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Fu di This Is Where Our Hearts Collide il merito di farci conoscere
gli Amandine, formazione svedese nelle cui vene scorre
un'istintiva inclinazione per ballate e suoni soft. La band, formatasi
nel 2001 e capitanata da Olof Gidlof, sembra attratta dalle
sonorità americane più desertiche: gli Amandine sono in grado
infatti di evocare paesaggi di confine e tracciare sentieri emozionanti,
favoriti dal curioso ed indovinato utilizzo delle tastiere e di
una tromba appassionata, ricorrente nel corso delle melodie. Il
nuovo nato in casa Amandine è Waiting For The Light To Find
Us, EP di sei pezzi utili a ridurre l'attesa per il nuovo
lavoro. Le sei tracce ripercorrono le strade di This Is Where
Our Hearts Collide e si rivelano dei veri tesori in grado di far
respirare arie malinconiche da borderline: a farci partecipi dei
sentimenti autunnali che aleggiano sulle melodie contribuisce
altresì la timbrica debole e titubante di Olof, tipica del folk-singer
di nuova generazione. In venti minuti, la band concentra dunque
una serie di elementi più emotivi che spettacolari: la mano del
produttore, Ove Andersson sembra non incidere significativamente
sul naturale fluire dei pezzi. Su tutto vince infatti l'amore
per la folk-music americana e la semplicità più che apprezzabile
degli arrangiamenti. Waiting For The Light To Find Us si apre
con Wake, traccia nata sulle corde della chitarra elettrica
di Olof e sui tasti del pianoforte di John Andersson: un
pezzo che libera il campo da eventuali dubbi sull'integrità della
band, riproponendo le sonorità dell'album d'esordio. E' poi la
volta della lenta All Hearts Fail e della ballata Lover's
Trial, distinta dal suono di tromba dell'onnipresente Olof
Gidlof e dal pianoforte di Andersson. Sparrow ha un incedere
più deciso, grazie ad una sessione ritmica che fa da protagonista.
La tromba di Union Falls si riavvicina invece alla già
citata Lover's Trial. Infine, l'EP si chiude con Between What
He's Saying And What He Regrets, livida ballata per pianoforte
e violino. Alcuni assaggi sono disponibili sul sito della Fat
Cat.
(Carlo Lancini)
www.amandinemusic.com
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Carbon
Leaf
Love
Loss Hope
Repeat
(Vanguard
2006)
 
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A voler pensare male, la carriera dei Carbon Leaf deve
aver preso una strana piega quel giorno del 2001 in cui si sono
visti catapultare nello svavilllante music business, vincendo
un concorso per band emergneti sponsorizzato dalla Coca Cola.
Il successivo passaggio agli American Music Awards e il salto
di qualità dall'autoproduzione dei primi dischi alla più prestigiosa
protezione della Vanguard ha probabilmente cambiato anche il volto
della loro musica. Descritti come un quintetto della Virginia
partito con ispirazioni vagamente roots e soprattutto con nobili
ascendenze folk rock, la musica che oggi racchiudono in Love
Loss Hope Repeat, settimo lavoro in dieci anni di attività,
va in tutt'altra direzione, concedendosi l'appeal di un pop rock
dolciastro, modellato sulle sonorità vincenti di John Mayer, o
della Dave Matthews Band più gigiona e ammiccante degli ultimi
anni. Barry Pivett (voce solista), Terry Clark e
Carter Gravatt (chitarre), Jordan Medas (basso)
e Scott Milstead (batteria) sono cinque ragazzi che hanno
fatto tesoro dell'opportunità piovutagli addosso. Il sound brillante
e levigato che il quotato produttore Peter Collins mette a disposizione
del gruppo è tutto tranne che personale, perdendosi dentro anonime
ballate rock, simbolizzate dall'apripista Learn To Fly.
