inserito 19/06/2009

Cracker
Sunrise in the Land of Milk and Honey
[429 records/
Freeworld  
2009]



Danno l'impressione di divertirsi un mondo i Cracker: nella terra del latte e del miele hanno tolto la polvere alle chitarre e alzato il volume degli amplificatori, come se avessero mai abbandonato l'idea di un rock'n'roll senza fronzoli. Sono sempre stati invece una band controcorrente, troppo mainstream per non destare i sospetti di buona parte del mondo "indie", troppo eclettici per mantenere quella fugace presenza nelle classifiche avvenuta ad inizio carriera. Ed è da quelle parti che Sunrise In The Land Of Milk And Honey va i cerca dell'ispirazione, ai giorni dell'omonimo debutto da cui paiono sbucare Show Me How This Thing Works o la frenesia di We All Shine A Light, insomma ancora dentro fino al collo in quell'intruglio irresistibile fra radici punk e tentazioni power pop, fra chitarre spianate e ironia a manciate dove David Lowery e Johnny Hickman si sono sempre trovati a loro agio.

Mentre una buona fetta del mondo Americana torna all'essenza folk e forse ringrazia, anche inconsapevolmente, una band come i Cracker per le illuminazioni regalate in passato, loro girano le spalle e fanno semplicemente quello che gli passa per la testa: un disco dove le pretese stanno a zero, l'eccentricità dei giorni migliori è tenuta a freno mentre esplodono i riff della sei corde elettrica (Hickman continua ad essere uno splendido e sottovalutato musicista, il Mike Campbell personale per David Lowery, scusate se è poco) e la sezione ritmica di Frank Funaro e Sal Maida si ricorda improvvisamente di avere un passato con Dictators, Sparks e Joey Ramone. Capita però che Sunrise In The Land Of Milk And Honey conservi quei tratti di ironia e follia tipici delle liriche di Lowery, uno in grado di passare dalla stringente politica di Yalla Yalla (Let's Go) allo scherno quotidiano, da canzoni sulla tollerenza a recriminazioni su ex fidanzate e battibecchi fra amici, senza preoccuparsi minimamente dell'effetto: forse per questo motivo i Cracker sono sempre apparsi troppo poco "seri".

Noi invece seguitiamo a prenderli per quello che sono stati e ancora oggi dimotrano di essere: una rock'n'roll band che vende cara la pelle, che si può permettere di guadagnare il rispetto e chiamare a raccolta John Doe (nel bruciante punk'n'roll Time Machine), Adam Duritz (il filo di congiunzione con i Counting Crows spunta nel duetto di Darling One, ballata soulful e classica a più non posso) così come l'ultimo arrivato Patterson Hood (nel rimpallo a suon di ubriaco country rock in Friends). Sono presenze poco ingombranti va detto, perché il peso resta tutto sulle spalle del gruppo, di quella semplice regola chitarra-basso-batteria, magicamente ancora in grado di funzionare: occorrono certo ballate da maestri (adorabile Turn On, Tune In, Drop Out With Me, compreso l'omaggio a Timothy Leary e al sogno psichedelico), e american rock della migliore specie, che fra l'armonica pungente di Hey Bret (You Know What Time It Is) e le stilettate della title track porta a compimento un album per nulla rivoluzionario nella storia personale dei Cracker, eppure solidissimo e convincente.
(Fabio Cerbone)

www.crackersoul.com
www.429records.com


<Credits>