Joe Grushecky & the Houserockers - True Companion Schoolhouse 2004 1/2
 

Ottimo ritorno alla forma di Joe Grushecky dopo un paio di prove non esaltanti, True Companion è un disco di solido rock'n'roll elettrico come si usava fare negli anni '70, secco, diretto, senza fronzoli o sbavature. Avevo l'impressione che, da Coming Home in poi, nei lavori di Joe fosse affiorata un po' di stanchezza, ma era comunque impossibile non affezionarsi al ruvido gesto springsteeniano di questo figlio della lower middle class suburbana, mai a corto di coerenza o di onesta testardaggine nel raccontare piccole gioie e grandi affanni degli strati più bassi della società americana. Anche in questo caso, i personaggi che popolano le canzoni di Joe - i contenuti che ne sostanziano il discorso - hanno sfumature familiari e tratti riconoscibili: il cinquantenne che si dimentica delle beghe da day-job quando impugna la sei corde nell'autobiografica A Long Way To Go, la piccola Ginny che scappa coi figli da un marito violento e apatico allo scopo di rifarsi una vita, sgobbando dieci ore al giorno come cassiera per sbarcare il lunario (She's A Big Girl Now), padri che si distruggono di lavoro giorno dopo giorno (A Silver Spoon); altrove è lo stesso Joe a rivendicare esplicitamente il proprio dissenso nei confronti di un'amministrazione che lo stato sociale non sa proprio cosa sia o che trova soldi per le armi ma non per i programmi di scolarizzazione (A Shot Of Salvation). Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, se non un sound robusto e potente, il consolidamento di una formula che da tempo non suonava così fresca. Abbandonata l'osservanza stretta di un modello ingombrante (Bruce, chi altro?), Joe e i cari, vecchi Iron City Houserockers ritrovano l'energia degli indimenticabili Have A Good Time (But Get Out Alive) (1980) e Love's So Tough ('79) in una serie di episodi all'insegna del più sanguigno blue-collar, impregnato dell'odore delle acciaierie di Pittsburgh (la cittadina da cui il gruppo proviene) e di un'umanità immediatamente percepibile. Nei ritmi selvaggi di Strange Days e della tiratissima The Shape I'm In, nel delizioso country-blues dylaniano della citata A Silver Spoon, negli squarci elettroacustici della suggestiva title-track, nella spettacolosa rilettura in chiave garagista di un classico degli Standells (Dirty Water) stanno le fondamenta di un modo d'intendere la musica al di là del semplice intrattenimento; nelle chitarre di Bill Toms, nel basso nervoso (alla Lou Reed) di Art Cardini e nel drumming incalzante di Joffo Simmons un trasporto passionale che ce li fa sentire molto simili a noi, e perciò autentici. Siamo nel 2004, molta acqua è passata sotto i ponti, ma questo è ancora il rock'n'roll di Joe Grushecky e dei suoi Houserockers: per quanto mi riguarda, impossibile pensare di metterlo da parte.
(Gianfranco Callieri)

www.grushecky.com