlomeno di aggiornare i visitatori sull'attività live, ma è il
minimo. Che non si curino (non troppo) della propria presenza in rete significa
che sono consapevoli di come Silver Mountain non possa spostare
di un millimetro i giudizi sin qui espressi su di loro. Non che la cosa li tormenti:
se il terzo disco di una formazione suona esattamente identico ai due che l'hanno
anticipato, che a loro volta suonavano esattamente identici ai cataloghi di Stones,
Faces e The Band, viene da pensare che il nuovo che avanza non sia in cima alla
lista degli interessi dei suoi membri. Questo rappresenta al tempo stesso un limite
e una risorsa, poiché se non si può negare estrema piacevolezza all'ascolto di
una Ain't No Hidin' Love che ricorda le scorribande
giovanili di Rod Stewart & Co., al boogie anfetaminico di una Queen
Of The Scene inginocchiata di fronte al santino di Janis Joplin (magari
in split-screen con Tina Turner), a certe rock-ballad straccione che sembrano
sbucare da Let It Bleed (If You Want Me To su
tutte) e a una rilettura del Leon Russell di You Look
Like The Devil rispettosa della carta costituzionale della Repubblica
Invisibile, è altrettanto vero che di spunti personali, in Silver Mountain, non
se ne trovano neanche a cercarli con un cornetto acustico. Nel bluesaccio di Slow
Down e nella ballatona gospel-roots The Light
Shines Within (in mezzo si trova l'ottimo country-blues di Rollin'
Blues) fa capolino l'armonica di Mickey Raphael, indimenticato pard di
Willie Nelson ai tempi della rivoluzione outlaw, ma parlare di passaggio di consegne
o convalida artistica sarebbe fuori luogo. Non ho mai subito la fascinazione delle
cover-band, eppure mi diverte sentire i Deadstring Brothers alle prese
con alcuni dei miei brani preferiti: se non recano le firme originali è soltanto
- credo - per questioni di falsa modestia e diritti d'autore. (Gianfranco
Callieri)
www.deadstringbrothers.com
www.bloodshotrecords.com |
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Questo album è un piccolo miracolo, operato da un affermato avvocato di Atlanta
- passato attraverso la musica di generazioni di Songwriters come James Taylor,
Carole King, Don Mc Lean negli anni '70 e più recentemente David Wilcox, Eugene
Ruffolo e Dar Williams - che ha sempre avuto l'abitudine parallelamente al suo
lavoro di scrivere belle canzoni, e da un pugno di amici musicisti che lo hanno
aiutato a metterlo in pratica. Questi amici si chiamano Jeff Jacobs (pianista
dei Foreigner e Billy Joel), Ben Wisch (dietro la consolle per Marc Cohn)
ed Eugene Ruffolo (uno dei più espressivi songwriters della costa Est),
i quali non hanno fatto altro che ricevere le canzoni di Doc, partite da Atlanta
in Jeans e T shirt, come dice lo stesso autore, e rimandarle indietro in completo
di lino, confezionandole e facendole interpretare da un cast stellare di musicisti
fra cui lo stesso Ruffolo, Lucy Kaplansky, Jon Almett, Josie Aiello, Jeff
Jacobs, Cheryl Wilson, reg Ferguson. Il risultato supera ogni aspettativa: la
materia sulla quale poggiano gli arrangiamenti è ottima, Doc Schneider
sa scrivere bene. E' quindi un disco che ripecchia i gusti e le influenze del
suo autore, delicato, intimista, con profumi di James Taylor, che emanano dai
suntuosi arpeggi di chitarra acustica, il pianoforte che rimanda a Carole King
e armonie vocali mai invadenti. Alcune punte di eccellenza rispondono ai nomi
di Marie, Massapequa
e Wherever You Are con Eugene Ruffolo impeccabile
alla voce e chitarra acustica, If
I Can Love Enough, splendido duetto per le voci di Cheryl Wilson
e Jeff Jacobs, The Love That Lasts e
Number One Fan, con la voce di Josie Aiello, un pianoforte e
poco altro, Hint Of Heaven, on Greg Ferguson
alla voce solista e la chiusura di Who Took Our Eyes
Away? in cui l'autore si ritaglia un pregevole cameo interpretandola
con una voce assolutamente da non sottovalutare. Second Chances
è sicuramente uno di quei dischi che vanno assaporati senza fretta: chi ha confidenza
con gli autori poc'anzi nominati non dovrebbe avere dubbi, il consiglio vale per
gli altri,non ve ne pentirete.. (Gabriele Buvoli) www.legalguitarist.com
www.cdbaby.com
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Abbiamo incontrato Erin Sax Seymour in occasione
di uno showcase di presentazione di un suo breve e recente tour italiano con il
rocker nostrano Lorenzo Bertocchini. Lei è una bella e simpatica ragazza newyorkese,
dotata di un' incredibile voce da country-singer, nella migliore tradizione delle
recenti eroine del genere, da Lucinda Williams alle più giovani Neko Case o Brandi
Carlile. Good Girl, un ep di sette brani (tre live e quattro in
studio), è il suo biglietto da visita, un piccolo esordio discografico che basta
e avanza per farci dire che di questa ragazza ne riparleremo sicuramente. Sette
canzoni che la giovane songwriter ha voluto dedicare a tutti quelli che nella
vita rischiano in prima persona e si buttano con convinzione in ciò per cui credono.
