Jesse Malin - The Fine Art of Self-Destruction Fargo 2002 1/2

Sul suo conto si sono già sprecate molte parole, la stampa inglese lo ha letteralmente consacrato e qualcuno si è subito adoperato nella facile equazione con Ryan Adams (amico di lunga data e produttore del disco in questione). Con questi fardelli sulle spalle, non vorrei proprio trovarmi nei panni di Jesse Malin, che in realtà è in giro da parecchi anni con la sua punk band (D-Generation) e sa cosa vuol dire suonare rock'n'roll. The Fine Art of Self-Destruction, un titolo malizioso che gioca un po' con la sua immagine da rocker scapestrato, è tuttavia un esordio solista che non passa inosservato, soprattutto se avete un debole per quei songwriter dal taglio urbano, con l'aria di maledetti e le chitarre elettriche sempre in bella mostra. Provando a mettere un po' di ordine in questo gran vociferare si potrebbe innanzi tutto sgomberare il campo dall'accusa di clone di Ryan Adams, che mi pare qualcuno gli abbia frettolosamente attribuito. Le affinità non si possono nascondere, ma non basta una forte amicizia a renderli uguali: le crude ballate di Malin possiedono il respiro romantico della New York notturna (Queen of The Underworld, Brooklin, la stessa title-track) mischiano la decadenza di Lou Reed e i feedback di Neil Young, una forte urgenza espressiva nei testi, ma lasciano nel cassetto gran parte delle radici country dell'illustre collega (eccezion fatta per Almost Grown, la più rootsy della raccolta) e sono decisamente più acerbe e viscerali, almeno su disco. I punti di incontro sono l'interpretazione passionale e quella voce, segnata da un'imprecisione che lo lega ad Adams e soprattutto al loro mentore, il solito imprenscindibile Paul Westerberg. Quest'ultimo aleggia come un fantasma tra le note di TKO, Downliner e High Lonesome, struggenti rock'n'roll colorati dal piano ed organo dell'ottimo Joe McGinty. Dall'altra parte c'è una personalità in via di definizione e con i propri punti di riferimento: l'arsenale di chitarre sfoggiato in Wendy è figlio del punk-rock più virulento, il solo di Riding On The Subway vira al surf, Xmas infine, un'umida ballata che arriva dritta dagli anni settanta. Che piaccia o meno, Jesse Malin potremmo ritrovarcelo tra i piedi per molto tempo ancora.
(Fabio Cerbone)

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