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Brandon
Calhoon Satisfied
(Brandon
Calhoon 2010)
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Brandon Calhoon è un nuovo discepolo del R'n'R americano, quello classico,
stradaiolo, sfacciato e diretto come un pugno allo stomaco. Harleysta dichiarato,
attore (ha partecipato a diversi reality), Brandon è il classico "beautiful loser"(come
recitava Bob Seger) con quella voce soulful e carica che, in certi momenti, ricorda
Chris Robinson dei Corvi Neri. Dopo un 5 track Ep, "Detroit City", ci regala questo
Satisfied che è un sentito omaggio al Detroit Sound (sua città
natale, anche se ora risiede in California) dei '60 e '70; ci troviamo i suoni
Motown con tanto di fiati in My Hot e nella
grintosa titletrack, l'energia di Bob Seger in Last Night
in Texas, Motor Bike e Common
Ground e anche la carica adrenalinica dei Grand Funk Railroad con tanto
di cori in Burn Me Down. 12 brani per un'ora
di grande R'n'R con brani mozzafiato come Big Time
in duetto con la brava Alyssa Simmons, il southern rock alla Lynyrd Skynyrd di
Bus Stop Bench e Store
in The Corner e ballad da ultimo bourbon come la pianistica Daveena
o la conclusiva acustica Good Time To Change
(con Liz Mackinder alle voci). Appuntatevi il suo nome, Brandon è un altro cavallo
di razza su cui puntare. Sfrecciate liberi con la sua musica. (Emilio Mera)
www.myspace.com/brandoncalhoon
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The
Boxer Rebellion The
Cold Still
(Absentee/
Audioglobe 2011)
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Poniamo che il gioco sia quello di descrivere il terzo
album dei Boxer Rebellion (band pananglofona: due quarti di UK, un quarto
di USA , un quarto di Australia) senza nominare Radiohead (periodo pre-Kid A)
e Coldplay. Be', ci dichiariamo vinti in partenza. Influenze, derivazioni e agganci
sono chiari e esibiti, oltre che ben metabolizzati. Non sapremmo dire a chi si
rivolga oggi questo rock "medio", dal profilo genericamente alternative - dinamiche
sature, cantato intenso, spesso spinto fino al falsetto, liriche di ovvio esistenzialismo.
Sicuramente un target c'è, se è vero che il disco precedente è stato un piccolo
fenomeno di vendite digitali. Tanto che a tirare i fili della produzione la band
questa volta si è potuta permettere Ethan Jones (Ryan Adams, Kings of Leon...).
Il risultato non è poi male, nell'insieme. Però non riusciamo a scrollarci di
dosso la sensazione che i Boxer Rebellion stiano ai loro modelli un po' come i
Bush stavano ai Nirvana. Chi erano i Bush? Ecco, appunto. (Yuri Susanna)
ww.theboxerrebellion.com |
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Ep di sei brani per il musicista di origini spagnole meglio conosciuto come EvilMrSod:
El Cuervo Ep riunisce registrazioni a carattere acustico e di impronta
tradizionale, con una vena informale che coinvolge l'aspetto più folkie dell'artista.
