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Ben
Nichols The
Last Pale Light in the West
(Rebel
Group 2009)
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Blood Meridian (Meridiano di Sangue, Einaudi) occupa un posto speciale nella produzione
letteraria di Cormac McCarthy: non rappresenta soltanto il vertice della sua visione
apocalittica e crepuscolare del West, ma con ogni probabilità una delle migliori
visioni avute dalla letteratura americana del '900. Alla tragica umanità e alla
violenza imperscutabile descritta in quel libro dedica una ideale colonna sonora
Ben Nichols, leader dei Lucero in pausa di riflessione dalla band principale.
Nell'attesa del loro prossimo importante passo discrografico (hanno firmato per
la Universal South), The Last Pale Light in the West mette in chiaro
il talento narrativo di Nichols, il fascino grezzo delle sue ballate e di quella
voce rauca che si porta appresso. È un omaggio ai personaggi e all'immaginario
evocato dall'oscurità del libro, non è necessariamente una fotografia fedele di
quest'ultimo: per fortuna, aggiungiamo noi, perché invece di scadere nella maniera,
Ben Nichols si appropria delle storie di Blood Meridian concedendosi licenze dal
testo e inventando un suo scenario, fra risonanze country spolpate fino all'osso.
Solo la sua chitarra, accordion e piano nelle mani di Rick Steff e la pedal steel
di Todd Beene: non serve altro per tratteggiare le figure di Glanton, Toadvine,
Davy Brown, caratteri forti che popolano
il libro di McCarthy e guidano una gang di cacciatori di scalpi lungo il confine
del mondo "civilizzato". Tra loro anche The Kid,
il ragazzo ultimo arrivato e accolto nel gruppo, fino alla chiusura strumentale
con The Judge: il brano dovrebbe raccontare
infatti il mistero del Giudice, un uomo barbaro eppure di grande intelligenza
che in tutto il racconto resta sfuggente, impenetrabile e terribilmente malvagio.
(Fabio Cerbone) www.luceromusic.com
www.myspace.com/lucero
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Al
Rose My
First Posthumous Release (Al
Rose 2008)  |
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I dischi pubblicati in carriera sono cinque, a partire dal lontano debutto del
1994 fino al precedente Gravity of Crow del 2003, e ovviamente My First
Posthumous Release non è affatto una pubblicazione postuma, visto che
Al Rose, folksinger atipico di Chicago, è vivo e vegeto. Si tratta allora
di un indizio per comprendere la natura ironica, pungente, spesso combattuta fra
lo scherno e una profonda introspezione che guida le liriche molto intelligenti
e dal taglio letterario del nostro, le stesse che gli hanno valso le attenzioni
della stampa locale (un paio di segnalazioni come Best Indie release). Il guaio
per un autore della natura di Al Rose è proprio l'attenzione sulla fattura squisita
dei testi e la confusione che invece regna sull'aspetto musicale. My First Posthumous
Release finisce per abbozzare ballate folk rock con il sapore classico del troubadour
(la title track e Infectious Smile) e spunti
di robusto Americana sound, persino scivolando nel rockabilly (Haiku
Blues) e in un finale decisamente orinetato alla country music (Mud
on Mud, Ruby Shade), salvo concedersi
qualche deviazione lungo il percorso, fra cambi ritmici (All
the Trains Are Gone), archi a profusione ed una band allargata a più
contributi, forse troppi. In questi casi il songwriting nel suo complesso comincia
ad essere una scusa e le canzoni non guadagnano il dovuto sostegno, forse anche
a causa di una voce non particolarmente memorabile. L'autore è brillante, il musicista
lascia un poco a desiderare. (Fabio Cerbone)
www.alrosemusic.com
www.cdbaby.com
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| Dao
Strom Everything
That Blooms Wrecks Me (Gentle
Songs 2008)
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Il suo esordio, Send Me Home (2005) aveva destato qualche attenzione sulle pagine
di No Depression e 3rd Coast Music, pronti ad accogliere quella che sembrava una
nuova voce da catalogare nel tradizionalismo folk americano, fra echi di mountain
music e citazioni della Carter Family. A ruota è seguita un'esibizione al South
By Southwest nell'edizione del 2006 dove Dao Strom si è portata a casa
il plauso di molta critica locale, forse incuriosita da una ragazza che nel frattempo
si è ritagliata anche una carriera di scrittrice (un raccolta di racconti e un
romanzo). Oggi l'autrice di origini vietnamite, ma cresciuta fra la California
e il Texas, fa tesoro di quelle segnalazioni collaborando con il produttore Darwin
Smith e alcuni musicisti del grande giro di Austin, tra cui Kevin Fox (chitarre),
Billy Brent Malkus (dobro e chitarre) dei Texas Sapphires, Brian Beken (violino
e mandolino) della South Austin Jug Band, Kullen Fuchs (pian e accordion) dei
Future Clouds and Radar. Quello che esce dagli studi texani però non è affatto
oro colato: la voce non esiste, è un fragile sussurro con poca personalità da
mettere in mostra, mentre le ballate diafane di Dao Strom vagano in un terreno
folk rock assai impreciso che non può assolutamente collocarla alla pari di altre
colleghe (Alela Diane e Jolie Holland potrebbero fare al caso).
