inserito 01/08/2008

James Jackson Toth
Waiting in Vain
[
Rykodisc/Audioglobe
 2008]



È veramente un enigma questo Waiting in Vain, sorta di esordio di James Jackson Toth con il nome di battesimo, per molto tempo nascosto dietro pseudonimi e progetti disorganici che mettevano in evidenza la sua natura di moderno freak. Un tempo infatti Wooden Wand & the Vanishing Voice, accorciato al semplice Wooden Wand, comitiva di sperimentazioni folk a bassa fedeltà e stramberie in dorore di psichedelia, la musica di Toth si è spesso celata dietro una maschera di provocazioni, ordinaria amministrazione per un newyorkese cresciuto fra le pulsioni del Village e la no wave degli anni più fertili del rock indipendente. Tanto è vero che l'ultimo sforzo in ordine di tempo era stato quel James and the Quiet prodotto insieme a Lee Ranaldo (Sonic Youth), in cui i segnali di un naturale, progressivo avvicinamento alla forma canzone si erano resi manifesti. Waiting in Vain è il "tradimento" definitivo, il salto verso un rock d'autore che sappia includere forma e sperimentazione, passato e presente, radici che scavano tanto nel lascito artistico dei sixties quanto nelle più contemporanee riletteure di quell'eredità.

Non piacerà a chi lo ha sempre visto come una delle possbili avanguardie del rinascimento indie folk di queste stagioni: eppure, grazie alla produzione "adulta" di Steve Fisk (nome storico dell'alternative rock) e alle incursioni delle chitarre di John Dietrich (Deerhoof) e Nels Cline (Wilco), grazie al basso di Shayde Sartin (Giant Sunflower Band) e alla batteria di Otto Hauser (Vetiver/Devendra Banhart), grazie soprattutto ai contrappunti vocali di Carla Bozulich e della compagna Jexie Lynn Toth, Waiting in Vain si materializza come uno dei dischi più misteriosi e seducenti di questo 2008. Buona parte del merito ricade sulla scrittura immaginifica, a tratti impressisonistica altre più severa e crudele di Toth, una penna di categoria superiore che si strugge fra il romanticismo di Doreen e le confessioni malate e maledette di Look in On Me, aprendo gli argini nella torrenziale, dylaniana Beulah The Good. Quello che resta, e non è certo un dettaglio, riporta tutto ad una fisionomia folk rock che riesce a suonare tradizionale senza scadere nella calligrafia: The Banquet Six sfiora ruvide spirali psichedeliche con la chitarra marziale di Nels Cline, Becoming Faust e The Park si agitano nervose con un'animosità punk, mentre Poison Oak e Midnight Watchman ribaltano ogni previsione addolcendosi dentro un profilo di ballata trasognata e morbida, che staziona a metà strada fra quello che fu la West Coast (si veda anche la dolcissima Do what You can) e le intuizioni dei Wilco, ai quali, a più riprese, Waiting in Vain non può fare a meno di accostarsi (Nothing Hides).

Avrebbe voluto intitolarlo Becoming Faust - e sarebbe stato assolutamente appropriato, non c'è che dire - è diventato invece Waiting in Vain, un disco che a detta dello stesso James Jackson Toth riguarda "il rapporto fra tentazione e redenzione e le diverse prospettive con cui le puoi osservare". C'era da aspettarselo, visto il palese accostamento alla mitologia di Robert Johnson, nonostante il blues come linguaggio codificato della tradizione americana sia soltanto un pretesto di fondo, una lontana eco che si stempera nello stile personalissimo di questo storyteller dall'animo inquieto, scuro, enigmatico.
(Fabio Cerbone)

www.myspace.com/jamesjacksontoth
www.woodenwand.net


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