Shortcuts #211: Vikesh Kapoor; Robby Hecht; Brock Zeman; Scott Snake Miller, Gunther Brown; Stace England & The Salt Kings
 

Vikesh Kapoor
The Ballad Of Willy Robbins
(Loose Music  2014)

folksinger
vikeshkapoor.com


Tra le etichette europee più attive nel pescare fra il grande bacino del folk e alt-country americano (ma non solo, si veda la sopresa di Danny & the Champions), ogni nuova proposta dell'inglese Loose music è da tenere in considerazione con un certo favore. Non fa eccezione il nome di Vikesh Kapoor, il cui esordio discografico approda ad una distribuzione continentale dopo gli interessanti (ma come sempre ristretti) applausi raccolti nel mondo indie folk americano nella scorsa stagione. Registrato a Portland con quotati musicisti della scena locale, tra cui Nate Query (Decemberists, Black Prairie) e Jeff Ratner (Langhorne Slim), sotto la produzione di Adam Selzer (M. Ward), The Ballad of Willy Robbins è un vero e proprio concept album sulle battaglie di un "working class hero" qualunque, viste dalla prospettiva di un figlio di immigrati quale è lo stesso Kapoor. Nello spirito c'è parecchio Woody Guthrie (e la copertina, bellissima, non mente), nella musica un folk asciutto e austero che evoca fantasmi dylaniani (Bottom of the Ladder) ma senza per questo uscire dal suo tempo con anacronismo. C'è molto anche del primo Josh Ritter (Ode to My Hometown) e più in generale una malinconia acustica agrodolce (splendide I Dream Blues e Carry Me, Home) che sparge semi di speranza con suoni rarefatti (Searching ofr the Sun) e pochi colori sulla tavolozza. Disco da raccoglimento estremo, ma un nuovo interessante testimone dal sottobosco folk.
(Fabio Cerbone)

Robby Hecht
Robby Hecht
(Old Man Henry Records 2014)

Amos Lamontagne
www.robbyhecht.com


Ci fa molto piacere che esista ancora un mercato in grado di dare voce ad un nuovo "troubadour" di Nashville come Robby Hecht ("The New American Troubadours" è il titolo del tour promozionale che lo affianca a David Berkeley e Peter Bradley Adams), che poi ci sia posto per tutti nel firmamento della nuova canzone americana è altro discorso invece. Robby Hecht dimostra in questo terzo disco di avere tutto il diritto di partecipare alla festa (si fa per dire…) della canzone country-folk intimista e un po' depressa. Voce alla Amos Lee (somiglianza a volte fin troppo evidente anche nel modo di cantare), strumentazione elettroacustica che fa il verso al Ray Lamontagne più tradizionalista (New York City ricorda proprio un suo brano), e una serie di canzoni che si fanno apprezzare senza troppi entusiasmi. Si segnalano una bella ballata scritta a due mani con Amy Speace (The Sea And The Shore), una soul-ballad con fiati (The Light Is Gone, ma su questo campo Lamontagne avrebbe fatto più faville) o il baldanzoso country di Papa's Down The Road Dead. Hecht ci sa fare anche quando calca la mano sulle atmosfere malinconiche , con una Hard Times che sta dalle parti di Barzin, ma con Barrio Moon, Stars e Cars and Bars finisce anche nell'esagerare con i tempi morti. Tante canzoni discrete in uno stile dove altri normalmente hanno già fatto meglio rendono Robby Hecht un valido emulo per completisti del genere. A voi la scelta se concedergli la chance di competere con i nomi di serie A.
(Nicola Gervasini)

   

Brock Zeman
Rotten Tooth
(Brock Zeman 2014)

Americana, country rock
www.brockzeman.com


Una cosa è certa: Brock Zeman ha il dono della prolificità e nonostante qualche facile battuta sul suo relativo successo (stiamo parlando di un canadese di Ottawa che ha trovato qualche riscontro nella scena roots nazionale e in Inghilterra), va ammesso che la qualità media dei suoi lavori, una decina e con una regolarità impressionante (l'ultimo, Me than You, del 2012), si è mantenuta ben al di sopra delle tante produzioni "minori" del genere. Questo preambolo per sottolineare che Rotten Tooth, lavoro numero dieci della sua discografia, continuerà su questa strada, pronto ad un tour nel Nord America, ritagliandosi anche il tempo per gestire la sua personale etichetta, Big Muddy. Mai definizione fu più azzeccata di quest'ultima: la musica di Zeman è fangosa e drammatica, seguendo da una parte la scia di un folk rock tradizionalista e dall'altra adombrandosi fra blues sghagherati e ululati dall'animo waitsiano. È il caso soprattutto della parte centrale del disco, la più interessante e sghemba musicalmente, dalle paludose ambientazioni di I'm Goin' Fishin' e Dreamland Hotel alla notturna Sending Strange Weather, bilanciate tuttavia da una vena più folkie con Day Before Tomorrow e Where Words Mean Nothing at All. Zeman può contare soprattutto sulla sua voce al catrame, adatta come un guanto per queste atmosfere, trovando anche la chiave per una commovente ballata dai toni springsteeniani in There Will Akways Be a Right Now
(Fabio Cerbone)