Seeds in the Ashes e Fields of California
hanno il gusto un po' acre del country rurale, Traveler's
Ode è addirittura intonata a cappella, Lebanon,
Missouri apre orizzonti più elettrici e dilatati alla Cowboy Junkies,
ma siamo davvero lontani da qualsiasi sussulto artistico capace di distinguerla
tra la folla Americana. (Fabio Cerbone) www.daostrom.com
www.cdbaby.com
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John
Nelson Tengo
Ranchito
(John
Nelson 2008)
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Mi sarei aspettato, certamente ingannato dal titolo
Tengo Ranchito, un disco dalle forti fragranze tex-mex e country
rock, mentre John Nelson è un folksinger di Seattle con una voce sottile,
diciamo pure un po' inconsistente, che bene si adatta ad una serie di ballate
elettro-acustiche sussurrate. Un morbido folk rock il suo, che ha sicuramente
fra i suoi ispiratori i soliti Guy Clark e Townes Van Zandt, ma assai più spesso
sconfina in un suono gentile, tipico della tradizione East Coast. Nelson nasce
prima di tutto come produttore e tecnico di studio: ha lavorato con artisti blues
come Guitar Shorty, con il jazzista Gary Peacock e persino con gli Inti Illimani,
ritagliandosi di tanto in tanto uno spazio per la sua carriera di musicista. Non
è da ritenersi un esordiente dunque e le foto dimostrano l'età matura, anche se
Tengo Ranchito è forse il primo disco - registrato nel 2007 e distribuito lo scorso
anno - ad avere ricevuto qualche attenzione sulla scena Americana. Il suono è
assimilabile al genere: chitarre e fingerpicking contorniati da fiddle, mandolino,
lap steel, armonica, una trama fatta di colori pastello per ballate che non alzano
mai la voce, raccontandoci storie di di Small Town Girl,
di Light on the Shore e Troubled
Love. I testi sono il punto forte, possiedono un tratto poetico e descrittivo,
denotano attenzione per le piccolezze della vita e dei sentimenti, ma non trovano
un giusto interprete in Nelson e nella sua voce spenta, decisamente anonima. Peccato
perché Tengo Ranchito in alcuni momenti è suonato con grande grazia strumentale
(Roby & Pearl, la bella chitarra spanish in
Sail Away), ma manca spesso di personalità.
(Davide Albini)
www.johnnelsonmusic.com
www.cdbaby.com |
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Una minaccia o una promessa, non è dato sapere, ma i Lonesome Brothers
ci tengono a far sapere che si tratta del loro The Last Cd, in realtà
il settimo in carriera e probabilmente seguito presto a ruota da qualche altra
iniziativa dei singoli compomenti. Da soli o in squadra, infatti, Ray Mason, Jim
Armenti e Tom Shea contano una serie di collaborazioni e progetti (Ray Mason Band
la più nota attività collaterale, mentre Shea ha fatto parte degli Scud Mountain
Boys) che depone a favore della loro esperienza. Anche i Lonesome Brothers sono
in giro da una vita, 1985 per la precisione, e guarda caso ci tengono far sapere
che la loro mistura di rock'n'roll operaio, roots rock e beat sbarazzino è stata
coniata ben prima che si cominciasse a parlare di alt-country o Americana. Diamo
atto del loro ruolo di pionieri, ma teniamo anche conto dell'aria sempre un po'
approssimativa e scalcinata con cui si sviluppano i loro dischi: The Last Cd non
fa eccezione, con Armenti (chitarre) e Mason (basso) che si alternano alla voce
solista e alla stesura dei testi, passando da una versione in miniatura dei Crazy
Horse (Let it Go, Appreciated)
a qualche sbuffata country rock di ordinanza (Amy Cincinnati,
Seated at the Devil's Table), girando sui
ritmi di un boogie spolpato (la divertente My baby Never
Saw me Drunk) e dell'immaginario blue collar più onesto (Fins
on a Cadillac). Il sound del trio è volutamente grezzo, timidamente
accompagnato da qualche nota di lap steel (Doug Beaumier) e tastiere, ma non si
esce dall'ordinaria amministrazione. (Fabio Cerbone)
www.lonesomebrothers.com
www.cdbaby.com |
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Teeter
Gray Blue
Love
(Teeter
Gray 2008)   |
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Il disco di esordio dei Teeter Gray è in un
certo senso l'opera prima di Chris Koch, chitarrista e songwriter certamente non
di primo pelo, anche se da sempre ai margini del giro che conta. Una specie di
viandante con la chitarra a tracolla, prima nei dintorni di Ithaca, New York,
poi nella grande mela dalla fine degli anni ottanta a strimpellare la sei corde
condividendo il destino di diverse band di riscontro poco più che locale. Non
c'è che dire, le liriche sono pungenti, intelligenti e spesso intrise di ironia
frizzante, le canzoni lasciano qua e là qualche lampo di buona presa, grazie anche
all'ausilio di ottimi musicisti, Eric Weissberg in primis, che con il banjo
le canta a chiunque. Ci sono divagazioni notturne e tonalità jazz, con solleticate
di steel e dobro, a riportare la tradizione verso ovest, versante country, grazie
anche a un violino eccellente che doma alcune debolezze. La voce (e non solo)
ricorda a tratti il grande James Taylor, se si ascolta l'iniziale Love
Unreal (For The Unknown Rider) non tardiamo ad accorgercene. Il brano
è uno dei migliori, steel e violino si rincorrono in un refrain dal passo spedito
a incatenare un roots rock che chiude il primo round a punteggio pieno, poi il
disco si aggroviglia un po' e perde di lucidità, anche se alcune canzoni ci sono,
e sono anche belle, prima tra tutte la bellissima ballata Lessons,
che fa sussultare verso la fine e risveglia i sensi, ancora con steel e violino
a centellinare un'emozione. Menzione a parte per Peace
For You, un'interessante introspezione nei meandri della poesia che
ci fa capire che il talento non manca, anche se ancora deve dosare i suoi istinti
verso una forma congeniale al suo stile, che è quello di un roots rock forse un
tantino più addomesticato. (David Nieri)
www.teetergray.com
www.cdbaby.com |
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