Amandine
Waiting For The Light To Find Us
(Fat cat 2006)


Fu di This Is Where Our Hearts Collide il merito di farci conoscere gli Amandine, formazione svedese nelle cui vene scorre un'istintiva inclinazione per ballate e suoni soft. La band, formatasi nel 2001 e capitanata da Olof Gidlof, sembra attratta dalle sonorità americane più desertiche: gli Amandine sono in grado infatti di evocare paesaggi di confine e tracciare sentieri emozionanti, favoriti dal curioso ed indovinato utilizzo delle tastiere e di una tromba appassionata, ricorrente nel corso delle melodie. Il nuovo nato in casa Amandine è Waiting For The Light To Find Us, EP di sei pezzi utili a ridurre l'attesa per il nuovo lavoro. Le sei tracce ripercorrono le strade di This Is Where Our Hearts Collide e si rivelano dei veri tesori in grado di far respirare arie malinconiche da borderline: a farci partecipi dei sentimenti autunnali che aleggiano sulle melodie contribuisce altresì la timbrica debole e titubante di Olof, tipica del folk-singer di nuova generazione. In venti minuti, la band concentra dunque una serie di elementi più emotivi che spettacolari: la mano del produttore, Ove Andersson sembra non incidere significativamente sul naturale fluire dei pezzi. Su tutto vince infatti l'amore per la folk-music americana e la semplicità più che apprezzabile degli arrangiamenti. Waiting For The Light To Find Us si apre con Wake, traccia nata sulle corde della chitarra elettrica di Olof e sui tasti del pianoforte di John Andersson: un pezzo che libera il campo da eventuali dubbi sull'integrità della band, riproponendo le sonorità dell'album d'esordio. E' poi la volta della lenta All Hearts Fail e della ballata Lover's Trial, distinta dal suono di tromba dell'onnipresente Olof Gidlof e dal pianoforte di Andersson. Sparrow ha un incedere più deciso, grazie ad una sessione ritmica che fa da protagonista. La tromba di Union Falls si riavvicina invece alla già citata Lover's Trial. Infine, l'EP si chiude con Between What He's Saying And What He Regrets, livida ballata per pianoforte e violino. Alcuni assaggi sono disponibili sul sito della Fat Cat.
(Carlo Lancini)

www.amandinemusic.com

Carbon Leaf
Love Loss Hope
Repeat
(Vanguard 2006)


A voler pensare male, la carriera dei Carbon Leaf deve aver preso una strana piega quel giorno del 2001 in cui si sono visti catapultare nello svavilllante music business, vincendo un concorso per band emergneti sponsorizzato dalla Coca Cola. Il successivo passaggio agli American Music Awards e il salto di qualità dall'autoproduzione dei primi dischi alla più prestigiosa protezione della Vanguard ha probabilmente cambiato anche il volto della loro musica. Descritti come un quintetto della Virginia partito con ispirazioni vagamente roots e soprattutto con nobili ascendenze folk rock, la musica che oggi racchiudono in Love Loss Hope Repeat, settimo lavoro in dieci anni di attività, va in tutt'altra direzione, concedendosi l'appeal di un pop rock dolciastro, modellato sulle sonorità vincenti di John Mayer, o della Dave Matthews Band più gigiona e ammiccante degli ultimi anni. Barry Pivett (voce solista), Terry Clark e Carter Gravatt (chitarre), Jordan Medas (basso) e Scott Milstead (batteria) sono cinque ragazzi che hanno fatto tesoro dell'opportunità piovutagli addosso. Il sound brillante e levigato che il quotato produttore Peter Collins mette a disposizione del gruppo è tutto tranne che personale, perdendosi dentro anonime ballate rock, simbolizzate dall'apripista Learn To Fly. Sinceramente oltre questo schema iniziale Love Loss Hope Repaet non si sposta di un centimetro: inutile chiedersi dunque se tra Under the Wire, Royal One, Texas Stars o Black of Wood ci sia una pur impercettibile variazione sul tema. Il finale è affidato con ogni probabilità alla peggiore canzone dell'intera raccolta: una International Airport tanto insignificante e furbesca da porre la firma definitiva sulla proposta musicale dei Carbon Leaf, in una sola parola: inutile
(Fabio Cerbone)

www.carbonleaf.com

     

