inserito 11/11/2009

Mumford & Sons
Sigh No More
[
Coop Music/V2  2009]



Il nuovo corso della giovane musica inglese ha deciso di aprirsi ai misteri e alle gioie del folk: non si pu˛ far altro che constatare la ripresa di una antica fiamma, magari declinata secondo una sensibilitÓ tutta moderna dove contaminare istinti acustici, strumentazione tradizionalista, melodia magniloquente, stravaganze pop e un romaticismo fatto di ballate eteree e struggenti. ╚ l'effetto suscitato da questa opera prima dei Mumford & Sons, "collettivo" di West London nato dalle ceneri di una collaborazione artistica con la cantautrice Laura Marling e dopo due anni di rodaggio approdato alle cure del produttore Markus Dravs (Arcade Fire, Bjork) con un'idea molto precisa del proprio linguaggio. Il folk rock dalle tinte pastorali che si scatena in Sigh No More pare riassumere una "nuova onda" dentro cui, con personalitÓ convergenti, potremmo racchiudere per comoditÓ Johnny Flynn, Noah and the Whale fino ad arrivare a lambire, oltre l'Atlantico, le esperienze di Fleet Foxes e Avett Brothers.

La sintesi attuata da Marcus Mumford, Country Winston, Ben Lovett e Ted Dwane richiama naturalmente questo universo di estasi e armonia, dove la West Coast di un tempo incontra il pop e le radici pi¨ antiche della folk music, ma allo stesso tempo rivendica senz'altro un carattere giÓ molto indipendente. Si percepisce insomma come i Mumford & Sons non siano una creatura nata per imitazione e che il loro ruolo potrebbe essere centrale in questo rinascimento, se soltanto sapranno proseguire nel loro interessante lavoro fra malinconia e giubilo. Le sensazioni che sprigionano gli arpeggi di Sigh no More, gli intecci vocali e le cavalcate in cui duellare fra chitarre acustiche, banjo, fiati e un'epica crescente, sono tutte a favore di una band che sa scrivere canzoni maledettamente rotonde, trascinanti, per almeno un tre quarti di questo debutto (preceduto invero da una trilogia di ep). Avvincente il modo in cui Marcus Mumford approccia la sua poetica terribilmente sentimentale, semplice nell'esporre le sue emozioni, in The Cave, svagandosi nella dolce nenia di Winter Winds, facendosi buia e tempestosa in Roll Away Your Stone, ruzzolando per ballate dai profumi agresti quali White Blank Page e Little Lion Man, quasi bluegrass in quella incalzante presenza del banjo.

Piace dunque l'idea, seppure non inedita ormai, di giovani musicisti che ritrovino strade abbandonate, tornando a battere i sentieri di una naturalitÓ folk che non significa affatto estraniarsi dalla attualitÓ. ╚ nella parte finale infatti che Sigh No More lascia una formula collaudata e assai accattivante (in Timshel toccano il vertice di quella preghiera folk che potremmmo definire "alla Fleet Foxes") per avventurarsi in tensioni, in parte anche elettriche, che tengono aperta una scommessa sul futuro dei Mumford & sons. Non Ŕ detto che siano gli episodi pi¨ riusciti del disco - l'ombrosa Thistle & Weeds o la pianistica, enfatica Dust Bowl Dance - ma chiariscono forse le virt¨ di un gruppo potenzialmente destinato a sbocciare con ancora maggiore forza.
(Fabio Cerbone)

www.mumfordandsons.com
www.myspace.com/mumfordandsons



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