Shortcuts #164: Jim Bianco; Peadar King; Gwendolyn; Shaney McCoy; Flint Zeigler; Dan Krikorian

Jim Bianco
Loudmouth
(Jim Bianco  2011)


Capita che durante un happening estivo di vari musicisti tenutosi a Pusiano, tra nomi più o meno noti, ad un certo punto sia apparso un certo Jim Bianco, un ragazzone che ha catturato l'attenzione di tutti con un breve set acustico, tra pezzi originali e una Kiss di Prince in versione folk. Capita così di scoprire un artista indipendente newyorkese che ha appena pubblicato il suo terzo album, 34 minuti auto-prodotti che dimostrano un autore davvero particolare e una fantasia di soluzioni davvero invidiabile per un indipendente. Loudmouth è un piccolo gioiellino che sarebbe davvero un peccato perdersi, probabilmente il disco che Dirk Hamilton non è più capace di fare (e But I Still Want You è la ballata soul che aspettiamo invano da lui ormai da tanto tempo), semplicemente perché forse non si è degnato di ascoltare Paul Thorn (Home) o Jackie Greene (Talented), per sparare due nomi del decennio scorso che possono essere ritrovati in questi solchi. Quello che però è Jim Bianco al 100% è il vocione baritonale, apparentemente sgraziato, ma ben utilizzato sia nelle slow-song con tocco soul (frequente l'uso dei fiati) come Take You Home, Slaughter o Ok, I Suppose, sia nello splendido scioglilingua di Elevator Operator. Da tenere d'occhio.
(Nicola Gervasini)

www.jimbianco.com

Peadar King
The Shadowlands
(PKM 2011)


Dalla dimenticata isola di Inishbofin, ovest dell'Irlanda, la voce leggemente baritonale di Peadar King cuce insieme un folk rock dai tratti eleganti, melodici, dove l'intreccio di chitarre acustiche, pianoforte e archi costruisce il tappeto ideale per la sua interpretazione. Pregio e difetto di un disco, The Shadowlands, dall'indubbio fascino (a cominciare dall'orizzonte brumoso in copertina), costretto però dentro uno schema alla lunga ripetitivo. King è al secondo episodio discografico, dopo che l'esordio The Nature of Flaws ha suscitato l'interesse nazionale e il plauso di alcuni colleghi (Hothouse Flowers ad esempio). Per diverse stagioni attivo sulla scena folk di Galway, quindi trasferitosi in Francia in cerca di fortuna, Peadar King torna sui sentieri d'Irlanda senza cedere eccessivamente al suono regionale: la sua musica si colora di poesia, attraverso ballate che riflettono persino i colori grigi di certo folk americano della costa Ovest (Dark Days, Five easy Pieces) nonchè accenti rurali (Believe Me), ma nella maggior parte dei casi si adagiano su cadenze autunnali, sospinte dagli aggraziati arrangiamenti nella pianistica The Stars Alone e in I Will be Whatever.
(Fabio Cerbone)

www.peadarking.com

   

Gwendolyn
Bright Light
(Wispersquish  2011)


Quello che più attrae nell'ascoltare quest'ultima fatica per la (nuova) country girl Gwendolyn è la sensazione di freschezza e innocenza trasmessa dalla sua voce. Da L.A. Gwendolyn Sanford, poetessa e cantante è al suo quarto album dopo tre precedenti raccolte che esploravano altri territori, muovendosi tra il folk di matrice americana (da Bob Dylan a Joan Baez) e quello di matrice inglese (da Nick Drake alla Incredible String Band). Bright Light segna un cambio di coordinate verso il country che tanto ricordano la freschezza delle giovani Dolly Parton e Loretta Lynn. E' accompagnata da una band di primo livello della scena country di LA (Brandon Jay, Douglas Lee e Robert Petersen) e vede ospiti illustri come Tony Gilkynson (fratello di Eliza) alle chitarre. L'iniziale Discover Me apre le danze con un country jodel dal ritmo solare seguita dalla title track, una dolce folk ballad dai sapori antichi. Se Tater Tots & Whisky Shots, Plants e Monster in My Heart rimandano all'ultima Zoe Muth, Shake A Leg ci riporta nel dancefloor con i suoi irresistibili suoni bluegrass contornati da violino e mandolino. Sono la finale Let The Light, la malinconica Sing This Song e Durango a rubare lo scenario come le migliori ballate della raccolta. Fattevi catturare dalla sua dolce voce.
(Emilio Mera)

www.myspace.com/gwendolynmusic

Shaney McCoy
Bridges I Can't Burn
(Shaney McCoy  2010)


