Shortcuts #134: Marshall Drew; John Batdorf; Robert Bradley Blackwater Surprise; The Villains; Hey Negrita!; Brett Saxon

Marshall Drew
A Million Different Shades
(Marshall Drew 2009)


Tra le innumerevoli proposte musicali che circolano tra onde radio e banda larga, capita sempre più raramente di imbattersi in qualche artista "nato per correre", metaforicamente parlando. Il giovane Marshall Drew è uno di questi, un ottimo songwriter nato a Clarksdale, Mississippi, località famosa per il ricamo blues che ha insaporito tante proposte musicali di alcuni decenni orsono, gli anni d'oro del genere. Che questo disco potesse suonare forte e vigoroso trent'anni fa è fuor di dubbio, e il richiamo iniziale a Springsteen non è certamente un caso: A Million Difefrent Shades è un buonissimo album di heartland rock, di accordi da strada, di semplicità e immediatezza, tutte caratteristiche che oggi suonano un po' obsolete, ma che a parere del sottoscritto riescono ancora a emozionare, riflettendo una dimensione che non può morire, insieme a un genere che la rappresenta perfettamente. Il Boss la fa da padrone nella sfera delle influenze, ma ci sono chiari rimandi a chi non ha esitato a risalire il fiume, McDermott in primis. L'iniziale Further Down The Road è un manifesto programmatico, un rock pulsante che parla il gergo della quotidianità, belle chitarre spianate su polvere e fatica, Sorry è una grande canzone dove elettrica e batteria suonano a meraviglia, In The End una ballata in classico stile blue collar, così come Easy, I Believe In You, la stessa title track, By Your Side e la conclusiva Just Let It Go, dove l'impianto elettroacustico perimetra liriche intense e interessanti. Se Before The Storm Comes Down suona come la E Street dei mitici settanta, con un organo a raggranellare le influenze, When Tomorrow Comes si distacca un po' dal resto del gruppo, con un incedere ipnotico che richiama vagamente il brit-pop degli ottanta. Per gli amanti del boss e affini.
(David Nieri
)

www.myspace.com/marshalldrew
cdbaby.com/cd/MarshallDrew

John Batdorf
Old Man Dreamin'
(Batmac music 2009)


Dubito che qualcuno - al di fuori degli appassionati del genere - possa ricordare il nome del duo Batdorf & Rodney, titolari di alcuni dischi per Atlantic e Asylum nella prima metà degli anni '70: eravamo in piena febbre West Coast e da quelle parti si muovevano anche le canzoni di John Batdorf, in seguito nei Silver e collaboratore di Michael McLean. Noi lo abbiamo (ri)scoperto grazie a Home Again, ritorno sulle scene dopo anni di purgatorio (probabilmente redditizi) passati a scrivere per la televisione (jingle pubblicitari e sigle per telefilm) nel quale rivisitava con vigore il suo vecchio repertorio e aggiungeva nuove composizioni. Batdorf ha preso coraggio e si rifà vivo con Old Man Dreamin', album che conferma il suo background: un folksinger che va a lambire le corde dell'easy listening rock, del pop d'autore, di certo suono californiano di un tempo (tra Don Henley e i Doobie Brothers). Un lavoro di mestiere, c'era da aspettarselo, a cui partecipano ottimi musicisti come Greg Leisz (lap e pedal steel) e Phil Parlapiano (accordion). Batdorf si propone in amorose, innocenti ballate acustiche (Love All I really Know About It, Will I Love You Forever, l'accattivante I Thought I'd Try a Love Song) che mettono in risalto il gusto melodico e la bella voce (What D'Ya Got è davvero un singolo azzeccato con cui aprire la scaletta). È forse un disco poco appetibile per un pubblico maturo, che non sia veramente cresciuto dentro quella stagione musicale: testi e musica appaiono a tratti un po' troppo semplicistici e banali (That Don't Seem Right To Me, l'autobiografica Old Man Dreamin'), ma più in generale quando John Batdorf si mantiene sul piano acustico pare che riesca a risultare più naturale ed espressivo (Ain't No Way, I Will Rise). Solo per aficionados.
(Fabio Cerbone)

www.johnbatdorfmusic.com
www.myspace.com/johnbatdorf

     

