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Cracker
Sunrise in the Land of Milk
and Honey
[429 records/ Freeworld
2009]
 
Danno l'impressione di divertirsi un mondo i Cracker: nella terra
del latte e del miele hanno tolto la polvere alle chitarre e alzato il
volume degli amplificatori, come se avessero mai abbandonato l'idea di
un rock'n'roll senza fronzoli. Sono sempre stati invece una band controcorrente,
troppo mainstream per non destare i sospetti di buona parte del mondo
"indie", troppo eclettici per mantenere quella fugace presenza nelle classifiche
avvenuta ad inizio carriera. Ed è da quelle parti che Sunrise In
The Land Of Milk And Honey va i cerca dell'ispirazione, ai giorni
dell'omonimo debutto da cui paiono sbucare Show
Me How This Thing Works o la frenesia di We
All Shine A Light, insomma ancora dentro fino al collo in quell'intruglio
irresistibile fra radici punk e tentazioni power pop, fra chitarre spianate
e ironia a manciate dove David Lowery e Johnny Hickman si
sono sempre trovati a loro agio.
Mentre una buona fetta del mondo Americana torna all'essenza folk e forse
ringrazia, anche inconsapevolmente, una band come i Cracker per le illuminazioni
regalate in passato, loro girano le spalle e fanno semplicemente quello
che gli passa per la testa: un disco dove le pretese stanno a zero, l'eccentricità
dei giorni migliori è tenuta a freno mentre esplodono i riff della sei
corde elettrica (Hickman continua ad essere uno splendido e sottovalutato
musicista, il Mike Campbell personale per David Lowery, scusate se è poco)
e la sezione ritmica di Frank Funaro e Sal Maida si ricorda improvvisamente
di avere un passato con Dictators, Sparks e Joey Ramone. Capita però che
Sunrise In The Land Of Milk And Honey conservi quei tratti di ironia e
follia tipici delle liriche di Lowery, uno in grado di passare dalla stringente
politica di Yalla Yalla (Let's Go) allo
scherno quotidiano, da canzoni sulla tollerenza a recriminazioni su ex
fidanzate e battibecchi fra amici, senza preoccuparsi minimamente dell'effetto:
forse per questo motivo i Cracker sono sempre apparsi troppo poco "seri".
Noi invece seguitiamo a prenderli per quello che sono stati e ancora oggi
dimotrano di essere: una rock'n'roll band che vende cara la pelle, che
si può permettere di guadagnare il rispetto e chiamare a raccolta John
Doe (nel bruciante punk'n'roll Time Machine),
Adam Duritz (il filo di congiunzione con i Counting Crows spunta
nel duetto di Darling One, ballata
soulful e classica a più non posso) così come l'ultimo arrivato Patterson
Hood (nel rimpallo a suon di ubriaco country rock in Friends). Sono presenze
poco ingombranti va detto, perché il peso resta tutto sulle spalle del
gruppo, di quella semplice regola chitarra-basso-batteria, magicamente
ancora in grado di funzionare: occorrono certo ballate da maestri (adorabile
Turn On, Tune In, Drop Out With Me,
compreso l'omaggio a Timothy Leary e al sogno psichedelico), e american
rock della migliore specie, che fra l'armonica pungente di Hey
Bret (You Know What Time It Is) e le stilettate della title
track porta a compimento un album per nulla rivoluzionario nella storia
personale dei Cracker, eppure solidissimo e convincente.
(Fabio Cerbone)
www.crackersoul.com
www.429records.com
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