Shortcuts #167: ahab; Hannah Miller; The Noise Revival Orchestra; Corey Hart

ahab
Kmvt
(Navigator Records  2011)


Potrebbero diventare una delle nuove sorprese della scena Americana in terra inglese: il quartetto degli ahab, rigorosamente in minuscolo, stanno bruciando le tappe (da busker di strada ad un tour nazionale nel 2011) e preparando il terreno per un vero e proprio esordio previsto nei prossimi mesi. Nel frattempo, per tenere alta l'attenzione, danno un primo assaggio grazie ai cinque episodi raccolti in Kmvt, ep prodotto niente meno che da John Leckie (Radiohead, Bellowhead, Los Lobos) e sponsorizzato da Rob Harris della BBC, che li ha voluti ad ogni costo sulle frequenze radio per il lancio ufficiale del disco. Sorta di riuscito incontro fra tradizione folk inglese e fragranze roots americane, la musica di Callum Adamson e Dave Burn, principali autori e voci degli ahab, suona un po' come se Mumford & Sons avessero preso lezione dai Jayhawks: Wish You è un folk rock cristallino che sprizza armonie figlie dei Byrds, Lightin' Bug una capricciosa (e contagiosa) filastrocca dal cuore country rock californiano, che scolora nella gemella Docker's Hands. Quasi suprefluo sottolineare il ruolo delle parti vocali e la spinta melodica del quartetto, che nel finale trova anche una piacevole digressione nel suono più scuro di Call a Waiter, anche se la chiusura di Where's the One You Love fa un po' troppo il verso ai Fleet Foxes per risultare sincera. Incoraggianti: vediamo cosa combinano con il vero e proprio debutto.
(Fabio Cerbone)

www.ahabofficial.com

Hannah Miller
O Black River
(Hannah Miller 2011)


Secondo di una serie di tre ep previsti nel giro di un anno O Black river è il primo impatto che abbiamo con la cantautrice del South Carolina Hannah Miller. Voce folk sussurrata e portamento soul, i suoi brani sono intrisi di una chiara matrice sudista, pur rivestiti di una certa eleganza che giustamente ha fatto scomodare qualche paragone con colleghe contemporanee più blasonate, da Feist a Brandi Carlile, anche se ci azzardiamo a riferire il nome di Kathleen Edwards, magari quella più intima a folkie, come principale riferimento. Il disco è prodotto a Nahsville da Neilson Hubbard (già collaboratore di Matthew Ryan) con ottimi musicisti di area indie rock e Americana. L'incontro di queste diverse sensibilità si riflette positivamente sulle session: la title track apre con un accorato canto di educazione gospel, mentre To the Swift sfodera un organetto sixties e un'atmosfera più sensuale per finire nelle braccia southern soul di Bleed Out e della deliziosa Elijah. Le ambientazioni scelte sono sempre molto pacate, morbide e l'effetto generale suscitato è quello di un disco omogeneo pur nella sua breve durata, perfetta sintesi dello stile della Miller. Non è ancora una prima della classe, ma ha dei numeri.
(Fabio Cerbone)

www.hannahmillermusic.com

   

The Noise Revival Orchestra
Songs of Forgiveness
(Brian Keane  2011)


Fresca, divertente, curiosa, eccentrica, votata al multitasking (nel senso di un continuo barcamenarsi tra un genere e l'altro): è la Noise Revival Orchestra, large-band di dodici elementi guidata dal compositore Nathan Felix che porta alla estreme conseguenze la macedonia formale di gruppi come Animal Liberation Orchestra o Culver City Dub Collective in un'atmosfera di rigenerante libertà creativa. Songs Of Forgiveness è il loro quinto lavoro e, sebbene non possa giurare sia il migliore, di certo non dovrebbe dispiacere a quanti, anno dopo anno, si sono appassionati agli screening melodici di Paul Simon, alla grandeur dei Polyphonic Spree e, più in generale, a tutta la musica pop in grado di intrecciare ricerca e piacevolezza negli stessi gesti. Nella scrittura di Felix, stavolta maggiormente orientato verso una dimensione acustica (ascoltate l'intenso folk da camera di When I Was 8), c'è anche parecchia musica da film. Rispetto al passato, l'andamento dei brani della Noise Revival Orchestra si è fatto meno sperimentale e più attento alle sfumature delle canzoni: Dance The Night Away inizia in pratica citando una qualsiasi canzoncina da classifica à la Linda Perry per evolvere in un tumultuoso (e delizioso) racconto per archi e percussioni spumeggianti. Il brano più bello si intitola Sapphire e, oltre a chiudere il piccolo extended, mette in mostra la sopraffina malinconia del violino di Warren Hood. Alle canzoni e alle suggestioni di Songs Of Forgiveness ci si abbandona con dolcezza, e l'unica ginnastica messa in pratica tra i suoi brani è quella del cuore.
(Gianfranco Callieri)

www.thenoiserevival.com
www.musicreleaser.com/NoiseRevivalOrchestra

Corey Hart
Winter Bones
(Corey Hart 2011)


Cinque brani, una bella promessa da mantenere: se il buon giorno si vede dal mattino Corey Hart è un nome giovane e interessante da segnarsi sul tacuino dei numerosi folksinger che animano queste stagioni. Da qualche parte fra la passionalità vocale di Ray Lamontagne e il folk rock forbito dell'ultimo Ryan Adams, il suo orizzonete è già ben delineato e questo Winter Bones offre una fotografia perfetta del talenti di Hart. Dal freddo Wisconsin un autore che ha già costruito un buon seguito regionale e si è esibito di spalla a qualche bl nome dell'attuale scena roots: le tracce catturate presso gli Smart Studios sono rigorosamente live, con un approccio molto rilassato che coinvolge il fiddle di Ida Jo, le chitarre di Josh Tovar e il mandolino di Chris Wagoner. La formula ne risulta brillante, sia nel luccichio elettro-acustico di Extinguish, sia nei tratti più rustici e decisi di Blue Mountain Thistle e Paper Fins, dalla cadenza alt-country, oppure in quella liquida Shoor Me Up che avrebbe ben figurato sull'ultimo lavoro del citato Lamontagne. A questo punto vogliamo di più.
(Fabio Cerbone)


www.coreyhartmusic.com