Robert Bradley Blackwater Surprise
Out Of The Wilderness
(Quarter 2 Three Rec.  2009)


Ha avuto anche sfortuna Robert Bradley negli anni 90: quando grazie a Lenny Kravitz e similari il connubio tra black music e rock aveva raggiunto le charts, lui esordì nel 1996 con un disco che ancora oggi consiglio con forza (e che sorprendentemente i Gaslight Anthem hanno recentemente omaggiato, registrando una cover del singolo Once Upon A Time). Arrivò però evidentemente troppo tardi perché la sua carriera potesse prendere la giusta strada, e così fino a oggi la storia dei Robert Bradley Blackwater Surprise è continuata tra pochi dischi incerti e a basso budget. Out Of The Wilderness è il quinto della serie, ed è finalmente un ritorno ad uno standard qualitativo alto. Il suono pare lo stesso di sempre, anche se il produttore Bruce Robb (un veterano degli studi di registrazione fin dai gloriosi anni 70) ha voluto non sporcarlo troppo e il soul finisce per farla da padrone. Ritroviamo dunque le belle soul-ballads di un tempo, e se nell'esordio era California, qui l'highlight in materia si chiama Alabama, senza che il salto di confine abbia poi cambiato troppo la sostanza. Semmai stavolta si scopre una vena più romantica (Love You In The Daytime, Beautiful Girl, Good Times In My Life, Cryin' My Eyes Out), che non arriva magari alle levigate smancerie di certo Philly-sound, ma poco ci manca. I graffi arrivano con la micidiale title-track, la polemica Americaland e la sofferta Don't Pour Water, ruvide anche senza quelle chitarre ruggenti quanto la sua sgraziatissima voce che impolveravano i suoi esordi. Eppure questa nuova grazia acquisita con la maturità gli permette di uscire vincente anche da alcuni passaggi un po' banalotti (Gotta Find A Woman) che evidenziano i suoi noti limiti in sede di scrittura. Finale danzereccio con Everybody Wanna Party, e tutti a casa con quel gusto un po' retrò in bocca che non dispiace mai.
(Nicola Gervasini)

www.myspace.com

The Villains
The Villains
(DCM records 2009)


Da un primo sguardo alla copertina avrei giurato che si trattasse di un combo neo-rockabilly: la pin-up sembrava invitarci ad un party anni cinquanta in piena regola. Invece The Villains sono sei musicisti di Atlanta con un ricco palmares alle spalle, che dopo avere fatto da turnisti e di recente da backing band per Keni Thomas, si sono messi in proprio con questo omonimo esordio. Dan Call (basso, chitarre, voce) scrive gran parte del materiale, firma un paio di episodi insieme a Peter Stroud (dalla band di Sheryl Crow e collaboratore di Don Henley), producendo l'album con Chris Griffin e Russ Fowler, gente che ha lavorato con Live, Offspring e Stone Temple Pilots. Dunque la linea è decisamente mainstream e infatti le ballate e il pop rock dei Villains rimanda a certa radio Fm della seconda metà dei '70, ai Doobie Brothers e agli Eagles come padri nobili, con un pizzico di college rock fra le righe. I brani si difendono bene, Just Another Saturday Night e What a shame sono pop song con un'ottima cura delle parti vocali, il piano di Magno in evidenza e un suono cristallino delle chitarre che dimostra gusto e senso della melodia. Non posso dire altrettanto di You Don't Have to Say e in generale di una certa "leggerezza" di fondo che rende la musica della band decisamente troppo effimera. Si tratta di otto brani per una mezz'ora scarsa di musica, quasi un ep per concezione, ma mi pare già evidente come The Villains puntino più sul mestiere che sulla freschezza: Let's Forget About It Tonight ha un riff che avremmo sentito mille volte mentre Going Deaf for a Living è copiata pari pari da Swingin' di Tom Petty. Nonostante l'esperienza c'è di meglio in giro.
(Davide Albini)

www.thevillainsband.com
www.myspace.com/dancall

     

