Shortcuts #130: Citizen K; Cris Cuddy; Joe Iadanza; Eliza Lynn; River Brothers; Jeff Larson

Citizen K
Meet Citizen K
(Paraply 2009)


Trovata spiritosa quella di definire Klaus Qvist - in arte Citizen K - come il figlio reietto di una madre ballerina di night club che si sarebbe intrattenuta separatamente con George Harrison, Brian Jones, Syd Barrett, Keith Moon, Dennis Wilson, Gene Clark, John Phillips e Frank Zappa sul finire del 1965: a meno che non vogliate veramente credere a questa storia di un ragazzo svedese nato da qualche parte lungo la strada della perdizione rock, ammeterete però che la descrizione è funzionale al contenuto di Meet Citizen K, sottotitolo Somewhere Up North. Riassunte in un colpo solo troverete infatti alcune delle suggestioni ben evidenti in queste sedici perline pop, un poco evanescenti forse, a lungo andare ripetitive o solamente troppo tediose, sempre e comunque dotate di un gusto impeccabile per la melodia. Disco registrato in quasi totale autogestione (dalle chitarre ai mandolini, dal piano allorgano all'accordion è tutto nelel mani di Qvist) nell'arco di due anni, Meet Citizen K si avvale di qualche fugace presenza ai cori (Annika Larsen) e dietro i tamburi (Mikael Kornmeark) per liberare l'estro del protagonista principale: ci sono l'eleganza di una tromba ed una dolcile armonia acustica ad introdurre For Citizen A prima di affrontare un viaggio fra richiami sixties, lussureggianti caramelle pop, tenere carezze westcoastiane, citando The Who (l'attacco di That Same Old Sun), Badfinger (una canzone con lo stesso titolo avrà pure un senso?), Beach Boys, Mamas & Papas e Byrds (She Says, Not Enough Time, Nobody Owns Her, con quelle sobrie spirali psichedeliche, e ancora Pratically Over Now, power pop di bella fattura). L'aria che tira in Meet Citizen K conferma dunque quella bizzarra introduzione di cui sopra (magari mettendo da parte la "paternità" di qualcuno che appare meno coinvolto di altri), aggiungendovi una cadenza british che non guasta mai.
(Fabio Cerbone)

www.paraplyrecords.se
www.myspace.com/citizenksweden

Cris Cuddy
This Little World
(Cris Cuddy 2009)


L'onestà è una virtù che per vedere apprezzata non è necessario andare a vivere fuori da questo bel paese ove il sì (il signorsì, sarebbe meglio dire) suona. Se vi dicessimo che Cris Cuddy - origini canadesi e frequentazioni nashvilliane - è un onesto folksinger gli faremmo sicuramente un complimento, ma forse ne faremmo intuire anche i limiti. Con modelli chiari nella testa e nelle dita (Neil Young, Tom Petty, Mark Knopfler, e... come continuerebbe l'elenco lo potete intuire da soli) Cuddy lavora onestamente al servizio di un'idea di canzone semplice, in cui il pathos si affida a sequenze di accordi risapute e accoglienti come l'abbraccio di una persona cara. Del resto, non stiamo parlando di un esordiente: troviamo sue tracce già nei primi anni '70 nella scena country-rock di Toronto. Il "piccolo mondo" in cui si muove questo cantore di emozioni di mezza età e di nostalgie generazionali risulta alla fine un po' stretto, pur se non privo di piacevoli carezze (la title track, un laid back che ci culla con le sue lusinghe, la genuina freschezza di una Rock'n'roll Kids, la tentazione in levare di This One's Gonna Hurt). E' la malinconia la vera chiave di lettura di un lavoro come questo: una canzone è dedicata a Natalie Wood, un'altra a Elvis, una addirittura a Mickey Newbury, suo mentore; l'intero disco porta inoltre un'affettuosa dedica allo scomparso Duane Jarvis. Una malinconia cui la musica, orchestrata dal chitarrista e produttore Steve Briggs, aderisce con tutta la sincerità e il mestiere del caso. Ad artigiani onesti (ridagli...) non è lecito chiedere di più. Decidete voi se dargli una chance, magari ascoltando le preview delle canzoni sul suo sito. Il rischio è quello di avere un altro cd a prendere polvere negli scaffali, ma almeno la vostra anima loser sarà salva...
(Yuri Susanna)

www.criscuddy.com
www.cdbaby.com

   