Il cd inizia con i tre minuti scarsi della scoppiettante Peace
Tonight, mentre la sofferta ed intensa ballata che dà il titolo alla
raccolta, caratterizzata dai bei violini, la vede già viaggiare ad alti livelli,
sia come autrice che come interprete. Seguono Signs Of
How This Ends e The Great Escape,
che la vedono maneggiare già con grande sicurezza le regole del migliore alt-country,
mentre Substitute rivela tutta la sua passione
per le elettriche ballate soul alla Janis Joplin, della quale la Seymour ha già
registrato la storica Piece Of My Heart per la colonna sonora di un film intitolato
Black Heart Road che uscirà nel 2008. The Gift
è un bel numero molto bluesy, simile agli strascicati swamp-blues della migliore
Bonnie Raitt, mentre la finale What You See In Me
è uno straordinario country alcolico che narra di serate di distruzione e amori
impossibili, scritta dall'amico Dan Rice, e con Erin brava nel calarsi
nella parte di una dirty drunk girl. Sette brani sono ancora troppo pochi per
poter dare una giusta dimensione del suo talento, pertanto teniamoci questo Good
Girl come promemoria in attesa del primo vero album. Certo è che questo assaggio
ci ha già messo un certo appetito… (Nicola Gervasini)
www.erinsaxseymour.com
www.myspace.com/erinsaxseymour |
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Bucky
Halker Wisconsin
2.13.63 vol.1 (Revolting
Records USA/Brambus 2007)   
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Dopo una serie di album a sfondo socio-politico ecco
che il professore Bucky Halker (docente di storia della classe operaia
all'Università dell'Illinois) ci sforna il CD che non ti aspetti e che chiarisce,
una volta per tutte, il valore di questo incanutito 54enne originario del Wisconsin.
Wisconsin 2.13.63 (titolo tratto da una foto raffigurante il cartello
posto al crocevia delle tre strade più importanti dello stato) è un lavoro che
vede Bucky mettere su disco 12 ottime songs scritte nell'arco di un ventennio
e lo fa aiutato da un manipolo di musicisti importanti, tra i migliori sulla piazza
di Chicago, ne cito solo un paio per tutti: il grande violinista jazz Johnny
Frigo e il bassista Tom Piekarksi (John Prine) ma gli altri non sono
di certo inferiori. Il progetto è di quelli molto rischiosi abbracciando canzoni
che passano con assoluta nonchalance dalle atmosfere jazz come nella iniziale
giocosa Birdland Symphony, al jingle jangle,
con chiari riferimenti ai Searchers, in St. Francis
o ai Byrds in Thinkin' Bout That Girl, troviamo
anche il tex mex in Without Saying Goodbye
e gli echi morriconiani in Gun So Small,
il R&B di Fish On A Line, il country traditional
di Squirrel In A Cage, la ballata folk Something
Better Calls, lo straight country in 40 Hours
To A Kiss, il rock di Ugly In That Frown
e le ballatone Constantina e la conclusiva
Winter Is Leaving. Il rischio paventato di
aver concepito un disco poco omogeneo è stato evitato abilmente da Halker e soci
grazie ad arrangiamenti vari e frizzanti che catturano l'attenzione dell'ascoltatore
vestendo i brani di una piacevole diversità che al contrario rende il disco godibile
dalla prima all'ultima canzone. La voce del nostro e le buone canzoni fanno il
resto per un disco onesto e sincero come il nostro professore che, probabilmente,
suona per divertimento, potrebbe essere solo questo il segreto. Aspettiamo con
fiducia il riscontro con il volume 2. (Gianni
Zuretti)
www.buckyhalker.com
www.cdbaby.com |
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Karyn
Oliver Hurricane
(Karyn
Oliver 2007)  
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Basterebbe la descrizione contenuta nella scheda di
Cdbaby per generare qualche leggero sospetto di sopravvalutazione: "Think such
