Shortcuts #107: Nels Andrews// Don Michael Sampson// Reverend Organdrum// The Peter Gran band

Nels Andrews
Off Track Betting
(Reveal records 2008)


Tre anni fa la rivelazione con Sunday Shoes: Nels Adrews sbuca dal nulla della Middle America, si impone come migliore artista folk al prestigioso festival di Kerrville, si convince che le sue canzoni possono avere qualche chance e trova il tempo di registrarle fra un lavoro e l'altro (artigiano del legno), in mezzo alla polvere del New Mexico. L'accoglienza è ottima, in Europa e Inghilterra soprattutto arrivano buone critiche e conseguenti tour, persino qualche passaggio alla BBC, che in genere non sbaglia mai la puntata vincente. Off Track Betting capitalizza il piccolo seguito di culto nonchè i passaggi per Telluride, Mountain Stage e Falcon Ridge, ovvero il meglio del folk itinerate americano. Qualcosa è cambiato: la matrice rootsy fa ancora da collante, ma i suoni sono più smussati e accativanti: qualche tocco orchestrale leggero, rumori di fondo, attitudine lo-fi e il gioco è fatto. Nels Andrews perde un poco di carica naif e si trasforma in un'altra delle possibili next big thing del circuito Americana: il contratto con l'inglese Reveal, la produzione di Todd Sickafoose (Ani DiFranco, Erin McKeowen) e Bryce Goggin a New York, la band rinnovata con Adam Levy (Norah Jones) alle chitarre, Michael Jorgensen (Wilco) alle tastiere, Ben Perowsky (Joan as Poilicewoman) alla batteria sono segnali precisi. Off Track Betting diventa così un prodotto di adulto folk rock d'atmosfera, fra il mansueto cullare di Fever Dream e Dollar and the Dream, il fingerpicking accorato di Lady of the Silver Spoon, l'accoppiata Shoot Out of The Stars/ Rented White Sedan già pronta ad accalappiare i fan di Ryan Adams, e naturalmente qualche riminiscenza gothic country nella sinistra riedizione di Sunday Shoes. Ricorda da vicino Tim Easton, altro virgulto folk di belle speranze ma un po' incompiuto: Nels Andrews ha la mano giusta per vincere ed un songbook di razza, speriamo soltanto non si accontenti si assomigliare a tanti altri colleghi. Il rischio c'è e a tratti si coglie.
(Fabio Cerbone)

www.nelsandrews.com
www.revealrecords.com

Don Michael Sampson
Off the Rails
(DMS 2008)


Una foto in bianco e nero vi introduce nella home page di Don Michael Sampson: paesaggio da America perduta, strade blu, desolazione, la solita immancabile iconografia. Lo stesso scatto lo ritrovate all'interno dello spartano booklet di Off The Rails, undicesimo capitolo di una saga minore. Folsinger asciutto e di vecchia scuola, diviso fra il New Mexico e il Tennesse dove è solito registrare i suoi lavori, Sampson è un po' lo specchio fedele delle sue immagini (nel sito anche un link alla galleria personale, lascio giudicare ai più esperti la qualità della sua arte fotografica): solitario, desertico, Off The Rails nasce per sola voce e chitarra (un banjo e qualche raddoppio vocale ma nulla di più), spoglio come devono essergli sembrate le stesse canzoni, una volta uscite dalla sua penna: Rocking The Nation, Fields of Faith, una sintomatica Map Of America, Beneath The Wheel sono istantanee sulla nazione americana ferita, intreccio di personale e sociale, dentro e fuori l'anima dell'autore. La scelta è coraggiosa, il rilsultato alterno, anche se il tetro scandire del banjo in Long Twilight è a suo modo un mezzo capolavoro. Purtroppo Sampson non ha voce e fantasia strumentale per reggere su queste coordinate: in passato le collaborazioni - anche illustri con gente del calibro di Ben Keith, Warren Haynes e Chad Cromwell - avevano fornito prospettive più interessanti ai suoi dischi. Ridotte all'osso, queste ballate country blues vagano come fantasmi: ne risalta l'essenza da troubadour e tutta la profondità del songwriting, ma nulla toglie che un trattamento più vivace in fase di arrangaimento avrebbe giovato all'insieme. Si sa, i mezzi sono spesso artigianali e a volte si gioca in ritirata, peccato.
(Fabio Cerbone)

www.donmichaelsampson.com

   