Sinceramente oltre questo schema iniziale Love Loss Hope Repaet
non si sposta di un centimetro: inutile chiedersi dunque se tra
Under the Wire, Royal One, Texas Stars o
Black of Wood ci sia una pur impercettibile variazione
sul tema. Il finale è affidato con ogni probabilità alla
peggiore canzone dell'intera raccolta: una International Airport
tanto insignificante e furbesca da porre la firma definitiva sulla
proposta musicale dei Carbon Leaf, in una sola parola: inutile
(Fabio Cerbone)
www.carbonleaf.com
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Arriva direttamente dall'Arkansas questa nuova band, un melting-pot
musicale in cui riescono a convivere un pianista jazz (il nome
del gruppo è un omaggio a Thelonius Monk), un violinista classico,
un pedal-steel player rubato ad una band di Nashville-country
e un chitarrista con trascorsi pseudo-grunge. Il risultato è un
sound sporco, con canzoni in pieno stile alt-country e un piano
martellante degno delle più fumose barrelhouse dei quartieri a
luci rosse americani. I Munks esordiscono dopo una lunga
gavetta fatta di locali e trasmissioni radiofoniche con un album
fatto con pochi mezzi e tanta passione e prodotto da Geoff
Curran, all'esordio davanti ad un mixer dopo una carriera
passata a fare il batterista dei Mulehead, altra band dell'Arkansas
capitanata da Kevin Kerby. Il cantante e pianista Aaron Grimm
è anche l'autore di tutti i brani, e se il suo piano honky-tonk
rappresenta l'elemento caratterizzante del sound, il suo songwriting
è indubbiamente il tallone d'Achille su cui lavorare sodo per
il futuro. L'album parte benissimo, Million Miles è un
buon brano apripista e la successiva Between the Eyes fa
davvero pensare al meglio, grazie ad una melodia convincente ben
sostenuta dal gruppo. Ma il resto si appiattisce nell'ordinario
proprio per mancanza di partiture all'altezza dei grandi, con
qualche brano che attira ancora l'attenzione come Blackbird
Song e molti altri che non lasciano il segno se non per il
buon affiatamento della band. Probabilmente se li potessimo vedere
dal vivo, magari impegnati in qualche succosa cover, non potremmo
fare a meno di questi numeri spaccacuori, ma in studio manca ancora
il sudore, la polvere, l'anima, il chiasso del pubblico, il tintinnare
dei boccali di birra e le risate sguaiate. E soprattutto mancano
quelle canzoni capaci di zittire tutti anche solo per cinque minuti
per sognare, piangere, riflettere,…o per finire la birra.
(Nicola Gervasini)
www.crockerart.com/themunks
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Californiani di San Diego,questi ragazzi già avvezzi al music
business per aver macinato negli anni note e chilometri con personaggi
del calibro di Dwight Yoakam, Lucinda Williams e non solo, decidono
di unire le loro forze e così Philip Bensimon, Rian
Greene, Keith Haman e Clint Osborn danno corpo
alla loro creatura, The Hideaways. The Whiskey Tango
Sessions è il loro esordio, l'ennesimo da parte di una
scena che sembra veramente inesauribile. Un album che pur collocandosi,
ahimè, nella media con quanto sentito da non poco tempo a questa
parte - in quanto nulla aggiunge e nulla toglie - ha dalla sua
una selezione di brani che la dignità per farsi ascoltare ben
più di una volta ce l'hanno eccome. Il blend classico di Americana
funziona ancora una volta: Don't Try & Love Me viaggia
sciolta come una decappottabile su una Highway della Southern
California, deliziosa nel suo country rock melodico e solare,
apripista perfetta che lascia il campo a rockabilly "rockin'n'
twangin'" con spruzzate del Blasters sound meno acceso (Since
You Said Goodbye), discreti rock midtempo (Society & Fear),
ballate cantautorali più dirette (Long Dark Road) od oblique
(If I Could I Find Away, dai ritmi più rallentati, percorsa
da sottili venature elettriche), pop songs perfette per l'autoradio
(Stranger's Heart) e border ballads lambite da fisa e steel
guitar (El Centro Country Line). Un disco quindi piacevole
nella sua varietà,c on gli Hideaways che dimostrano di saper padroneggiare
bene i diversi generi musicali, senz'altro più valido di tante
opere posticce e raffazzonate da cui siamo bombardati.
(Gabriele Buvoli)
www.thehideaways.com
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