Shortcuts #213: Blair Dunlop; King Size Slim; Barry Ollman; Blair Crimmins & The Hookers; Doug Ingoldsby; Victor Camozzi
 

Blair Dunlop
House of Jacks
(Rooksmere Records  2014)

songwriters d'Albione
blairdunlop.com


Due sono i dati interessanti da dire presentando il secondo album del ventiduenne britannico Blair Dunlop: il primo è che si tratta di un figlio d'arte (suo padre è Ashley Hutchings, monumento del brit-folk con i Fairport Convention e l'Albion Band), mentre il secondo è che, prima di darsi alla musica, il ragazzo ha avuto una precoce carriera d'attore che lo ha visto interpretare il Willy Wonka da bambino nella Fabbrica di Cioccolato di Tim Burton, oltra ad altre interpretazioni. Esaurite le curiosità, veniamo a House of Jacks, disco che arriva dopo l'acclamato esordio Blight and Blossom (vincitore dei Folk Awards della BBC lo scorso anno), album che nelle intenzioni vuol gettare lo stesso ponte tra folk inglese e musica americana dei dischi di Richard Thompson, riuscendoci però solo in parte. Sicuramente è giusto il mix di melodie tradizionali e suoni da locanda persa nel Texas di un brano come Something's Gonna Give Way o episodi di puro american-songwriting come 45s (c.'69) e la ancora più yankee canzone sorella 45s (c.'14), ma al ragazzo manca ancora personalità nella voce, e lo si percepisce chiaramente non appena i ritmi si abbassano e si passa a ballate che necessiterebbero ben altra potenza interpretativa come Fifty Shades of Blue o la title-track. Va comunque notata una The Ballad of Enzo Laviano, dedicata al Conte Vincenzo Valentino, personaggio politico italiano (e scrittore) dell'ottocento e la deliziosa Viola's Reverie. Ma sono ancora troppi i brani non lasciano il segno, come Chain By Design o The Station, e in generale manca il guizzo vincente. Comunque da tenere d'occhio.
(Nicola Gervasini)

King Size Slim
Milk Drunk
(Tree House Records 2014)

folk blues
kingsizeslim.com


Armato per buona parte solo di chitarra resofonica e voce, qualche volta accompagnato da una sezione ritmica secca ed essenziale, King Size Slim è un altro spirito folgorato sulla via viscerale del blues e delle radici, anche se la sua storia è più complessa del previsto. All'anagrafe Toby Barelli, musicista inglese con una certa esperienza alle spalle (è stato chitarra solista per le leggende ska The Selecter), firma il suo esordio Milk Drunk non più da novellino, avvalendosi della produzione di Mike Thorne (firma importante della new wave inglese alla fine dei 70) e della collaborazione di Andy Newmark (batterista per Sly Stone e John Lennon). Con 150 show di media all'anno e la fama di animale da palcoscenico, King Size Slim punta dritto sull'istinto e sulle eccitazioni blues concitate di Milk Moon e Wake Up the Town, svisando al gospel in Hard Way to fall e nella più rurale tradizione in Roast beef Blues e Angel Dear. Tecnica e pickin' eccellente allo strumento, slide assassina all'occorrenza (Dark Soul), ma con un occhio di riguardo anche alla scrittura roots più classica (Rising Spring), Barelli canta di tormenti personali e rivalsa sociale con voce efficace e percussiva, entrando con Money Where Are You e She Lies in territori non così distanti dall'ultimo Luther Dickinson o da personaggi cardine del blues acustico di questi anni come il primo Alvin Youngblood Hart.
(Fabio Cerbone)

   

Barry Ollman
What'll It Be?
(Blue Colorado music 2014)


folk rock
barryollman.com


Da collezionista a songwriter, collaborando con alcuni dei suoi eroi musicali. Una bella storia quella di Barry Ollman, che firma il suo esordio in età adulta, fregiandosi delle presenze di Graham Nash, alla seconda voce nell'apripista Imogen's Lament, del basso di Gary Tallent (E Street band) in ben quattro episodi e del piano di James Raymond, già al fianco di CSN, nella conclusiva Almost Time. Preziosi camei per un disco, What'll It Be? che trasuda classico folk rock, elegante e anche un po' innofensivo, con inevitabili sapori westcoastiani e una scrittura pulita. La profondità acustica di Painting the West (Ollman vive in Colorado), la brillantezza di Something to Say e The Other Half, la più elettrica e politica Banker's Holiday sono diverse facce della stessa medaglia, prima di trovare la strada della tradizione nella dolce filastrocca folk See Ya in Okemah (al penny whistles David Amram, jazzista e amico di Jack Kerouac). Tutti i pezzi si legano insieme grazie alla biografia di Ollman: uno dei più importanti collezionisti di materiale discografico e non solo di Woody Guthrie e di conseguenza ammiratore di Bob Dylan, nonché amico negli anni dello stesso Nash. Ha contribuito a diverse mostre itineranti, restando sempre nell'ombra e coltivando la sua passione per la musica fin da ragazzo. Realizza infine il suo sogno e se la cava con operosità, anche se faranno più notizia i suoi ospiti
(Fabio Cerbone)

