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Citizen
K Meet
Citizen K
(Paraply
2009)
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Trovata spiritosa quella di definire Klaus Qvist - in arte Citizen K -
come il figlio reietto di una madre ballerina di night club che si sarebbe intrattenuta
separatamente con George Harrison, Brian Jones, Syd Barrett, Keith Moon, Dennis
Wilson, Gene Clark, John Phillips e Frank Zappa sul finire del 1965: a meno che
non vogliate veramente credere a questa storia di un ragazzo svedese nato da qualche
parte lungo la strada della perdizione rock, ammeterete però che la descrizione
è funzionale al contenuto di Meet Citizen K, sottotitolo Somewhere
Up North. Riassunte in un colpo solo troverete infatti alcune delle suggestioni
ben evidenti in queste sedici perline pop, un poco evanescenti forse, a lungo
andare ripetitive o solamente troppo tediose, sempre e comunque dotate di un gusto
impeccabile per la melodia. Disco registrato in quasi totale autogestione (dalle
chitarre ai mandolini, dal piano allorgano all'accordion è tutto nelel mani di
Qvist) nell'arco di due anni, Meet Citizen K si avvale di qualche fugace presenza
ai cori (Annika Larsen) e dietro i tamburi (Mikael Kornmeark) per liberare l'estro
del protagonista principale: ci sono l'eleganza di una tromba ed una dolcile armonia
acustica ad introdurre For Citizen A prima
di affrontare un viaggio fra richiami sixties, lussureggianti caramelle pop, tenere
carezze westcoastiane, citando The Who (l'attacco di That
Same Old Sun), Badfinger (una
canzone con lo stesso titolo avrà pure un senso?), Beach Boys, Mamas & Papas e
Byrds (She Says, Not
Enough Time, Nobody Owns Her, con
quelle sobrie spirali psichedeliche, e ancora Pratically
Over Now, power pop di bella fattura). L'aria che tira in Meet Citizen
K conferma dunque quella bizzarra introduzione di cui sopra (magari mettendo da
parte la "paternità" di qualcuno che appare meno coinvolto di altri), aggiungendovi
una cadenza british che non guasta mai. (Fabio Cerbone)
www.paraplyrecords.se
www.myspace.com/citizenksweden
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Cris
Cuddy This
Little World (Cris
Cuddy 2009) 
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L'onestà è una virtù che per vedere apprezzata non è necessario andare a vivere
fuori da questo bel paese ove il sì (il signorsì, sarebbe meglio dire) suona.
Se vi dicessimo che Cris Cuddy - origini canadesi e frequentazioni nashvilliane
- è un onesto folksinger gli faremmo sicuramente un complimento, ma forse ne faremmo
intuire anche i limiti. Con modelli chiari nella testa e nelle dita (Neil Young,
Tom Petty, Mark Knopfler, e... come continuerebbe l'elenco lo potete intuire da
soli) Cuddy lavora onestamente al servizio di un'idea di canzone semplice, in
cui il pathos si affida a sequenze di accordi risapute e accoglienti come l'abbraccio
di una persona cara. Del resto, non stiamo parlando di un esordiente: troviamo
sue tracce già nei primi anni '70 nella scena country-rock di Toronto. Il "piccolo
mondo" in cui si muove questo cantore di emozioni di mezza età e di nostalgie
generazionali risulta alla fine un po' stretto, pur se non privo di piacevoli
carezze (la title track, un laid back che ci culla con le sue lusinghe, la genuina
freschezza di una Rock'n'roll Kids, la tentazione
in levare di This One's Gonna Hurt). E' la
malinconia la vera chiave di lettura di un lavoro come questo: una canzone è dedicata
a Natalie Wood, un'altra a Elvis, una addirittura a Mickey Newbury, suo mentore;
l'intero disco porta inoltre un'affettuosa dedica allo scomparso Duane Jarvis.