Hey Negrita!
Burn The Whole Place Down
(Fat Fox 2009)


Felix Bechtosheimer e Neil Findlay non mollano e lo spirito del disco che un anno orsono li aveva ritrovati in studio (l'uno voce e chitarra e l'altro batteria) emerge nuovamente in questo live, ben rodato e con altre canzoni, oltre a quelle dal già citato You Can Kick, 2008. Così il supporto vocale e chitarristico di Matt Old, col basso di Paul Sandy e l'armonica di Captain Bliss vincono ogni reticenza e sfoderano un così britannico roots'n'roll da far parlare l'Austin Chronicle di London's Creedence Clearwater Revival. Quanto a voce, Bechtosheimer non è certo Fogerty, ma salvo annose discussioni da cui non se ne esce (visti i contesti geografico - temporali totalmente differenti) il paragone calza in senso lato, piuttosto a dare un'idea dello stile sporcato, blues e "americana" della band col nome da una canzone degli Stones. Basterebbero già questi due riferimenti per capire gli orizzonti cultural - musicali del combo, salvo un'attuale e più evidente impronta alternative country che conferisce alle tracce la malinconia crepuscolare di più recenti riferimenti. Come le arie lontanamente western della ballata Rope già di produzione 2008, che ci costringe a riprendere evidenti riferimenti a Mark Knopfler ma anche a Johnny Cash, quest'ultimo di ritorno nell'appena successiva Here I Come con l'armonica di Mr. Bliss, piangente come un violino. E le strisce di un asfalto immaginario si muovono piuttosto veloci su Cold, sempre da You Can Kick, la più roots'n'roll dell'album (con Lay Me Down) ad aprire a una tornata di ballate, da Can't Walk Away a Fishin', evocanti inverni e praterie più vicine a un ritrovato approccio acustico e folk che non all'elettrico blues che il nome della band potrebbe far supporre. Burn The Whole Place Down è allora l'accompagnamento giusto di un giorno nebbioso: apprezzabile fin che spunta il sole (ma che stavolta, ahimè, non si è visto).
(Matteo Fratti)

www.myspace.com/heynegrita

Brett Saxon
A Castle Built Too Quickly
(By Land or By Sea 2009)


L'onestà prima di tutto, siamo d'accordo, ma ormai non basta più. Prendete Brett Saxon: folksinger tutto di un pezzo, chitarra e armonica, aria arruffata, canzoni secche e colme di poesia vagabonda, registrate in uno scantinato (si fa per dire, diversi studi fra Brooklyn, New York e Minneapolis) con pochi mezzi e molta partecipazione. Ne è uscito un disco dove l'anima folk è in primo piano: la batteria balbettante di "Crash" Gordon Piggott, il violoncello di Yoed Nir, Malissa Larson che addolcisce The Trees con la sua voce, poche altre comparse che non alterano l'autarchia di Brett Saxon e delle sue parole. Tutto questo non basta più semplicemente perché le lista delle novità di cdbaby - o di qualsiasi altra oasi indipendente dove far sopravvivere la propria musica "ai margini" - abbonda di scoperte più o meno miracolose, talenti sconosciuti, songwriter fatti in casa, musica fuori dai giochi. Il solo fatto di resistere e abbozzare un piccolo disco non è però garanzia di qualità: non se ne abbia a male Brett Saxon, è soltanto una scusa per una riflessione più grande di lui. Nello specifico A Castle Built to Quickly parla di una città grande dove perdersi, di rinnegati, perdenti, di protagonisti che si perdono in un mondo "cattivo" e corrotto (Lucky, We Didn't Care), dove non c'è posto per la poesia. Saxon tratteggia con un sguardo naif i suoi personaggi (Learning How To Leave) accennando un folk romantico e contenuto (River, The Trees), altre volte più vivace (Shakespeare's Finest), sempre tenendosi dentro i limiti della produzione casalinga e di bassa fedeltà. Con tutta la buona voltà, quanti dischi di questo tenore usciranno ogni mese? Appunto…
(Fabio Cerbone)

www.myspace.com/brettsaxon