Joe Iadanza
Traveling Salesman
(Joe Iadanza  2008)


Affonterà un tour europeo la prossima primavera con la brava collega Jenee Halstead, di cui vi parliamo in altra sede: Joe Iadanza è un folksinger di Long island che qualche critico locale ha già accostato a John Prine e James Taylor. Personalmente propenderei per la seconda delle descrizioni: la poetica romantica e un po' naif del nostro, il suono folk rock gentile e dalle frequenti incursioni pop tende ad abbracciare quell'esperienza artistica anziché il timbro rurale del buon Prine. Anche le liriche di questo esordio, Traveling Salesman, si addicono ad un menestrello incline all'intimità, alle picolle rivelazioni amorose, pur con qualche punta di ironia e disincanto. Con una formazione scarna che investe tutto o quasi sul gioco fra chitarre acustiche e violino (Carolin Pook), trovando di tanto in tanto una maggiore apertura melodica nell'utilizzo di un coro, Joe Iadanza si attiene al copione del folksinger cresciuto fra cosidetti open mic e coffee houses, abbondanti per tradizione sulla East Coast. Le sue ballate riflettono così un carattere timido e rappacificante: qualche accelerazione e gioco ritmico in Lovers in the Park e Sunshine Blues, o nella più elettrica (ma anonima) The barn, ma il fulcro di Travelin' Salesman è tutto custodito in quelle ballate dalla carezza facile e dal volto raffinato, che scovano pregevoli melodie in One More Lonesome Tune (c'è una sottile patina irish che si affaccia) e In My Heart, mentre in altri momenti si accontentano semplicemente di suonare un po' troppo abitudinarie. Quando si dice: belle maniere, ma manca ancora una forte personalità.
(Fabio Cerbone)

www.joeiadanza.com
myspace.com/joeiadanza

Eliza Lynn
Haven
(Civility Records 2009)


Bella voce con sfumature swing e blues, Eliza Lynn ha ottenuto diversi consensi internazionali prima di approdare a Nashville, sotto le attenzioni del produttore e chitarrista Thomm Jutz (ha lavorato con Nanci Griffith e Mary Gauthier), incidendo il qui presente terzo album Haven. Il passaparola è iniziato con Sing a New song, brano incluso dalla prestigiosa etichetta Putumayo nella sua raccolta tematica dedicata all'Americana, quindi sono arrivati i festival in Inghilterra e Irlanda, oltre alla collaborazione con il folksinger scozzese Dougie McLean. Tornata in patria - Ashville, North carolina - Eliza Lynn ha riodinato le idee e i musicisti (nel disco intervengono Pat McInerney alla batteria e Mark Fain al basso, gente che ha lavorato con la crema della scena bluegrass e folk di Nashville), registrando un disco molto personale, almeno da quello che posso intuire dalle note redatte dalla stessa protagonista nel cd. Le dodici canzoni sono definite una medicina per la sua vita: e di che cosa è fatta quasta cura? Diciamo genericamente di un folk molto tradizionale nelle sonorità (si vedano le due cover di I'll Fly Away e della classica irish song Be Thou My Vision), ma non esattamente così ligio allo stile appalachiano (il sound caratterizzante del banjo comunque si fa sentire in Pulling of Tides e Apron). Gli arrangiamenti tendono volentieri alla matrice blues o country blues (Hard to Left It Hurt, More, la swingante Chiken Bone) naturalmente con qualche ballata più spirituale (We Will Pray, con il fiddle di Shad Cobb), presentandoci una autrice di indubbio gusto. Forse andrebbe tolta a mio parere un po' di maniera nelle interpretazioni, ma come disco di genere Haven ha le sue potenzialità.
(Davide Albini)

www.elizalynn.com
www.myspace.com/elizalynnmusic

   

