Faccio
fatica a credere che gli Shiners non siano una band originaria
del Mississippi, o magari dell'Alabama, fate voi: si respira un southern
feeling così evidente in questo See Rock City
che mi sono subito immaginato acque paludose, vecchie distillerie, baracche
sperdute nella desolazione della provincia americana. Mi sbagliavo: si
tratta invece di un nutrito gruppo di musicisti (attualmente sono in sette,
più una lista lunghissima di ospiti) nato a Richmond, Virginia,
dall'idea di una coppia (musicale e nella vita), Wess e Jyl
Freed. Prima sono venuti i Dirt Ball, una interessante formazione
alternative-country con all'attivo un paio di dischi, poi, una volta sciolte
le righe, è stato il momento degli Shiners: è bastato chiamare
a raccolta un'altra coppia, Steve (chitarre) e Terry Douglas
(banjo, chitarre e accordion) per completare il quadretto familiare. Anche
le atmosfere del disco, molto informali, quasi da jam sessions, confermano
le origini da "comunità musicale". Se non è american
roots music quella degli Shiners, con un rincorresi tra chitarre elettriche,
violini, dobro, banjo e lap steel, difficile pensare lo sia qualcos'altro.
L'andamento è decisamente sgangherato, perchè mischia marcette
bluegrass, ballate che vengono giù dai monti Appalachi e scosse
elettriche. Ho avuto proprio l'impressione di rivivere alcune significative
esperienze dell'alternative-country di questi anni: per esempio il suono
gotico dei Sixteen Horsepower in As The Crow Flies e Mr. Scarescrow
o il rock'n'roll sudista dei Blue Mountain nelle torride Huricane Blues
e Elvis Sings to jesus. A detta degli stessi Shiners questo disco
rappresentarebbe il volto più rock della loro produzione (così
suggerisce anche il titolo), ma esclusa una partenza su di giri, il seguito
è soprattutto figlio del bluegrass e del folk americano più
antico (Oregon Hill Waltz, il traditional Dooley).
(Davide Albini)
www.planetaryrecords.com/theshiners
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