Una malinconia cui la musica, orchestrata dal chitarrista e produttore Steve
Briggs, aderisce con tutta la sincerità e il mestiere del caso. Ad artigiani
onesti (ridagli...) non è lecito chiedere di più. Decidete voi se dargli una chance,
magari ascoltando le preview delle canzoni sul suo sito. Il rischio è quello di
avere un altro cd a prendere polvere negli scaffali, ma almeno la vostra anima
loser sarà salva... (Yuri Susanna) www.criscuddy.com
www.cdbaby.com
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Affonterà un tour europeo la prossima primavera con la brava collega Jenee
Halstead, di cui vi parliamo in altra sede: Joe Iadanza è un
folksinger di Long island che qualche critico locale ha già accostato a John Prine
e James Taylor. Personalmente propenderei per la seconda delle descrizioni: la
poetica romantica e un po' naif del nostro, il suono folk rock gentile e dalle
frequenti incursioni pop tende ad abbracciare quell'esperienza artistica anziché
il timbro rurale del buon Prine. Anche le liriche di questo esordio, Traveling
Salesman, si addicono ad un menestrello incline all'intimità, alle picolle
rivelazioni amorose, pur con qualche punta di ironia e disincanto. Con una formazione
scarna che investe tutto o quasi sul gioco fra chitarre acustiche e violino (Carolin
Pook), trovando di tanto in tanto una maggiore apertura melodica nell'utilizzo
di un coro, Joe Iadanza si attiene al copione del folksinger cresciuto fra cosidetti
open mic e coffee houses, abbondanti per tradizione sulla East Coast. Le sue ballate
riflettono così un carattere timido e rappacificante: qualche accelerazione e
gioco ritmico in Lovers in the Park e Sunshine
Blues, o nella più elettrica (ma anonima) The
barn, ma il fulcro di Travelin' Salesman è tutto custodito in quelle
ballate dalla carezza facile e dal volto raffinato, che scovano pregevoli melodie
in One More Lonesome Tune (c'è una sottile
patina irish che si affaccia) e In My Heart,
mentre in altri momenti si accontentano semplicemente di suonare un po' troppo
abitudinarie. Quando si dice: belle maniere, ma manca ancora una forte personalità.
(Fabio Cerbone)
www.joeiadanza.com
myspace.com/joeiadanza
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Eliza
Lynn Haven
(Civility
Records 2009) 
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Bella voce con sfumature swing e blues, Eliza Lynn
ha ottenuto diversi consensi internazionali prima di approdare a Nashville, sotto
le attenzioni del produttore e chitarrista Thomm Jutz (ha lavorato con
Nanci Griffith e Mary Gauthier), incidendo il qui presente terzo album Haven.
Il passaparola è iniziato con Sing a New song, brano incluso dalla prestigiosa
etichetta Putumayo nella sua raccolta tematica dedicata all'Americana, quindi
sono arrivati i festival in Inghilterra e Irlanda, oltre alla collaborazione con
il folksinger scozzese Dougie McLean. Tornata in patria - Ashville, North carolina
- Eliza Lynn ha riodinato le idee e i musicisti (nel disco intervengono Pat McInerney
alla batteria e Mark Fain al basso, gente che ha lavorato con la crema della scena
bluegrass e folk di Nashville), registrando un disco molto personale, almeno da
quello che posso intuire dalle note redatte dalla stessa protagonista nel cd.
