Shortcuts #171: Willem Maker; Booka and The Fleming Geckos; Kelly Pardekooper; Marc Carroll; Gary Hunn; Stephen David Austin

Williem Maker
Agapao
(Willem Maker  2011)

cubist blues


L'idea di una "southern-rock trance music" è tanto affascinante quanto complicata da spiegare a parole: Williem Maker prova a metterla su disco, in un'opera autarchica dove il musicista dell'Alabama, uno dei talenti più nascosti della nuova onda "sudista", suona e produce l'intero disco in solitudine. Ma niente bassa fedeltà, sia chiaro, perché fra chitarre di ogni sorta, pianoforti, effetti di ambiente, Agapao è un ricco, lungo excursus fra blues psichedelici, schizzi di tradizione, ballate dal cuore gospel e dalla struttura ipnotica (Junior Kimbrough un riferimento indiscutibile). Uno strano matrimonio musicale quello di Maker, che già ci aveva sorpreso nell'ottimo New Moon Hand uscito per la Fat Possum nel 2009 e valorizzato dalle presenze di Jim Dickinson e Alvin Youngblood Hart. Questo Agapao è passato un po' in sordina la scorsa primavera, autogestito e senza contratto, ma con intenti artistici assai simili: Changelin e The Freq restituiscono subito il "sentire" di questo strano ibrido fra indie rock onirico e cadenze blues, spostandosi di tanto in territori più rustici che vanno dal vero e proprio linguaggio southern (Yeah) a rifugi acustici che conservano i tratti ripetitivi del canto di Maker (1001, Dead Inside (Aha), Ten Directions, la stessa Agapao con slide dai tratti cooderiani). Il vero tallone d'Achille forse l'eccessiva durata, che non gioca a favore di una musica così circolare.
(Fabio Cerbone)

makerworks.com

Booka And The Flaming Geckos
The Not So Meaningful Songs...
(Loudhouse 2012)

desert music, country-bluegrass


E chi l'ha mai detto che la musica roots non possa anche svolgere funzioni da ambient-music? Abituati a considerare il suono rurale non certo come "musica da aeroporti" (per dirla alla Brian Eno), si rimane spiazzati quando si ascolta un prodotto come The Not So Meaningful Songs In The Life Of Jeremy Fink, cd di una fantomatica formazione chiamata Booka and The Flaming Geckos. Che altro non sono se non la creazione di Booka Michel, specialista in percussioni e conga sentito spesso ad accompagnare Butch Hancock o eroi "minori" come Troy Campbell, Paul Metsa e David Olney, il quale nel 2009 ha dato vita a questa strana formazione per confezionare una colonna sonora di un film indipendente (Baghdad Texas, del regista David H. Hickey ). Un connubio riuscito, visto che il combo replica ancora con un'altra soundtrack, stavolta per un progetto cinematografico non ancora annunciato nelle sale. Sono spezzoni di "Piedmont Blues, Civil War-era music, Bluegrass, Folk e Acid Western" suonati da nomi a noi ben noti come la bella steel-guitarist Cindy Cashdollar, il fido bassista di Joe Ely Glenn Fukanaga, il violinista e mandolinista degli Asleep At The Wheel Dennis Ludiker e la chitarra di Kenny Franklin (anche lui sentito con Ely e Lloyd Maines). Una bella jam session di grandi professionisti della musica di frontiera insomma, che pur nella sua non irrinunciabilità fin dal concepimento, mancava nei vostri scafali.
(Nicola Gervasini)

www.loudhousemusic.com

   

Kelly Pardekooper
Yonder
(Leisure Time  2011)

Americana, songwriting


"Yonder captures Kelly in superb vocal form": ecco, a tutto c'è un limite. In questo caso lo abbiamo superato abbondantemente. Difficile infatti convincersi che le evanescenti doti vocali di Kelly Pardekooper, songwriter dell'Iowa in cerca di fortuna da diversi anni ormai, siano uno dei punti nevralgici del suo nuovo lavoro. Prodotto e marchiato a fuoco da Bo Ramsey, inconfondibile chitarra bluesy, da tempo immemore al fianco di Greg Brown, Yonder è l'ennesimo tentativo di uscire dal guscio regionale per imporsi sulla scena Americana nazionale e internazionale. Anche in questo caso però non basta il bellissimo tocco laid back di Ramsey, la sua indiscutibile maestria nel togliere e asciugare gli arrangiamenti, per sostenere canzoni che sono in definitiva monotone fino all'esasperazione. Pardekooper non canta, semmai sussurra, mugugna e si trascina per una mezz'ora abbondante fra delicati bozzetti country rock, prevedibili ballate spazzolate dai tamburi di Steve Hayes e spruzzate dalla steel di Brian Wilkie. Da Where I Come From alla chiusura con Beautiful Thing il risultato è piatto come una distesa arida e desertica. A questo punto i crediti sono definitivamente esauriti.
(Fabio Cerbone)