classics as Heart around "Dog and Butterfly", Springsteen's "Born To Run" era
mixed with more modern themes and sounds". Constatato che dell'hard rock melodico
e spavaldo delle prime non c'è quasi traccia e che del secondo convitato di pietra
non è nemmeno il caso di parlarne, viene da chiedersi cosa mai avranno visto in
Karyn Oliver gli inglesi di Maverick, patinato (forse qui la chiave della
soluzione) magazine di impostazione country e Americana che le ha appioppato una
valutazione di quattro stelle e mezza. L'esordio di questa ragazza di Baltimora,
ma cresciuta a Washington DC, soffre infatti di una totale mancanza di personalità,
indotta sia dalla produzione inadeguata che dalla qualità intrinseca delle canzoni,
con alcuni testi invero assai banali. La voce squillante, a tratti energica, si
è forgiata su studi classici, declinando poi verso una formazione più vicina al
folk e al pop moderno. La Oliver ne è talmente convinta da interpretare persino
due episodi a cappella (Morning e Cold
Water's Fire), ma non basta sciorinare le proprie doti vocali per tenere
in piedi la baracca. Con un suono piatto, una batteria schiacciata sullo sfondo,
chitarre poco efficaci (il marito Matt Lehr) e qualche abbellimento dettato
da organo, pianoforte e sax, Hurricane è un prodotto indistinto,
un'infarinatura di pop rock anonimo con qualche accento folk. Sono proprio gli
episodi più acustici (Nothing To Remember,
Hurricane, con l'armonica di Martin Wieringa,
St. Mary's) a conservare un certo equilibrio
formale, che altrove naufraga nel rock'n'roll dalle pile scariche di Flutterby
e I'm Still Here. Di questo passo non andiamo
molto lontani. (Fabio Cerbone)
www.karynoliver.com |
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Kit
Holmes Catch
the Echo (Silent
Pocket 2007)  
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Pregevole chitarrista acustica e in seconda battuta
anche cantautrice, l'inglese Kit Holmes approda al secondo lavoro solista
intervallata nel 2005 dal mini cd It's Over, quattro brani con i quali avevamo
fatto la sua conoscenza. Ancora una volta viene confermato l'ottimo team di musicisti
e produttori che avevano collaborato sin dal suo debutto del 2004, Seeing You,
disco che le valse qualche segnalazione importante sui magazine inglesi: al contrabasso
una piccola leggenda del folk rock inglese come Danny Thompson, quindi
Allan Greenwood alle chitarre e tastiere (nonché produttore), Patrick
Illingworht (già alla corte di Mick Jagger) alla batteria. In occasione del
citato It's Over avevo azzardato una possibile maturazione della Holmes, che lasciava
intravedere, oltre alle doti di strumentista (tocco folk classico e fingerpicking
di buona fattura), anche qualche velleità di autrice. Purtroppo Catch the
Echo si rimangia un po' tutta la scommessa, prendendo la strada di una
soffice ballata a cavallo fra tradizione folk albionica e qualche spunto pop,
ma tralasciando completamente di curare la personalità e la voce. Quest'ultima
è seriamente il punto debole di Kit Holmes: un sussurro che annaspa, trascinandosi
peraltro dietro una serie di versi davvero troppo anonimi per essere presi sul
serio (un disastro quelli di Thinking About You).
La produzione assolutamente inconsistente, rarefatta, non aiuta certo a risollevare
le sorti delle varie Happen Twice, Who
Says, Said and Done, che in fondo
sembrano rigirare sempre la stessa melodia cambiando soltanto qualche dettaglio.
Ad accentuare i difetti del disco si aggiungono infine gli strumentali, che aldilà
di una scontata bravura tecnica, si sciolgono in un generico folk dalle tinte
persino new age, assai poco digeribili. (Fabio
Cerbone)
www.kitholmes.co.uk |
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