Shortcuts #165: Hymns from Home; Anna Coogan; Josh Rouse; Danny & The Champions of the World; Theo Sieben; Diego Garcia

AAVV
Hymns From Home
(Hemifrån  2011)


Terzo episodio di questa particolare serie di compilazioni legate a doppio filo con la scuderia Hemifran, attivissimo promoter scandinavo di ottima musica d'autore americana, con una predilezione per la tradizione west coast, il folk rock e la roots music. Hymns from Home prosegue sul tema trattato dai precedenti lavori, raggruppando grandi stelle e perfetti sconosciuti, anche se questa volta c'è una prevalenza di talenti minori e soprattutto di un suono più orientato alla ballata a al generico sound acustico. Ciò mi pare renda il disco più uniforme e gradevole nel suo percorso: quest'ultimo è diviso in una sorta di sequenza di capitoli (Angels & Stars, The New Free World, Eternal Miracles, Keep on Dreaming), dove si alternano alcuni songwriter caliorniani di culto come Greg Copeland e Jd Souther, star di prima grandezza del folk come Judy Collins (ma la sua How Can I Keep From Singin? è tra le meno digeribili) e interessanti gregari tra cui si distinguono Keith Miles, Steve Noonan e i giovani Dan Krikorian e Klas Qvist in arte Citizen K, che chiude il disco con una She Will (The Hymn) decisamente Beach Boys- dipendente. Venti brani in tutto e nella mischia spuntano anche il buon Elliot Murphy con The Eternal Highway e la sempre brava cantautrice sudista Kate Campbell con Free World.
(Davide Albini)

www.hemifran.com

Anna Coogan
The Wasted ocean
(Yeah Like Yeah 2011)


Dieci fragili, tenere tracce che ruotano intorno al mondo dell'indie folk e della ballata rurale più sognante: Anna Coogan segue il sentiero tracciato da The Nocturnal Among Us asciugando ulteriormente il suono in funzione della sua scrittura evocativa e decisamente ancorata alla lezione del nuovo folk contemporaneo, lo stesso di tante agguerrite colleghe. Qui forse una parte del problema: deliziosamente interpretato e prodotto con ottimi musicisti della scena indie di Seattle, The Wasted Ocean si infila in un cul de sac dove molte, troppe autrici stanno sgomitando. Ispirato dall'amore per il mare, dai canti della tradizione marinaresca e dallo stesso lavoro della Coogan (biologa di ritorno da uno studio sulla popolazione dei salmoni dell'Alaska), il disco sceglie una sola tonalità per l'intera tela: dalla dolce malinconia di The Sons Will Join ther Fathers alla forma più agreste di Love Without Strings non sono previsti cambi di ritmo eccessivi. La collezione della Coogan prevede piuttosto carezze roots in Come Ashore, Love con il dobro di Colby Sander e veri e propri salmi acustici, come in Come the Wind, Come the Rain, solo voce e violino (Eyvind Kang). L'effetto culla un po', ma tende anche a ripetersi.
(Fabio Cerbone)

www.annacoogan.com

   

Josh Rouse
Josh Rouse and The Long Vacations
(Bedroom  2011)


Gli album di Josh Rouse sono come i titoli di testa dei film di Woody Allen: sempre uguali da anni. Canzoni brevi, durate complessive sempre sotto i quaranta minuti (qui siamo poco sopra i 25...) e una generale attitudine al modesto, il leggero, il soffice e sussurrato. Una ricetta che nei primi anni ha sorpreso e regalato, se non capolavori, perlomeno titoli come Dressed Up Like Nebraska, 1972 o Nashville che ancora oggi meritano di essere rivisitati di tanto in tanto. Da qualche anno però la formula è caduta in una stanca ripetitività, e l'aver puntato sul taglio autobiografico fin dal precedente El Tourista (lui ora vive in Spagna, dove ha trovato nella bella Paz Suay l'amore di una vita) ha spostato solo il target stilistico dal country/folk con vaghe tinte soul dei primi anni, verso il mondo dei ritmi latini, ma senza cambiare poi troppo il succo del discorso. Josh Rouse and The Long Vacations inizia là dove finiva lo sforzo precedente, da 9 piccoli brani che si muovono lascivamente tra percussioni e sfumature jazz, strizzatine d'occhio al beach-pop alla Jack Johnson e pochi brani di sostanza. Tanta classe, suoni perfettini, una matematica precisione che fa si che tutta la seconda parte del disco sia composta da brani che durano esattamente 3 minuti e dieci secondi, e dunque tanta noia fortunatamente di breve durata.
(Nicola Gervasini)

www.joshrouse.com

Danny & The Champions of the World
Hearts & Arrows
(Silva Screen  2011)