Con la collaborazione attiva di Olivier Grauer alle chitarre e un paio di interventi
mirati da parte di Frederique Labbow al violoncello e Sean Moore al mandolino
e banjo, il disco è stato concepito a Berlino, seconda casa per EvilMrSod, e pubblicato
anche in serie numerata e confezionata a mano. Dettagli per i fan insomma. Per
gli altri invece possiamo ribadire la dedizione, già ravvisata in Devil's
Right Hand del 2009, verso le radici del suono roots
americano, questa volta con meno irruenza. Boy, You're
Gonna Be Alright è una semplice country song; $606
gira dalle parti dell'attuale rinascimento old time alla Old Crow Medicine Show;
I'm Gonna Disappear e No
Tomorrow suonano più scure; Elvis Made Me
What I Am Today è una confessione ingenua a tempo di ukulele; I
Love The Way You Hate Me chiude a tempo di blues. Cercate il precedente
e nel caso approfondite. (Fabio Cerbone)
www.evilmrsod.de |
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Mike
Stout Americana
Dreams - Keeping the Promise
(Blue
Collar Music 2010)

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Giustizia sociale, libertà e uguaglianza nella terra delle contraddizioni: Mike
Stout ci crede e il suo Americana Dreams è un compedio di folk
rock di protesta e ballate dal cuore blue collar che cita apertamente Pete Seeger
e Woody Guthrie come punti di riferimento. Già con la chitarra a tracolla e il
desiderio di cambiare il mondo nel '68, Stout suonava al Gaslight di New York
in piena confusione post- Dylan: quarant'anni dopo e molta strada sotto i piedi,
un lavoro in acciaieria e infiniti sit-it, la sua musica continua ad animarsi
di quella passione. Per fortuna riesce e a non impantanarsi del tutto nelle paludi
di un folk asciutto e pedante, tutto verbosità e scarsa composizione, preferendo
coinvolgere numerosi musicisti e sconfinando persino nel rock puro e duro (We
Need a New System). Certo qualche presa di posizione risuona un po'
ingenua (o siamo noi diventati troppo cinici?), ma un paio di ballate strappano
il sorriso e il country rock a tempo di fiddle di Maida
and Annie potrebbe attecchire nelle classifiche a tema Americana (il
titolo non mente). Generoso insomma, ma per passare dal pensiero all'azione...
(Fabio Cerbone)
www.mikestoutmusic.com
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| Honky
Tonkitis Deep
End of the Bottle (Honky
Tonkitis 2010)
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Dovrebbe essere chiara a tutti - a cominciare da titolo, copertina e nome della
band - la natura spiritosa e scanzonata di questo sestetto del Wisconsin, titolari
di un country rock da balera dove honky tonk d'annata, western swing, ricordi
di Bob Wills, Hank Williams e del primo Johnny Cash si mescolano ad eroi minori
o figure di culto della tradizione americana. E' difficile però convicervi delle
buone qualità musicali degli Honky Tonkitis, almeno che non siate strettamente
dediti a frequentare questo genere di spacconate da bar americano: me ne rendo
conto, ma continuo a pensare che canzoni come C'mon,
Baby, Get it Off Your Chest, You Will Find
Me In the Deep End of the Bottle (un classico istantaneo, a giudicare
dal titolo), I Need More Makeup, Which
Are You First: Drunk or Stupid, Drinking Beer
Leads to Harder Things e via di questo passo, siano qualche volta un
toccasana per non prendersi troppo sul serio, anche nella musica delle radici.
Detto ciò, è evidente che sarebbe meglio assistere ad uno show degli Honky Tonkitis
(ci si diverte, ne sono sicuro) e non passare in rassegna sedici brani di stretta
osservanza, con contorno immacabile di pedal steel, violino, chitarre twangy e
un accordion a tempo di polka. (Davide Albini)
www.honkytonkitis.net |
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Kete
Bowers Road
(Kete
Bowers 2010)

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Con la carta di identità siamo a Liverpool, ma nell'anima e nei suoni potremmo
essere in Texas, l'orizzonte infinito e un sole pigro al crepuscolo. Road,
prima raccolta di inediti a firma Kete Bowers raccoglie ballate sornione,
country rock d'autore e suoni rarefatti nella tradizione dei vari troubadour texani
(primaria influenza di penna e di arrangiamento), mettendo in fila dieci canzoni
che sono innanzi tutto ricordi personali (dall'amata nonna Isobel a situazioni
più intime evocate in Regret e Shine).
La pedal steel dal pedigree d'eccellenza di Bj Cole dona lustro a un disco
sussurrato e morbido nei toni, che sfiora il border nella brillante Shine (l'accordion
è di Roger Eno) per avventurarsi in materiale più squisitamente roots con Gold
(John Prine ringrazia), sempre attenendosi alla formula collaudata. Il fatto che
Kete Bowers sia inglese è solamente una nota di colore, si sarà capito: quello
che gli manca per un salto nella prima serie è forse una migliore regia produttiva,
che non sacrifichi qualche brano dalla resa fin troppo spartana. Un dettaglio,
perché le canzoni ci sono tutte. (Fabio Cerbone)
www.reverbnation.com/ketebowers
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