Shortcuts #119: David Byrne & Brain Eno; Joseph Parsons; Bill Madden, Sarah Pierce

David Byrne & Brian Eno
Everything That Happens Will Happen Today
(Everything That Happens/ Goodfellas 2008)


Un'accoppiata che torna insieme dopo diversi anni e differenti percorsi, pur quasi sempre con un approccio che mescola stimolante sperimentazione dei linguaggi musicali e intellettualismo nella destinazione delle opere. I due si dividono la produzione (con qualche aggiunta di Leo Abrahams che funge anche da chitarrista, percussionista e altro) e, sostanzialmente, i testi il primo e le musiche il secondo. Inoltre, mentre David Byrne ha il ruolo di cantante - e qua e là si dà da fare con strumenti vari - Brian Eno in qualche caso aggiunge la sua di voce, ma soprattutto è il pluristrumentista, elettronico o meno, geniale e tuttofare. Comunque B&E si circondano di musicisti, tra cui segnaliamo Seb Rochford, batteria, e all'occasione Phil Manzanera, chitarra. Ne è venuto fuori un album vivace con prevalenza di ballad, di buona ed eterogenea sostanza, con varie influenze ritmico-melodiche: la deliziosa Home non manca di ricordare certe sinuose canzoni dei Roxy Music (e così anche Strange Overtones), mentre la melodica e acustica My Big Nurse risulta un po' meno accattivante. Splendido poi l'attacco "liquido" del piano contrapposto alla batteria di I Feel My Stuff, mid-tempo che ha un ritmo percussivo costante, attraversato da sonorità varie e canto quasi rilassato, con qualche affondo. L'etereità sonora distingue invece Eveything That Happens e ne fa una sinuosa e a tratti sensuale ballata, mentre Life Is Long è di struttura più decisa e solida e propone anche coralità di taglio spiritual. The River ha una costruzione melodico-ritmica e di canto affascinante: uno dei brani migliori dell'album, con una citazione (nel testo) di A Change Is Gonna Come di Sam Cooke. In Wanted For Life il ritmo s'inacidisce e ha contorni tecno-funky, per assumere caratteri più brillantemente armonici e ritornare alle emozioni forti (un po' Talking Heads), con un altro dei migliori momenti dell'album, forse proprio il migliore: Poor Boy. The Lighthouse va a chiudere l'album, con un clima di pacatezza corale. Forse discontinuo, ma vivace e stimolante.
(Gianni Del Savio)


www.everythingthathappens.com

Joseph Parsons
Heavens Above
(Blue Rose 2008)


Heavens Above è il settimo lavoro di un cantautore intimista, che sussurra della vita attraverso le canzoni e dichiara di aver atteso molto prima di scriverne di tal fatta. Lo spessore emozionale di quest'album è in effetti consistente, e ne rivela a poco a poco l'intensità, tra le trame strumentali della band. Un'alternanza di elementi roots & rock attorno alla chitarra acustica di Joseph Parsons, persino con la partecipazione straordinaria di Elliott Murphy nelle fila della traccia tre, ad echeggiare dal titolo il vecchio e noto traditional Sitting On Top Of The World, ma per una song di tutt'altra pasta, prossima piuttosto al laid-back sound di un Mark Knopfler solista. Il band-leader ha lavorato infatti tra Philadelphia e Parigi, sicché si spiega la partecipazione di un alias Bob Dylan come Murphy (ormai di casa in Europa) al disco, che invece intesse al più moderno cantautorato americano il marchio della label Blue Rose, tra alternative country e accenni dei Rem. Sono dei gioiellini per esempio "cose" come la title-track, dedicata a un ritorno a New Orleans dopo l'uragano (neppure occorra nominarlo…), e che si dimostra anche tra le migliori di questa dozzina: una nostalgica ballad per i luoghi della Louisiana dove pure Parsons ha vissuto parte della sua infanzia. A volte ci si perde, nell'incommensurabile profondità cercata dall'autore, tanto che Anyone o Falling sembrano compiangersi vicendevolmente di lentezze malinconiche, ma che si risollevano comunque alla luminosità del limpido tessuto orchestrale intorno alla pedal - steel (è lunga la lista degli ospiti) per Children In The Sun. Chi ben comincia è a metà dell'opera, dicono, e le tracce citate valgono comunque l'ascolto, nell'elaborazione di ballate ben costruite, talora tendenti a fattura pop, ma che non raffreddano il gusto dell'artista col titolo di mestierante. Joseph Parsons vive la musica quando afferma che una cosa é il lavoro in studio, una cosa è il live. Non a caso Dume Room è dedicata ai bikers del bar di Zuma Beach in California: come dire, il rock è sempre sulla strada…
(Matteo Fratti)


www.josephparsons.com

   