Reverend Organdrum
Hi-Fi Stereo
(Yep Roc/ IRD  2008)


Sono gli stessi Jim Heat (in arte Reverend Horton Heat) e Tim Alexander, nelle note interne del cd, a spiegare dettagliatamente le ragioni della nascita di questo progetto, Reverend Organdrum, sorta di frivolo gioco di parole a sintetizzare la formula del trio: una chitarra, quella del "Reverendo", che ha incendiato la cosiddetta scena psicobilly e country rock texana degli ultimi vent'anni; un organo, quello di Alexander, altrettanto fondamentale, basti pensare agli Asleep at the Wheel; una batteria infine, quella del più sconosciuto Todd Soesbe, capace tuttavia di operare da collante fra le due prime stelle del gruppo. Hi- Fi Stereo è un semplice divertissment, che funziona nel suo essere assolutamente retrò: l'idea è di sposare le radici rockabilly e country con un gusto un po' fuori moda per colonne sonore, temi da vecchie trasmissioni televisive, motivetti r&b ed effusioni swing jazz, tracciando un percorso per la maggior parte strumentale. A testimoniare le scelte oculate dei Reverend Organdrum brani che pescano nella memoria. Altrimenti non si potrebbero definire ad esempio il famigerato James Bond Theme, oppure Experiment in Terror e A Shot in the Dark a firma Henry Mancini, cosi come la ripresa del tema di Hang 'Em High, "Impiccalo più in Alto" nella traduzione italiana, celebre western con Clint Eastwood. C'è spazio per sbizzarrirsi dunque, includendo nella lista pulsioni rock'roll (l'apertura di Moovin' and Groovin', brano dello scomparso Lee Hazlewood), omaggi alla black music (il Ray Charles di una I Got a Woman più swingata e poco riconoscibile; il classico Time Is Tight di Booke T. & MG's), tirate blues in grande stile (la Strollin' with Bones di T-Bone Walker) e qualche piatto speziato dal gumbo di New Orleans (la sintomatica Mardis Gras Mambo). Un party record molto coscienzioso e dalla preparazione storica ineccepibile, sebbene rimanga da ultimo un semplice gioco, non strettamente indispensabile.
(Fabio Cerbone)

www.reverendorgandrum.com
www.yeproc.com

The Peter Gran Band
The Peter Gran Band
(Dusty records 2008)


Dalla Svezia con amore: una cartolina in puro stile Americana, con qualche concessione rock figlia dell'immancabile opera settantesca dei Crazy Horse per Peter Gran, ritratto in copertina fra le strade anonime di un sobborgo scandinavo. La locale Dusty Records continua a prodigarsi per diffondere in Europa e non solo gli artisti di casa, una scena quella svedese che appare sempre vivace e ricettiva nei confronti del suono country rock. A volte i risultati sfiorano il puro entusiasmo (da non perdere ad esempio la Willy Clay Band), altre si limitano ad una più scolastica ripetizione dei clichè di genere. Peter Gran, già banjoista nella band di ispirazione bluegrass Pilgrim, si colloca nel mezzo con un disco omonimo di sincera onestà roots rock. Spalleggiato da membri degli stessi Pilgrim e dei Dusty Brown - fra gli altri Kristen Andersson alle chitarre elettriche - Gran mantiene fede ai suoi amori musicali, alzando di tanto in tanto i volumi: Solid Ground alimenta un passo spedito e macina un rock'n'roll delle radici sbarazzino, 4 Year Blues ha un volto più scuro e un'anima "younghiana", anche se l'ombra minacciosa del loner canadese si palesa soprattutto nel piccolo gioiello Thoughtfullness Is Not My Job. Da altre parti entrano in scena digressioni folk rock (In Early may) e guizzi squisitamente rurali (Time Flew Thru My Mind, Nonono, la corale country song Two-Timing Darling) che denotano la provenienza di Peter Gran dall'alveo di una musica squisitamente tradizionalista. Il compito è svolto con trasporto e fedeltà, per un briciolo di personalità in più occorre attendere
(Fabio Cerbone)

www.dustyrecords.se