Scott Snake Miller
After Church
(Scott Snake Miller 2013)

cow punk
www.scottsnakemiller.com


È chiaro fin dalle prime note a stantuffo di Experts In All Fields dove andremo a parare: radici honky tonk e rockabilly bene in vista, un brano asciutto, una scrittura onesta e immediata. Non girano notizie di prima mano su Scott Snake Miller, ma scopro che è solitamente affiancato dagli Helljacks e attivo sulla scena locale del New Hampshire. Un cosa è certa, il suo After Church regalerà buone vibrazioni agli orfani di gente come Hank III (quello più sanguigno degli esordi) o del texano Jackson Taylor. Inciso a Nashville con una banda di tutto rispetto, che annovera Bryan Owings (Emmylou Harris, Buddy Miller) e Dave Roe (Johnny Cash) alla sezione ritmica e un'altra mezza dozzina di ottimi strumentisti di area country rock, l'album tira dritto per la sua strada polverosa ed elettrica, alternando roots e rock'n'roll (la stessa After Church è una bella sgroppata ai limiti del punk). Niente sofismi, si sarà capito, ma energia da vendere e chitarre che non si tirano indietro quando si tratta di alzare la temperatura: in Family Time e Jenny's Git a Trailer c'è aria di robusto alternative country, 16 Penny Common ci riporta alla prima stagione di Jason & the Scorchers, un punto di riferimento stilistico evidente, Jehovah Witness Girl ci mette anche un po' di ironia (oltre ad essere una ballata country da manuale), mentre il finale scivola volentieri verso un sound rock più corposo (Hillbilly Speedball) che testimonia quanto Miller sia legato a doppio filo con una certa tradizione blue collar (High Road)
(Davide Albini)

   

Stace England & Tha Salt Kings
America, Illinois
(Stace England 2014)

Americana, country rock
www.staceengland.com


Non è la prima volta che incontriamo il roots d'autore, definiamolo così, di Stace England, un songwriter dell'Illinois che dedica molta attenzione ai dettagli letterari e storici dei suoi album, di volta in volta dedicandosi ad un tema specifico. In passato c'era stato l'omaggio alla sua terra con Greesting from Cairo, Illinois, quindi le riflessioni sul periodo della schiavitù in Salt Sex Slaves e persino il ricordo di una figura misconosciuta della cultura americana come Oscar Micheaux. Oggi il pretesto è America, Illinois, una piccola comunità rurale a poche miglia da Cairo, sulle rive del Mississippi, che England ha assunto come simbolo di un racconto dell'intera nazione dal dopo 11 settembre 2001. Il suo sguardo si posa sul paese del dopo-Obama, sulle guerre e sulla perdita di senso e radici dei cittadini stessi (nel cd una citazione di Carl Sandburg a riguardo). Il difetto principale dei lavori di England con il quartetto The Salt Kings resta però sempre lo stesso: una voce troppo anonima e un sound tra classico alternative-country (nel rush finale con Eden, Villa Ridge e America, Epilogue si risale un poco la china), folk (da quello tradizionale di Mound City alla più elettrica Confluence) e piccoli accenni rock (Sandusky) che manca di nerbo e consistenza proprio nella parte musicale. Il disco così si trascina stancamente, nonostante tutti i meriti e le suggestioni delle liriche.
(Davide Albini)

Gunther Brown
Good Nights for Daydreams
(Gunther Brown 2014)

country troubadour
www.guntherbrown.com


La voce potrebbe confondersi con i mille songwriter dai grandi spazi del Midwest americano, volendo anche con qualche texano dalla pellaccia dura (e non è un caso che il confronto con il giovane Steve Earle sia già stato proposto), ma Gunther Brown sembra voler stravolgere le regole, arrivando dal più pacifico e isolato Maine. La sua musica però ha poco a che spartire con il paesaggio locale, suscitando un immaginario che sa di polvere e country rock stradaiolo. Good Nights for Daydreams è di fatto l'esordio sulla distanza, dopo un paio di ep che sono serviti come rodaggio per la band, formata con Pete Dubuc e Derek Mills nel 2007 e assestata oggi a cinque elementi con l'ingresso del chitarrista Chris Plumstead e Mark McDonough al basso. Impossibile sbagliarsi sulla formazione del Brown autore, il quale alterna ballate, introspezione e vibranti scatti roots rock, senza mai uscire dal seminato. Prevedibile quando accelera in The Next Time e Forever, altrettanto quando lambisce la desolazione di Time and Again e si apre agli orizzonti da troubadour di Christ of the American Road. Difficile mettere in discussione la profondità dei testi, ma non basta per tenere unito un album che musicalmente suona troppo uniforme e dimesso, senza guizzi di sorta. Quando si sceglie, come Gunther Brown, la strada più disciplinata della tradizione occorre premunirsi quanto meno di grandi canzoni, qui pare semmai di avere per le mani il solito compitino in stile Americana.
(Fabio Cerbone)