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Pur
non essendo dei novellini (hanno infatti alle spalle un debutto omonimo,
uscito due anni fa su etichetta Times Beach), i cinque Deadstring Brothers
da Detroit sembrano aver affrontato il "difficile" secondo album con atteggiamento
un po' troppo ingenuo. Già, perché Kurt Marsche (chitarra e voce),
Travis Harrett (tamburi), Masha Marjieh (percussioni), Philip
Skarich (basso) e Ross Westerbur (piano e Fender Rhodes) avrebbero
potuto pretendere qualcosa in più da se stessi, evitando magari di riproporre
in forma pressoché inalterata l'omaggio agli Stones del periodo fine anni
'60 che aveva caratterizzato il precedente lavoro. Intendiamoci, qui nessuno
è scevro da folgorazioni, e all'incirca tutti noi abbiamo nel cuore alcuni
dischi ai quali garantire adorazione vita natural durante. Solo che i
Deadstring Brothers sono talmente derivativi, rispetto al modello
originale, che non si capisce perché qualcuno, piuttosto che acquistare
i loro album, non dovrebbe ricomperarsi per l'ennesima volta una copia
di Let It Bleed, Beggars Banquet, Sticky Fingers o Exile On Main St..
Ciò non significa, tanto per esser chiari, che le varie Talkin' Born
Blues, Moonlight Only Knows, All Over Now o 'Til
The Bleeding Stops siano brutte o fastidiose da ascoltare, ma che
un pizzico di personalità le avrebbe rese più convincenti, be', questo
è fuori discussione. Starving Winter Report assomiglia
al parto di una garage-band che ha trascorso anni ad esercitarsi su testi
sacri come Dead Flowers, Sweet Virginia e Honky Tonk Woman, cioè sull'abbecedario
della ballata rock stracciona e countreggiante, dimenticandosi però di
far pratica anche su altri fronti: ne consegue, come già detto, una marcata
sensazione di déja-vu, talvolta piacevole e rassicurante, talvolta più
vicina alla noia. Gli episodi più efficaci dell'album, paradossalmente,
sono alla fine quelli dove il ricalco stonesiano viene eseguito con maggior
rigore, per esempio nell'iniziale Sacred Heart, che non sarà il
massimo dell'originalità ma ha proprio un bel drive, nella ballatona strappamutande
Lights Go Out, che potrebbe essere il tentativo del gruppo di scrivere
una Angie meno ruffiana e pop (le due canzoni iniziano più o meno alla
stessa maniera), o nella conclusiva Lonely Days, celebrazione tra
country e rock degli anni in cui Gram Parsons istruiva Keith Richards
sulle profondità della tradizione musicale americana. Siccome non è improbabile
che, essendo utenti di questo sito, già conosciate (e apprezziate, naturalmente)
i dischi degli Stones, di Gram Parsons e della Band, cosa ne dite di ascoltarne
una versione aggiornata al 2005? Non è un tributo, ma ci va vicino, e
mai come in questo caso già sapreste cosa aspettarvi.
(Gianfranco Callieri)
www.deadstringbrothers.com
www.evangeline.co.uk
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