Blair Crimmins & The Hookers
Sing-A-Longs
(1-2-3-4 GO 2014)

retro swing
blaircrimmins.com


C'era un a volta lo swing revival, accadeva soltanto qualche stagione fa, ma credo sia stato rimosso completamente dalla memoria (non una grave perdita, diciamolo): zoot suit di ordinanza, fiati in primo piano e molto divertimento, il tutto abbastanza studiato a regola d'arte. Ricordo anche il buon Jimbo mathus con i suoi Squirrel Nut Zippers, prima che si dedicasse al blues e al ritorno alle radici rock sudiste. Di tanto in tanto la nostalgia ritorna: nel caso del georgiano, di Atlanta, Blair Crimmins, il passo è ancora più indietro, con una scatenata orchestrina (tromba, trombone, sax e clarinetto) che sa di Dixieland e vecchia New Orleans, ritmi zingareschi e chitarre swinganti. I suoi The Hookers possiedono il ritmo giusto e dubito non ci si faccia rapire dalla gioia che sprigionano Run that Rabbit Down, Little Red Train o It's All Over Now. Il problema, come sempre, è che tutto resta un po' un museo a cielo aperto, al massimo un espediente per riscoprire certe sonirità (Lock that Door e State Hotel potremmo suggerirle come colonna sonora di Boardwalk Empire, serie tv ai tempi del proibizionismo). Cummings ha aperto concerti per Preservation Hall Jazz Band e Mumford & Sons e girato anche l'East Europa, portando il suo credo nel mondo. Orgogliosamente fuori moda.
(Davide Albini)

   

Victor Camozzi
Cactus & Roses
(Volco records 2014)


roots rock
victorcamozzi.com


Rivedo il percorso di Victor Camozzi a ritroso e scopro l'esordio del 2008, che passò anche da queste pagine con note non particolarmente positive: buona volontà, bella voce rauca, ma si evidenziava il carattere troppo raffazzonato della produzione, un po' nello spirito delle produzioni indipendenti del sottobosco roots e Americana. Sono passati sei anni e nel frattempo Camozzi è approdato ad un secondo lavoro, Roadside Paradise, che lo ha riportato sulle strade del natio Texas, dopo avere vissuto tra l'Idaho e la California. Si è rifatto il guardaroba a Austin, e va detto che Cactus & Roses sembra proprio un bel passo avanti, un album questa volta prodotto con cura da Matt Dows (che suona anche buona parte degli strumenti) con la partecipazione del grande Gary Mallaber alla batteria (Van Morrison, Bruce Springsteen e un altro centinaio). Ballate in prevalenza elettriche, abbondanza di tempi medi e country rock impolverato: bella partenza con la pettyana Pretty Smile e la cadenzata Bottom of My Broken Heart. I testi hanno quel senso di vissuto che fa tanto america profonda, per cui si va sul sicuro: The Lost Girl, The Other Side of the Mountain, l'epica Crooked e la stessa title track, con la seconda voce di Helen Henderson, ricordano la scuola dei troubadour texani e in particolare Robert Earl Keen. Certo è tutto molto prevedibile, compresi i cambi di accordo e gli arrangiamenti con pedal steel e violini, proprio perché si lavora dentro un genere.
(Davide Albini)

Doug Ingoldsby
I've Got a Picture
(Doug Ingoldsby 2013)

folk pop, west coast sound
dougingoldsby.com


Se David Crosby è tornato in grande spolvero, non vediamo perché non ci possa essere spazio anche per molti suoi discepoli, artisti di "secondo piano" che hanno contribuito a creare il suono e la tradizione della cosiddetta West Coast. È il caso di Doug Ingoldsby, songwriter che ha sempre lavorato nelle retrovie, firmando alcuni brani nei dischi solisti di Graham Nash e Kenny Loggins, tra gli altri, oltre a stringere un'amicizia con lo stesso Crosby, che partecipava al suo esordio Can't Do This Alone. I've Got a Picture, registrato tra la California, l'Oregon e New York, conferma questo pedigree, non solo per la presenza di musicisti come Jeff Pevar (chitarre elettriche e acustiche) e Eugene Ruffolo, ma perché il sound levigato del disco, un folk rock di scuola californiana, è quanto di più vicino si possa immaginare ai suoi colleghi. Dalle venature pop di Vegas alle acustiche Brothers e I've Got a Picture, dall'elegante Coming Back ad una Us and Them che ricorda James Taylor, siamo immersi in quella stagione musicale. Con molta grazia e professionalità va ammesso, anche se con la sensazione di un lavoro sempre troppo perfetto, lucido e un po' artificioso, che in fondo è il difetto, per quel che mi riguarda, di buona parte di tutta la seconda ondata westcoastiana.
(Fabio Cerbone)