www.kellypardekooper.com

Marc Carroll
In Silence
(One Little Indian 2011)

folk rock


Per celebrare i dieci anni di attività solista (ha esordito nel 2001) il songwriter dublinese Marc Carroll ha siglato un contratto discografico con la One Little Indian (indie dal passato prossimo importante - Bjork e Skunk Anansie tra i nomi di punta), che gli assicurerà la ristampa negli USA dei vecchi dischi e la produzione di un nuovo album, previsto per il 2012 (l'ultimo, Dust of Rumour, è del 2009). Come antipasto arriva in più questa compilation di brani dalla produzione più recente, che è insieme ripasso e introduzione alla sua musica. Un'operazione che sa di vecchio marketing discografico e suona sproporzionata, se si guarda alla caratura del personaggio. E' vero, Carroll non è nome di primo piano, ma la stima che gli hanno dichiarato i colleghi (due su tutti: Bob Dylan e Brian Wilson) può in parte giustificare l'uscita di un disco come questo. Il quale, tra ballate folk/rock ricamate intorno ai riverberi di una Rickenbacker (No Time at All) o spruzzate di psichedelia (Love Over Gold), e una sensibilità pop affidata ad un modernismo di facciata (Always), illumina a dovere i sentieri fin qui battuti dall'ispirazione di Carroll (definiamolo un incrocio tra Roger McGuinn e David Gray, e non pensiamoci più...).
(Yuri Susanna)


www.marccarroll.com

   

Gary Hunn
Dust & Gin
(Utah Records 2011)

outlaw country


Australiano sulla carta d'identità, honky tonker nel cuone e nell'anima, Gary Hunn è un oggetto curioso per l'imprevedibile concezione e provenienza del suo Dust & Gin. Per trent'anni, infatti, residente nelle Magnetic Islands, nord dell'Australia, musicologo appassionato e titolare di un negozio di dischi, Hunn ha seguito una carriera discografica per diletto, che dal blues e dal primo rock'n'roll oggi ha spostato le sue attenzioni sulle ballate a tinte scure del country più fuorilegge. La disperazione alcolica di George Jones e le fughe di Merle Haggard sono ad occhio e croce i suoi principali punti di riferimento, che insieme ai Wayward Angels trasforma in dieci episodi di ligia tradizione honky tonk, fra ballate affogate nel whisky e qualche country rock più sostenuto. L'esito è tanto lodevole quanto calligrafico, anche se titoli quali la stessa Dust & Gin, Fall in Your Bottle e soprattutto Buy a Gun or Go to Memphis fanno pensare alla migliore stagione degli outlaw. La voce conosce un solo registro, profondo e accomodante, ma resta monocorde, spargendo un senso di spossatezza a tutto il repertorio, nonostante la band (steel di Phil Baker e piano di Lisa Kayrooz in evidenza) si renda utile nel ricreare le atmosfere più consone allo stile. Oltre la strana nota geografica sul luogo di provenienza del personaggio però non ci si muove.
(Davide Albini)

www.garyhunn.com

Stephen David Austin
A Bakersfield Dozen
(Stephen David Austin 2011)

country rock, honky tonk


Il titolo parla chiaro, mi pare: l'omaggio di Stephen David Austin alla tradizione country californiana parte da A Bakersfield Dozen, vero e proprio esordio (tardivo, visto che il personaggio non è di primo pelo) per un musicista che ha frequentato per anni la scena locale in numerose bar band. Messa insieme una manciata di musicisti di prima scelta del roots rock losangelino (ci sono il fiddle di Skip Edwards e il piano di Brantley Kearns dalla band di Dwight Yoakam, la batteria di Shaun Nurse degli I See Hawks in L.A., la steel guitar dell'apprezzato sessionist Marty Rifkin) Austin da libero sfogo ai suoi amori musicali, che sono naturalmente Buck Owens (al quale dedica The Day Buck Owens Died) e Merle Haggard, l'honky tonk più elettrico, le radici hillbilly, il country rurale. Ne esce un disco di genere, suonato con mestiere senza dubbio, anche con testi ironici e pungenti sulla realtà americana (Kansas Ain't in Kansas Anymore, The cage), ma anche pieno zeppo di luoghi comuni. La voce baritonale ma indecisa e limitata di Austin fa il resto: non basta provare a inseguire le tracce di Johnny Cash, il paragone è improbo e gli effetti sono a tratti disastrosi (la cover beatlsiana di Baby's in Black grida vendetta). Restiamo nel campo del "vorrei tanto ma non posso".
(Davide Albini)

www.stephendavidaustin.com