Shortcuts #196: The Beautiful Old; The Godlen Demon; Michael Tarbox; Johnny Duk & The Dusty Old Band; Andi Almqvist; Brittsommar

AA.VV.
The Beautiful Old: Turn Of The Century Songs
(Doubloon records  2013)

folk memoir


Progetto concepito dai produttori Paul Marsteller e Gabriel Rhodes, un intero anno di lavoro che ha visto riunire più musicisti e interpreti in diversi studi di registrazione, The Beautiful Old celebra l'epoca pionieristica della cosiddetta "sheet music", spartiti venduti a pochi cent che entravano nella case degli americani e dei sudditi dell'impero britannico per essere cantati e suonati con spirito comunitario e amatoriale. Prima ancora dell'avvento su larga scala della radio, questi traditional formavano il corpo del folklore musicale anglosassone nel nuovo mondo: dalla Home Sweet Home datata 1823 arriviamo a Beautiful Ohio del 1918, ma non ci spingiamo oltre. Rhodes, chitarrista e produttore texano, ha pensato bene di imbastiire una sorta di house band, con le presenze tra gli altri di Garth Hudson al piano e Richard Bowden al violino, dando uniformità al disco. Il resto lo fa una strumentazione che è stata rigorosamente selezionata per rispettare l'epopea degli originali e una serie di artisti di area folk e Americana che si misurano con la bellezza popolare e il romanticismo di queste composizioni: svettano Richard Thompson con The Band Played On ed Eric Bibb con Just A-Wearyin' For You, convincono anche i "rocker" Graham Parker in The Flying Trapeze e Dave Davies in After the Ball, anche se il piatto forte sono una serie di gentili voci femminili (diversi brani per Kimmie Rhodes, madre di Gabriel, quindi Kim Richey, Carrie Elkin e altre) che danno la misura del contenuto, una serie di delicate ballate retrò il cui valore è soprattutto storico.
(Fabio Cerbone)

www.thebeautifulold.com

AA.VV.
The Golden Demon
(Hemifran 2013)

folk rock, west coast


Non è nuovo a interessanti operazioni di questo genere il promoter svedese Hemifran, di cui più volte abbiamo segnalato compilazioni a tema (la serie Music from Home ad esempio, o l'ottimo tributo a CSN&Y dello scorso anno, intitolato Music is Love). L'ultima in ordine di tempo è The Golden Demon, sottotitolo New Songs about Chaos & Transition, che si propone di riunire canzoni sul tempo che stiamo vivendo, come società e come cittadini: rientrano dunque sguardi agli accandimenti politici di ieri e di oggi, ma anche riflessioni personali, amicizie, ricordi e incontri inaspettati. Un obiettivo molto vasto, che lascia ampia libertà di scelta agli artisti coinvolti: venticinque canzoni, per la maggior parte inedite, che riuniscono folksinger americani di culto (Greg Copeland, Kenny White, Allan Thomas, Sid Griffin dei Long Ryders) e artisti europei (lo svedese Mikael Persson, il polacco Mietek), tutti legati all'attività di Hemifran, con una predilezione per i suoni della West Coast, il folk rock e certo pop d'autore. La qualità purtroppo è altalenante, con una leggera preferenza per la prima parte della raccolta e in generale molte riserve sulle sonorità, spesso scialbe e levigate, di diversi brani proposti: irritante ad esempio Bob Cheevers nella sua Occupy Wall Street, semplicemente brutti i brani di Michael Ward, Sky Country e Mietek, ma anche il resto non spicca particolarmente.
(Davide Albini)

www.hemifran.com/golden_demon

   

Michael Tarbox
Works and Days
(Michael Tarbox 2013)

electric country blues


Lo avevamo un po' perso di vista Micheal Tarbox, chitarrista bostoniano con una cotta per il downhome blues più viscerale e tutte le misteriose, torbide storie dell'old time americano. Un paio di lavori a nome Tarbox Ramblers (e in particolare una collaborazione con il compianto Jim Dickinson nell'ottimo A Fix Back East) entusiasmanti per chi apprezza il roots sound nella sua versione più sporca, poi qualche cambio di formazione e il ritorno nella più totale autoproduzione. Works and Days è a conti fatti il secondo disco solista, che segue My Primitive Joy del 2010 (dal carattere più folk) nel tentativo di rileggere il suo stile in una chiave se possibile ancora più scarna e diretta: sezione ritmica secca, l'organo di Tom West che appare nell'apripista I Believe in You, ma più in generale un rock'n'roll torbido e ossessivo (Hey Mr Starlight, Jack Flood), con modulazioni garage da psichedelia primitiva (Capricorn) che sulla distanza rivelano la struttura fragile dell'album e i limiti della voce di Micheal Tarbox. Tanto affascinante e grezza quest'ultima quando intonava il suo ululato blues, quanto ripetiva nei passaggi a vuoto di Works and Days. Si fanno notare una "loureediana", morbida The Tower Of Works And Days e la parentesi folk blues When The Fire's Out, ma nei trenta minuti scarsi restano purtroppo episodi isolati.
(Fabio Cerbone)