Le dodici canzoni sono definite una medicina per la sua vita: e di che cosa è
fatta quasta cura? Diciamo genericamente di un folk molto tradizionale nelle sonorità
(si vedano le due cover di I'll Fly Away e
della classica irish song Be Thou My Vision),
ma non esattamente così ligio allo stile appalachiano (il sound caratterizzante
del banjo comunque si fa sentire in Pulling of Tides
e Apron). Gli arrangiamenti tendono
volentieri alla matrice blues o country blues (Hard to
Left It Hurt, More, la swingante
Chiken Bone) naturalmente con qualche ballata
più spirituale (We Will Pray, con il fiddle
di Shad Cobb), presentandoci una autrice di indubbio gusto. Forse andrebbe tolta
a mio parere un po' di maniera nelle interpretazioni, ma come disco di genere
Haven ha le sue potenzialità. (Davide Albini)
www.elizalynn.com
www.myspace.com/elizalynnmusic |
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| The
River Brothers No
Regrets (Frozen
Peach 2009)  |
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I "fratelli del fiume" sono cinque attempati musicisti di Chicago che mantengono
un po' di mistero intorno alle loro identità: solo le iniziali per JB alla voce
e chitarre, Rich alla pedal steel e dobro, Paul al basso, Lj al mandolino, armonica
e violino, Tommy alla batteria. Anche sul loro myspace non ho rivenuto notizie
più dettagliate sul personale curriculum di ciascun membro: posso solo immaginare
dall'aspetto dei "fratelli" e dalla qualità strumentale che siano gente navigata
e certamente guidata da una forte passione per i suoni che hanno reso leggendaria
la saga del country rock. No Regrets è infatti un lavoro che prendendo
spunto da una spiccata matrice tradizionale, con continui richiami al bluegrass,
al country&western e all'hillbilly music, si tinge di elettrico, ricordandomi
la stagione californiana della Nitty Gritty Dirt Band, dei Pure Prairie League,
di Commander Cody e di tutte quelle seminali band che aprirono la strada al matrimonio
fra il rock e il mondo di Nashville. I Feel Music,
Mama, l'epica Riding
the Wind, le più mosse Roadhosue
e I Walk a Fine Line sono figlie di quella
cultura, anche se la componente rurale dei River Brothers sembra più accentuata.
Si sente che frequentano il Midwest e riflettono il senso dell'America più profonda:
questo significa anche una musica molto conservatrice, con poche invenzioni e
un certo legame con i temi familiari e solidaristici del passato. Di per sé non
si tratta di una raccolta disdicevole, va ammesso, ma tutto sa eccessivamente
di scolastico e un po' rimasticato: ci sono probabilmente migliaia di band e musicisti
dello spessore dei River Brothers sparsi sul territorio americano, cosa li distingue
dal resto? Il problema è sempre lo stesso... (Davide Albini)
www.myspace.com/theriverbrotherslive
www.cdbaby.com
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Jeff
Larson Heart
of the Valley
(Human
Nature 2009)  |
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È ancora un affare tutto californiano il nuovo lavoro
di Jeff Larson: Heart of the Valley riparte esattamente
dove si era interrotto Left
of a Dream, soltanto pochi mesi fa segnalato in questa rubrica. Riparte
insomma dalle melodie zuccherine e dalle perfette levigature pop che Gerry
Beckley (factotum in cabina di regia e musicista tuttofare al fianco del solo
Larson) mette a disposizone di questo suo diligente discepolo. Si, di questo si
tratta, essendo Beckley l'altra metà degli America, fortunata ditta "espatriata"
nella terra dell'eldorado e più di molti altri identificabile con una sognante
stagione di ballate agrodolci e sofisticato folk rock dalle tinte armoniose e
poppeggianti. Essendo coinvolto un'altra volta il gemello Dewey Bunell (alle backing
vocals in Southern Girl), più una pletora
di musicisti dell'area losangelina, si intuiscono le ragioni di un rinascimento
West coast applicato al buon Larson. Ben inteso: qui si naviga in quella onda
lunga del genere che arrivò dalla seconda metà dei 70 fino a sconfinare nelle
patinate produzioni del decennio successivo: a tutto ciò si rifanno sia le più
incantate Heart of the Valley e Calling,
sia le più mosse e radiofoniche Minus Marci e
One Way Ticket, pop rock di cristallina precisione
ma dall'altrettanta insopportabile melassa. Cola miele da tutte le parti in questo
disco e non c'è verso di arrestare il fiume accorato di Larson, il quale canta
con convinzione e impeccabile stile, ma, mi si conceda l'arroganza un po' prevenuta,
con un piglio talmente svenevole che neppure le nobili presenze di Hank Linderman
e soprattutto Rusty Young (steel guitar in Five
Mile Road) riescono a rivitalizzare. Passi la classe e il portamento
del musicista, ma un sussulto di tanto in tanto, qualche stravaganza fuori dai
binari della dolcezza non avrebbe stonato: invece tocca sorbirsi l'imbarazzo di
Wishing Well, roba che manco la reunion dei
Take That avrebbe osato. (Fabio Cerbone)
www.jefflarson-music.com |
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