The River Brothers
No Regrets
(Frozen Peach 2009)


I "fratelli del fiume" sono cinque attempati musicisti di Chicago che mantengono un po' di mistero intorno alle loro identità: solo le iniziali per JB alla voce e chitarre, Rich alla pedal steel e dobro, Paul al basso, Lj al mandolino, armonica e violino, Tommy alla batteria. Anche sul loro myspace non ho rivenuto notizie più dettagliate sul personale curriculum di ciascun membro: posso solo immaginare dall'aspetto dei "fratelli" e dalla qualità strumentale che siano gente navigata e certamente guidata da una forte passione per i suoni che hanno reso leggendaria la saga del country rock. No Regrets è infatti un lavoro che prendendo spunto da una spiccata matrice tradizionale, con continui richiami al bluegrass, al country&western e all'hillbilly music, si tinge di elettrico, ricordandomi la stagione californiana della Nitty Gritty Dirt Band, dei Pure Prairie League, di Commander Cody e di tutte quelle seminali band che aprirono la strada al matrimonio fra il rock e il mondo di Nashville. I Feel Music, Mama, l'epica Riding the Wind, le più mosse Roadhosue e I Walk a Fine Line sono figlie di quella cultura, anche se la componente rurale dei River Brothers sembra più accentuata. Si sente che frequentano il Midwest e riflettono il senso dell'America più profonda: questo significa anche una musica molto conservatrice, con poche invenzioni e un certo legame con i temi familiari e solidaristici del passato. Di per sé non si tratta di una raccolta disdicevole, va ammesso, ma tutto sa eccessivamente di scolastico e un po' rimasticato: ci sono probabilmente migliaia di band e musicisti dello spessore dei River Brothers sparsi sul territorio americano, cosa li distingue dal resto? Il problema è sempre lo stesso...
(Davide Albini)

www.myspace.com/theriverbrotherslive
www.cdbaby.com

Jeff Larson
Heart of the Valley
(Human Nature 2009)


È ancora un affare tutto californiano il nuovo lavoro di Jeff Larson: Heart of the Valley riparte esattamente dove si era interrotto Left of a Dream, soltanto pochi mesi fa segnalato in questa rubrica. Riparte insomma dalle melodie zuccherine e dalle perfette levigature pop che Gerry Beckley (factotum in cabina di regia e musicista tuttofare al fianco del solo Larson) mette a disposizone di questo suo diligente discepolo. Si, di questo si tratta, essendo Beckley l'altra metà degli America, fortunata ditta "espatriata" nella terra dell'eldorado e più di molti altri identificabile con una sognante stagione di ballate agrodolci e sofisticato folk rock dalle tinte armoniose e poppeggianti. Essendo coinvolto un'altra volta il gemello Dewey Bunell (alle backing vocals in Southern Girl), più una pletora di musicisti dell'area losangelina, si intuiscono le ragioni di un rinascimento West coast applicato al buon Larson. Ben inteso: qui si naviga in quella onda lunga del genere che arrivò dalla seconda metà dei 70 fino a sconfinare nelle patinate produzioni del decennio successivo: a tutto ciò si rifanno sia le più incantate Heart of the Valley e Calling, sia le più mosse e radiofoniche Minus Marci e One Way Ticket, pop rock di cristallina precisione ma dall'altrettanta insopportabile melassa. Cola miele da tutte le parti in questo disco e non c'è verso di arrestare il fiume accorato di Larson, il quale canta con convinzione e impeccabile stile, ma, mi si conceda l'arroganza un po' prevenuta, con un piglio talmente svenevole che neppure le nobili presenze di Hank Linderman e soprattutto Rusty Young (steel guitar in Five Mile Road) riescono a rivitalizzare. Passi la classe e il portamento del musicista, ma un sussulto di tanto in tanto, qualche stravaganza fuori dai binari della dolcezza non avrebbe stonato: invece tocca sorbirsi l'imbarazzo di Wishing Well, roba che manco la reunion dei Take That avrebbe osato.
(Fabio Cerbone)

www.jefflarson-music.com