The Shiners - See Rock City Planetary 2002

Faccio fatica a credere che gli Shiners non siano una band originaria del Mississippi, o magari dell'Alabama, fate voi: si respira un southern feeling così evidente in questo See Rock City che mi sono subito immaginato acque paludose, vecchie distillerie, baracche sperdute nella desolazione della provincia americana. Mi sbagliavo: si tratta invece di un nutrito gruppo di musicisti (attualmente sono in sette, più una lista lunghissima di ospiti) nato a Richmond, Virginia, dall'idea di una coppia (musicale e nella vita), Wess e Jyl Freed. Prima sono venuti i Dirt Ball, una interessante formazione alternative-country con all'attivo un paio di dischi, poi, una volta sciolte le righe, è stato il momento degli Shiners: è bastato chiamare a raccolta un'altra coppia, Steve (chitarre) e Terry Douglas (banjo, chitarre e accordion) per completare il quadretto familiare. Anche le atmosfere del disco, molto informali, quasi da jam sessions, confermano le origini da "comunità musicale". Se non è american roots music quella degli Shiners, con un rincorresi tra chitarre elettriche, violini, dobro, banjo e lap steel, difficile pensare lo sia qualcos'altro. L'andamento è decisamente sgangherato, perchè mischia marcette bluegrass, ballate che vengono giù dai monti Appalachi e scosse elettriche. Ho avuto proprio l'impressione di rivivere alcune significative esperienze dell'alternative-country di questi anni: per esempio il suono gotico dei Sixteen Horsepower in As The Crow Flies e Mr. Scarescrow o il rock'n'roll sudista dei Blue Mountain nelle torride Huricane Blues e Elvis Sings to jesus. A detta degli stessi Shiners questo disco rappresentarebbe il volto più rock della loro produzione (così suggerisce anche il titolo), ma esclusa una partenza su di giri, il seguito è soprattutto figlio del bluegrass e del folk americano più antico (Oregon Hill Waltz, il traditional Dooley).
(Davide Albini)

www.planetaryrecords.com/theshiners


The Shiners - Bonnie Blue Planetary 2001

Stessa formazione a sette elementi, stessi musicisti e medesimo background musicale: Bonnie Blue è l'esordio che ha fatto conoscere questo colletivo musicale della Virginia presso il pubblico del circuito roots e alt-country. Il responso è stato molto positivo a giudicare dalla buona esposizione di stampa ricevuta e dai numerosi tour di supporto ad altre band, tra cui possiamo citare Hank III e gli amici Drive By Truckers. Dovessi essere costretto ad una scelta forzata direi quasi che questo primo lavoro si fa preferire in coesione e freschezza: il suono è meno dispersivo e tutti gli episodi mantengono un certo livello di attenzione. Dominano soprattutto le atmosfere acustiche, se si vuole anche maggiormente rurali: Bonnie Blue è pieno zeppo di rozzo bluegrass (Crow Holler, Los Gatos del Fuego) e country music che odora di fango e paludi, quasi ci trovassimo in un vecchio vinile uscito dalla polvere degli archivi (We Won't Break The Circle sembra proprio un classico). Il tutto è suonato però con uno spirito punk (Night Owl, Devil's X) e spesso imparentato con la corrente più gotica ed oscura del movimento provinciale (The Rodeo Clown, Conjureman). Ultima nota di merito per i bellissimi disegni di Wes Freed, che caratterizzano i libretti di entrambi i cd, decisamente al di sopra della media per un prodotto indipendente.
(Davide Albini)