C'erano una volta i Grand Drive, risposta inglese all'onda alt-country americana che regalarono scampoli di accorate ballate dalla terra di nessuno, animando un po' il sottobosco della scena londinese. Da qualche anno Danny Wilson ha lasciato al proprio destino la creatura ideata con il fratello Justin, per avventurarsi nel collettivo di Danny and the Champions of the World. Hearts and Arrows è il disco che imprime una svolta nella discografia recente della band: cambiata radicalmente la line up, concentratosi sull'anima rock stradaiola e abbandonata la conduzione un po' naif della sua carriera, Wilson indossa una camicia a scacchi e imbraccia totalmente lo spirito blue collar. Lui dice di essersi ispirato al '76 o giù di li: Dr Feelgood e Tom Petty le nuove guide spiriturali, ma Ghosts in the Wire, Soul in the City, Too Tough to Cry, per non parlare di On the Street (una specie di Atlantic City camuffata) suonano come piccoli sunti per gli orfani springsteeniani, compreso di tanto in tanto un vibrante sax. Grande cuore rock'n'roll dunque e chitarre alzate con orgoglio, senza troppi calcoli di originalità, anche se in fondo Heart & Arrow e Can't Hold Back non cadono molto lontano dalla pianta dei più fortunati Gaslight Anthem, solo un po' meno irruenti e punk. Nostalgico da morire e quindi gradevolissimo...non è una contraddizione.
(Fabio Cerbone)


www.dannyandthechamps.com

   

Theo Sieben
Until Grass
(Dying Giraffe  2011)


Canzoni in equilibrio precario quelle di Theo Sieben, chitarrista olandese di educazione classica (ma dice di avere studiato composizione solo per "sopravvivere") con un debole per la tradizione americana, il folk più stralunato e soprattutto il fai da te artistico. Until Grass è infatti un prodotto costruito in una baracca (la stessa della copertina), seguendo la filosofia della bassa fedeltà, ma stando bene attenti a non perdere il senso ultimo della canzone: sarà per questo che non suona affatto raccogliticcio. Sieben maneggia gran parte della strumetazione, chiamando qualche ospite all'occasione (soprattutto il fiddle di Judith Kolen): l'esito pare una versione rurale degli Sparklehorse, una old time music passata nell'acido e con qualche influenza soul e gospel. C'è persino una dolcissima cover di Coalminer's Blues di Doc Watson, ma ogni brano sprizza un fascino impreciso, storto, arrivando a coinvolgere persino fiati, clarinetti e ammenicoli vari in Great!, Gloria e 12 Bar Blues. Poor, Lonely Father e A Risen man sono una rivisitazione indie folk della tradizione appalachiana, mentre Sound of the Stone renderebbe orgoglioso il buon Howe Gelb (Giant Sand).
(Fabio Cerbone)

www.theosieben.com

Diego Garcia
Laura
(Nacional 2011)


Prova la carta del disco solista votato ad un tenue folk(-pop?) Diego Garcia, leader degli Elefant, paladini negli primi anni 2000 di un ritorno alle atmosfere dark dei primi anni 80, e forse per questo piccoli anticipatori del revival del decennio di questi ultimi mesi. Prodotto, arrangiato, ma soprattutto interamente suonato da Jorge Elbrecht, leader dei Violens, Laura è un disco che cerca i toni autunnali insistendo molto su una sezione archi ottenuta sovra-registrando più parti suonate da Daniel Bensi, unico session-man accreditato nell'album. L'effetto è sicuramente suggestivo, ma basta anche solo ascoltare la sinuosa e melodica Nothing To Hide per capire come questi toni foschi si scontrano un po' con una scrittura (e anche degli impasti vocali) che restano comunque ancorati ad alcuni clichè pop di trent'anni fa. E' probabile che secondo lui Laura sia un ottimo omaggio ai cantautori degli anni 60, magari contando sul fatto che tutti riconosciamo nell'arpeggio di Separate Lives un'eco della Everybody's Talking di Harry Nilsson, o magari ci aspettiamo di scoprire che la title-track possa anche essere stata una vecchia hit di Nancy Sinatra, così come è facile cercare segni di Scott Walker nella tragedia di Stay, ma alla fine il risultato sa più di esercizio di stile, che non va oltre l'aggettivo "curioso".
(Nicola Gervasini
)

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