
Il roots-rock è di casa in Europa? Lo andiamo constatando
da tempo e il nuovo lavoro solista di questo rocker svedese conferma
la regola. Non è la prima volta che incontriamo con favore
le proposte della piccola etichetta locale, la Dusty
Records. Ove Wulff è il leader degli
ottimi Enzendoh, il cui rock dalle timbriche stradaiole ci aveva
conquistato lo scorso anno. Tale of The Scorpio
rappresenta la classica parentesi solista di un autore a cui il
recinto delle band sta un po' stretto. In realtà il disco
non cambia una virgola del suo stile: dodici brucianti rock da
strada maestra, divisi fra sventagliate elettriche e ballate da
grandi spazi che citano a profusione Mellencamp e lo Steve Earle
operaio di metà anni ottanta. Copertina e packaging vanno
al risparmio, la produzione si arrangia come può, ma il
contenuto ragazzi è di tutt'altra pasta. Accompagnato da
musicisti rigorosamente made in sweden, Wulff è
un rocker dal cuore tenero, che prima colpisce duro (Happy
as a Clown) e poi cede al romanticismo (I Wont Tell
o 20010911, dedica alla tragedia delle Twin Towers). Le
cose migliori saltano fuori nei momenti più rootsy e polverosi
(A Train Rolling Home, The Light in Your Eye), ma
è tutto il disco che gira a meraviglia. Peccato non abbia
mezzi più consoni in fase di registrazione: potremmo vederne
delle belle.
www.dustyrecords.se
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Parlando nuovemente di feeling tra
le strade secondarie del rock americano e i musicisti europei,
non si può fare a meno di notare la fervida scena olandese,
che, al pari della Germania. rappresenta una seconda patria per
molti outsiders, ma allo stesso tempo genera interessanti songwriter
in casa propria. E' il caso di Ad Venderveen, con The
Moment that Matters all'esordio importante in casa Blue
Rose. La sua carriera parte in realtà da molto lontano,
primi anni novanta, come leader dei Personnel, country-rock band
con all'attivo due album su major, e prosegue come solista attraverso
un'intensa produzione (otto dischi dal '93 ad oggi). Anni in cui
esperienza e amicizie si rinsaldano fino a raggiungere il suono
nostalgico del nuovo disco, un omaggio palese all'opera di Neil
Young. Accompagnato dai fedeli The O'Neils, Vanderveen
ospita in studio Ian Matthews, David Olney ed Elisa
Gilkynson tra gli altri, assicurandosi un prodotto di qualità:
ballate folk malinconiche (Old Friend Loneliness, Another
Brother Gone) e svisate elettriche degne dei Crazy Horse,
The Moments That Matters si colloca al bivio tra la dolcezza di
Harvest Moon (Lottery of Love) e l'elettricità di
Ragged Glory (Cry, con un solo mozzafiato, Rock'n'roll
Ain't Dead), ripetendo con competenza la lezione. Poca originalità
forse, ma le canzoni stanno in piedi da sole.
www.bluerose-records.com
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P.J.
O'Connell
Happy
Go Lucky
Edisun 2002
 
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P.J. O'Connell ha ottenuto qualche
minuto di gloria con la sua personale rock'n'roll band, i Flying
Pigs verso la fine degli anni novanta, un buon appoggio della
stampa locale del North Carolina, ed un istinto che lo porta ad
intraprendere un'incerta carriera solista, avviata con il positivo
Dream Life nel 2000. Basta circondarsi degli amici giusti e si
puņ tirare avanti anche senza infilare un hit e continuando a
proporre la propria versione di rock'n'roll. Sentendo i ganci
melodici, le secche chitarre elettriche, il piano saltellante
e le ritmiche un po' sghembe di Happy Go Lucky si
intuiscono legami profondi con la "british invasion" degli anni
sessanta (Holiday, Station Blues), e un consumo
smodato di quell'intelligente versione pop-rock proposta una ventina
d'anni fa da personaggi quali Marshall Crenshaw, Dave Edmunds
o Elvis Costello. Tra l'altro la stretta collaborazione intrapresa
con i leggendari NRBQ (il disco viene pubblicato per la loro piccola
label indipendente Edisun) conferma la sensazione di una raccolta
di svelte canzoni a cavallo tra radici rock'n'roll, pop sbarazzino
e persino echi di new-wave (My Direction). Un disco spensierato,
ma che spesso da l'idea di essere raccogliticcio, impreciso ed
troppo votato all'improvvisazione. La voce di O'Connell non č
sempre in grado di sostenersi da sola: resta la sensazione di
un lavoro incompleto in fase produttiva e con troppe idee gettate
nella mischia.
www.pjoconnell.com
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Non ci siamo sbagliati, la data di realizzazione è proprio
il 2000, dunque non esattamente una novità, ma shortcuts
esiste anche per questi recuperi fuori tempo massimo. L'occasione
per dedicare qualche nota a questo nutrito combo alt-country di
Richmond, Virginia, ci viene offerta dalla recente scoperta della
Planetary records, etichetta locale che ci ha offero le piacevoli
sorprese di Meanflower
e Shiners.
Formatisi intorno alla figura del vocalist ed autore Louis
Ledford, hanno debuttato nel 95 con Wasted Words, imponendosi
tra i primi protagonisti della "rivoluzione" no depression.
Band minore certo, ma sono proprio queste piccole realtà
a fare grande la periferia rock americana. Recckless Wheels
è un delizioso ritratto roots provinciale, che mette in
mostra l'eclettismo della band e la strumentazione elettro-acustica
di grande fascino (in formazione anche un sax ed un clarinetto).
Si parte con i classici profumi honky-tonk di I'll Be Gone
e Dead Girl Song, e potremmo pensare ad un gruppo del Texas,
poi arriva la dolce malinconia country della title-track, davvero
un piccolo gioiello, e finiamo da tutt'altra parte. Big Fat
Moon sembra cabaret alla Tom waits, Nobody Knows But Me
un traditional di Jimmie Rodgers in versione swing, mentre nel
finale si ritorna alle radici. Stringato e rigorosamente suonato
live, Reckless Wheels piacerà agli amanti del roots-rock
più defilato
www.planetaryrecords.com
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