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inserito
il 05/06/2006
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Cracker L'idea che i Cracker
si fossero infilati in un pericoloso impasse creativo, acuito dalla lunga
diatriba con la vecchia casa discografica, viene puntualmente smetita
dalla pubblicazione di Greenland, il comeback artistico
che non ti aspetteresti. Quattro anni sono passati infatti dal deludente
Forever,
periodo in cui David Lowery e Johnny Hickman si sono dedicati
a progetti solisti, produzioni altrui, infilando di tanto in tanto testimonianze
divertenti ma interlocutorie, tra cui gli omaggi alle radici degli spiritosi
O
Cracker Where Art Thou? e Countrysides.
Il recentissimo Greatest
Hits Redux pareva infine rincarare
la dose, giocando ancora al gatto col topo contro l'odiata Virgin, simbolo
di un mercato che scarica i "pesi morti" senza troppi complimenti.
Quel disco dimostrava da una parte la versatilità del gruppo, ma
dall'altra apriva una serie di interrogativi sul futuro dei Cracker. Greenland
invece sintetizza esattamente il suono di un gruppo che rialza la testa,
una band che sembrava avere detto tutto o quasi e invece da un'ulteriore
colpo di coda. L'età della saggezza ha reso più malinconico
e amaro il songwriting di David Lowery (Where Have Those Days Gone,
Darling We're Out of Time), senza per questo perdere la sua caratteristica
peculiare, un'ironia pungente (I Need Better Friends) spesso bilanciata
da suggestivi riferimenti letterari (Sidi Infi cita Hemingway fra
le righe). E' stato, per stessa ammissione di Lowery, il disco più
diretto e personale registrato dai Cracker, percorso da ombre, interrogativi
sulla propria carriera di musicisti e qualche delusione di troppo. Tutto
questo senza perdere di vista la leggerezza e l'eccentricità del
loro rock'n'roll, sensazioni che sprizzano dalle strepitose chitarre di
Johnny Hickman, capace di attraversare con noncuranza territori che vanno
dal roots rock al garage, dalle funanboliche tastiere di Kenny Margolis
e dal drumming preciso di Frank Funaro. Sono loro, di comune accordo
con gli ospiti David Immergluck (Counting Crows), Mark Linkous
(Sparklehorse) e Caitlin Cary, a stendere il tendone di un circo
elettrico che si apre con il sobbalzare pop rock di Something You Ain't
Got (unica cover, un brano degli American Minor, che però suona
Cracker all'ennesima potenza) e dopo avere riassunto il sound di una vita
in Maggie, Where Have Those Days Gone e nella deliziosa
ballata Fluffy Lucy prende la strada della follia. Sono i Cracker
più scontrosi e sperimentali quelli che si affacciano nella scudisciata
garage di Riverside o nelle allucinate Gimme One More Chance
e Minotaur (citofonare ai Wilco e chiedere quanto meno di riconoscere
l'ispirazione rubata a Lowery e soci), poi definitivamente abbandonati
alla psichedelia sospesa di Sidi Infi. Non tutto è calibrato
al punto gusto, un paio di intuizioni si perdono per strada (I'm So
Glad She Ain't Never Coming Back, Night Falls), ma il finale
è un crescendo che entusiasma sulle note del brillante street rock
di Everybody Gets One For Free e di una Darling We're Out of
Time che è la quintessenza della ballata alla Cracker, con
organo e piano che svolazzano tutto il tempo. Facendo
tesoro delle ferite e degli anni passati on the road i Cracker azzerano
il passato e rilanciano la carriera di una rock'n'roll band tra le più
intelligenti e stimolanti che il mainstream americano abbia conoscuito
negli ultimi anni. |