Ottimo ritorno alla forma di Joe Grushecky dopo un paio di prove
non esaltanti, True Companion è un disco di solido rock'n'roll
elettrico come si usava fare negli anni '70, secco, diretto, senza fronzoli
o sbavature. Avevo l'impressione che, da Coming Home in poi, nei lavori
di Joe fosse affiorata un po' di stanchezza, ma era comunque impossibile
non affezionarsi al ruvido gesto springsteeniano di questo figlio della
lower middle class suburbana, mai a corto di coerenza o di onesta testardaggine
nel raccontare piccole gioie e grandi affanni degli strati più bassi della
società americana. Anche in questo caso, i personaggi che popolano le
canzoni di Joe - i contenuti che ne sostanziano il discorso - hanno sfumature
familiari e tratti riconoscibili: il cinquantenne che si dimentica delle
beghe da day-job quando impugna la sei corde nell'autobiografica A
Long Way To Go, la piccola Ginny che scappa coi figli da un marito
violento e apatico allo scopo di rifarsi una vita, sgobbando dieci ore
al giorno come cassiera per sbarcare il lunario (She's A Big Girl Now),
padri che si distruggono di lavoro giorno dopo giorno (A Silver Spoon);
altrove è lo stesso Joe a rivendicare esplicitamente il proprio dissenso
nei confronti di un'amministrazione che lo stato sociale non sa proprio
cosa sia o che trova soldi per le armi ma non per i programmi di scolarizzazione
(A Shot Of Salvation). Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, se
non un sound robusto e potente, il consolidamento di una formula che da
tempo non suonava così fresca. Abbandonata l'osservanza stretta di un
modello ingombrante (Bruce, chi altro?), Joe e i cari, vecchi Iron City
Houserockers ritrovano l'energia degli indimenticabili Have A Good
Time (But Get Out Alive) (1980) e Love's So Tough ('79) in
una serie di episodi all'insegna del più sanguigno blue-collar, impregnato
dell'odore delle acciaierie di Pittsburgh (la cittadina da cui il gruppo
proviene) e di un'umanità immediatamente percepibile. Nei ritmi selvaggi
di Strange Days e della tiratissima The Shape I'm In, nel
delizioso country-blues dylaniano della citata A Silver Spoon, negli squarci
elettroacustici della suggestiva title-track, nella spettacolosa rilettura
in chiave garagista di un classico degli Standells (Dirty Water)
stanno le fondamenta di un modo d'intendere la musica al di là del semplice
intrattenimento; nelle chitarre di Bill Toms, nel basso nervoso
(alla Lou Reed) di Art Cardini e nel drumming incalzante di Joffo
Simmons un trasporto passionale che ce li fa sentire molto simili
a noi, e perciò autentici. Siamo nel 2004, molta acqua è passata sotto
i ponti, ma questo è ancora il rock'n'roll di Joe Grushecky e dei suoi
Houserockers: per quanto mi riguarda, impossibile pensare di metterlo
da parte.
(Gianfranco Callieri)
www.grushecky.com
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