L'esordio discografico di Shaney McCoy arriva dopo diversi anni di esibizioni, sia con il suo attuale trio acustico, sia come leader e cantante di un quintetto di ispirazione country. Dall'Arizona, dove ha fatto la gavetta per un decennio buono nei locali dello stato, all'attuale residenza nella zona nord dello Utah, Shaney McCoy ha affinato con pazienza certosina le sue ballate di impronta classica. Direi infatti che non usciamo dal seminato di un prevedibile country folk d'autore, seppure onesto e ben suonato (bravi Michael Dowdle agli strumenti a corda e Kate Macleod al fiddle), con atmosfere rigorosamente acustiche, percussioni lievemente accennate e una limpida interpretazione, tipica per il genere. Purtroppo non si notano canzoni memorabili e data la grande abbuffata di pubblicazioni a tema tradizionale, servirebbe proprio un brano, una voce o una personalità fuori dalla norma per attirare la nostra attenzione. Bridges I Can't Burn, title track compresa, a cui aggiungerei la bluesy Stop it Some More e I Feel Good, non sono sufficienti a garantirci tutto questo e la differenza con altre colelghe si sente.
(Davide Albini)


www.shaneymccoy.com

   

Flint Zeigler
Marks of Another Year
(Flint Zeigler  2011)


Cinque brani, un ep di venti muniti scarsi per testare limiti e possibilità dopo l'abbandono dei Grantham Road, una delle tante rock'n'roll band sparse nella provincia americana. Non sapevo nulla sinceramente di Flint Zeigler e del suo gruppo (Parade l'unico cd all'attivo), ma se il buon giorno si vede dal mattino Marks of Another Year ci introduce un ottimo autore per i prossimi anni. Colpisce il suono chitarristico, un recupero di certo roots rock stradaiolo che ormai si fatica a scovare nelle nove generazioni, tutte impegnate nel recupero del folk, delle radici acustiche, dell'old time. Qui invece The Rose incrocia un potente organo e chitarre che rimandano a Neil Young, alla stagione del primo vitale alt-country, ai Whiskeytown più acerbi, persino a certo rock americano un po' grungy (Kevin Salem ad esempio, il primo Matthew Ryan, che risuonano nella title track e Ocean Laughter) e decisamente crudo (HoldKissKill). Il tono scuro, la voce rauca, i racconti malinconici (Soldier Song) conquistano al primo istante: Zeigler è un rocker che parla con l'anima e gli occorrerebbe soltanto qualche santo in paradiso che lo aiuti a mettere insieme quel disco e quella produzione che meriterebbe.
(Davide Albini)

www.flintzeigler.com

Dan Krikorian
Windsor Blue
(Georgia Reign 2011)


Tenui colori pastello sulla copertina di Windsor Blue, terzo lavoro solista del californiano Dan Krikorian da Orange County, ormai habitué dei piccoli circoli locali dove il suo nome sta crescendo. Lo ritroviamo a due anni di distanza da Colors and Chords con un suono ormai delineato, un folk rock solare e dalla naturale inclinazione pop che non si vergogna di cercare la ballata accattivante, il motivetto dolce che mischiando bene le carte (pianoforte, chitarre acustiche, una spruzzata di fiati e voci) potrebbe fare breccia negli ascoltatori. Ci riesce in Isabelle e New York City Day, lambendo lo zucchero di certa west coast in una sintomatica California. Al disco partecipa ancora la crema della scena roots losangelina e non solo, tra cui Shawn Nourse (I See Hawks in L.A.) e Bob Boulding (The Young Dubliners), anche se Windsor Blue coinvolge per la prima volta con più efficacia la band personale di Krikorian, dove spicca Mike Teague alle chitarre. E così la professionalità e leggerezza del sound folkie dell'album si fa rispettare, pur senza incassare canzoni memorabili: Wait, Goodbye Waltz o la stessa Windsor Blue suonano come versioni più edulcorate e meno estrose di un Josh Ritter, sulla scia di uno dei tanti discepoli del folk pop contemporaneo.
(Fabio Cerbone
)

www.dankrikorian.com