Bill Madden
Child of the Same God
(Mad Muse  2008)


Povero Bill Madden, maltrattato dalla stampa anglosassone, che forse gli ha mal perdonato il tormentone ecologista "Gone" di due anni fa... Addirittura bollato come "one of the worst albums I have listened to" da un critico neozelandese (che siano agli antipodi anche come gusti musicali?), in realtà questo suo ultimo appassionato sforzo (il quarto) non è affatto da gettar via. Andiamo quindi controcorrente, segnalandovelo con un voto forse troppo pieno, ma del resto perché opporre resistenza al rock a tutto tondo della opener Unfair, al generale senso di urgenza di queste 14 tracce (un po' troppe) calde e appassionate, a queste liriche retoriche ma capaci di sporcarsi le mani di politica (Bosko and Admira, ovvero il tragico amore tra un serbo e una musulmana nella Sarajevo del 1993), e di spiritualità (il messaggio di uguaglianza della title track)? Parole urlate col cuore in mano, sopra una produzione un po' approssimativa, che appiattisce il suono della band (da segnalare Billy Moher, basso e tastiere). Un rock senza fronzoli, che se ne fotte di trucchi e belletti. Tutti i difetti (la produzione, ma anche la parte finale che gira un po' a vuoto) questo disco li esibisce con scarso senso del pudore e sfacciata fiducia nei propri punti di forza: un'epicità che richiama gli anni '80 degli U2, corde vocali che non si risparmiano, evocando il timbro di Tom Petty o la rabbia soul del Lenny Kravitz che fu (Prick Up Your Ears), chitarre che non si vergognano di suonare fracassone e un organo a tenere insieme il tutto. E ballate gonfie di pathos e soul come si conviene (Shine On la migliore). Niente che vi cambierà la vita, ma un po' di tempo non si capisce perché non concederglielo. Scoprirete così What the Man Does, bel tentativo di ibridare il reggae con il rock come ai tempi dei Police. A ribadire la politicità (nel senso nobile del termine) del progetto, in copertina e nel booklet troverete alcuni scatti di strada del fotografo Rodolphe Simeon.
(Yuri Susanna)

www.billmadden.com

Sarah Pierce
Cowboy's Daughter
(Little Bear 2008)


Cowboy's Daughter è il settimo album di Sarah Pierce, compreso un disco per bambini e uno a carattere natalizio. E, per non smentire coloro che l'hanno accomunata a Emmylou Harris e Nancy Griffith, va subito detto che questa bionda ragazza ormai adottata dal Texas ha fatto un gran bel disco, cantato e suonato benissimo! Ballate country (Last Real Cowboy, Radio e Jaqueline), ora soffuse (I Thought I Knew You) ora leggermente più mosse (l'iniziale My Day In The Sun e Wish It Away), una spruzzatina di blues (Cruel Man). Cowboy's Daughter (la title-track) è la storia della sua vita, Charlie è più cantautorale, What Would You Do è un omaggio dei Reckless Kelly (che sono ospiti nel brano), Sun Falling Down è ripresa splendidamente dal vecchio No Place Like Home (lei stessa racconta di non ricordare nemmeno più quante volte l'ha incisa!), il disco che la fece conoscere in Italia. Tumbleweed Dreams è uno dei punti più alti dell'intero lavoro, mentre Three Cigarettes è un pezzo portato al successo da Patsy Cline tantissimi anni fa. Ogni nota è al punto giusto (merito del produttore-batterista-marito Merel Bregante), Sarah canta come un angelo. Appaiono come ospiti Rosie Flores all'elettrica e John McEuen (Bregante suonò con lui nella Nitty Gritty Dirt Band) a chitarra, banjo e mandolino, mentre la backing-band è composta (oltre che da Merel Bregante) dagli italiani Alex Adinolfi e Maurizio Fassino (dei Chicken Mambo) alle chitarre acustiche ed elettriche, Lynn Daniel al basso, Cindy Cashdollar (Asleep At The Wheel, Willie Nelson, Dixie Chicks, Merle Haggard… cinque Grammy…) alla steel, al dobro e alla National, Doug Hudson a chitarra, mandolino e voce, Riley Osbourn (Willie Nelson, Marcia Ball) al piano. Non dimenticatelo, Sarah ci tiene: one earth, one chance!
(Luca "BorderWolf" Vitali)

www.sarahpierce.com
www.cdbaby.com