www.michaeltarbox.com

Johnny Duk & The Dusty Old Band
On The Other Side
(Johnny Duk/PBR Record 2013)

blue-collar cantonale


Avevamo già incontrato lo svizzero Johnny Duk (al secolo Fabio Ducoli) tre anni fa in occasione dell'uscita del suo The River Of Dreams, e lo ritroviamo con piacere con il nuovo On The Other Side, album partorito con la sua fedele Dusty Old Band. Disco dedicato ai minatori svizzeri (un po' come fu il Pica! di Van de Sfroos con quelli valtellinesi), in particolare quelli italiani morti nel 1908 durante la costruzione del tunnel ferroviario di Lötschberg, On The Other Side è intriso di mitologia da blue-collar rock fin dall'iconica copertina e dai testi. Rispetto al disco precedente, decisamente improntato su sonorità acustiche (ma qui non mancano comunque i rimandi, come la conclusiva When I Was A Child), il nuovo sforzo vira decisamente sull'elettrico fin dal pesante riff che sostiene Broken Heart o dalle spigolature dell'epica My Brother e di Friends For A Lifetime. Quello che però si apprezza maggiormente è la varietà di stili, che toccano la musica irlandese (Irish On The Rocks), sapori di musica popolare (la divertente Little Country in a Big World), omaggi folk (la cover di Wayfaring Stranger) fino alle ariose ballate West Coast-style come Fly Away. Piacciono anche la pianistica Breath In, Breath Out (duetto con Michela Domenici) e il roccioso delta-blues alla Lynyrd Skynyrd di Play My Guitar. Disco ben auto-prodotto e spesso caratterizzato dal violino e dalla fisarmonica di Claudia Klinzing, On The Other Side mostra un appassionato che, con tutti i limiti del caso, ha ormai ben imparato tutto il know-how del buon roots-rocker.
(Nicola Gervasini)


www.johnnyduk.ch

   

Brittsommar
The Machine Stops
(Lucky Duk 2013)

Wagnerian western


Certo che la musica roots, in certe mani, a sconfinare nell'autoparodia ci mette un secondo. Questi Brittsommar sono un trio di svedesi/americani già al secondo album (coraggio, nell'industria c'è spazio per tutti) e già del tutto indifferenti all'ironia e al divertimento. Chiamano la loro musica, una specie di trombonesco folk d'autore sovrastato dal vocione enfatico di Sawyer Gebauer, "art-folk", e questo giusto per risultare dimessi. A manifestare tutte le altre ambizioni, vanagloria compresa, provvedono i suoni, ampollosi oltre ogni immaginazione, e la pompa insopportabile delle canzoni, su tutte il country-noir di una The Painter da qualche parte tra il Vic Chesnutt più funereo e i primi Lambchop (insomma, una botta di allegria). A qualcuno potranno piacere, non c'è dubbio. A me sembrano gli Hiss Golden Messenger, che già non mi fanno impazzire, riletti da Barry Manilow. La cartella stampa di costoro, dove si mena vanto per aver tenuto il primo concerto "in un fienile abbandonato durante una fredda notte di ottobre", è un capolavoro di comicità involontaria. A un certo punto si legge: "Questo non è un album da prendere alla leggera". Poco ma sicuro. Mentre lo ascoltavo mi è venuta voglia di invadere Stoccolma.
(Gianfranco Callieri)

www.luckyduck.se

Andi Alqvist
Warsaw Holiday
(Rootsy 2013)

dark folk


Se il precedente Glimmer aveva solleticato paragoni con la musica e le atmosfere di Nick Cave, non vedo perchè Warsaw Holiday non possa affiancare al buon nome dell'artista australiano anche il collega americano Mark Lanegan, giusto per stringere il cerchio intorno a Andi Almqvist. Svedese di Malmoe, all'attivo quattro lavori indipendenti e una buona reputazione anche al di fuori dei confini nazionali, Almqvist ha qualcosa in più da offrire rispetto alla semplice riproduzione di uno stile, anche se le sue ballate folk scure (Kinski, Happy End), che virano al classico (Wormwood, In the Land of Slunber) e non disegnano tramonti Americana (No) sembrano certamente nutrirsi di una comune sensibilità con gli artisti citati. È la voce a suscitare buona parte di queste suggestioni: nera, intensa, a suo modo carica di soul, mentre la band si intrattiene sul velluto (eccedono in ambito rock solo nella nervosa Oh La La, proposta persino in due versioni nella scaletta) e la seduzione che scatta in Warsaw Holiday è costituita soprattutto dai versi e dalle ambientazioni, tra momenti disturbanti e scatti di speranza. Non per tutti i palati, ma quanto mai intrigante.
(Fabio Cerbone)

www.rootsy.nu