The Munks
Heartbreak Numbers
(The Munks 2006)

1/2


Arriva direttamente dall'Arkansas questa nuova band, un melting-pot musicale in cui riescono a convivere un pianista jazz (il nome del gruppo è un omaggio a Thelonius Monk), un violinista classico, un pedal-steel player rubato ad una band di Nashville-country e un chitarrista con trascorsi pseudo-grunge. Il risultato è un sound sporco, con canzoni in pieno stile alt-country e un piano martellante degno delle più fumose barrelhouse dei quartieri a luci rosse americani. I Munks esordiscono dopo una lunga gavetta fatta di locali e trasmissioni radiofoniche con un album fatto con pochi mezzi e tanta passione e prodotto da Geoff Curran, all'esordio davanti ad un mixer dopo una carriera passata a fare il batterista dei Mulehead, altra band dell'Arkansas capitanata da Kevin Kerby. Il cantante e pianista Aaron Grimm è anche l'autore di tutti i brani, e se il suo piano honky-tonk rappresenta l'elemento caratterizzante del sound, il suo songwriting è indubbiamente il tallone d'Achille su cui lavorare sodo per il futuro. L'album parte benissimo, Million Miles è un buon brano apripista e la successiva Between the Eyes fa davvero pensare al meglio, grazie ad una melodia convincente ben sostenuta dal gruppo. Ma il resto si appiattisce nell'ordinario proprio per mancanza di partiture all'altezza dei grandi, con qualche brano che attira ancora l'attenzione come Blackbird Song e molti altri che non lasciano il segno se non per il buon affiatamento della band. Probabilmente se li potessimo vedere dal vivo, magari impegnati in qualche succosa cover, non potremmo fare a meno di questi numeri spaccacuori, ma in studio manca ancora il sudore, la polvere, l'anima, il chiasso del pubblico, il tintinnare dei boccali di birra e le risate sguaiate. E soprattutto mancano quelle canzoni capaci di zittire tutti anche solo per cinque minuti per sognare, piangere, riflettere,…o per finire la birra.
(Nicola Gervasini)

www.crockerart.com/themunks

The Hideaways
The Whiskey Tango Sessions
(Dren records 2006)


Californiani di San Diego,questi ragazzi già avvezzi al music business per aver macinato negli anni note e chilometri con personaggi del calibro di Dwight Yoakam, Lucinda Williams e non solo, decidono di unire le loro forze e così Philip Bensimon, Rian Greene, Keith Haman e Clint Osborn danno corpo alla loro creatura, The Hideaways. The Whiskey Tango Sessions è il loro esordio, l'ennesimo da parte di una scena che sembra veramente inesauribile. Un album che pur collocandosi, ahimè, nella media con quanto sentito da non poco tempo a questa parte - in quanto nulla aggiunge e nulla toglie - ha dalla sua una selezione di brani che la dignità per farsi ascoltare ben più di una volta ce l'hanno eccome. Il blend classico di Americana funziona ancora una volta: Don't Try & Love Me viaggia sciolta come una decappottabile su una Highway della Southern California, deliziosa nel suo country rock melodico e solare, apripista perfetta che lascia il campo a rockabilly "rockin'n' twangin'" con spruzzate del Blasters sound meno acceso (Since You Said Goodbye), discreti rock midtempo (Society & Fear), ballate cantautorali più dirette (Long Dark Road) od oblique (If I Could I Find Away, dai ritmi più rallentati, percorsa da sottili venature elettriche), pop songs perfette per l'autoradio (Stranger's Heart) e border ballads lambite da fisa e steel guitar (El Centro Country Line). Un disco quindi piacevole nella sua varietà,c on gli Hideaways che dimostrano di saper padroneggiare bene i diversi generi musicali, senz'altro più valido di tante opere posticce e raffazzonate da cui siamo bombardati.
(Gabriele Buvoli)

www.thehideaways.com