inserito 10/05/2010

Fleet Foxes
Helplessness Blues
[
Sub Pop  2011
]



Tra gli innumerevoli stereotipi del rock'n'roll, le difficoltà del secondo disco costituiscono una sorta di passaggio immutabile. Non sfuggono alle regole neppure i Fleet Foxes, specialmente se il primo "ingombrante" capitolo ha rappresentato una sorta di rivelazione, in qualche modo simbolo e apripista di un'intera generazione neo-folk rock a dettare legge nel gusto di pubblico e critica. Ecco allora trascorrere tre anni di ripensamenti, rivisitazioni, facendo maturare in tour l'idea di Helplessness Blues, titolo contorto e affascinante che gioca con le ombre e la malinconia di Robin Pecknold e compagni. Dal folklore dell'esordio, dalla geografia e dai luoghi americani evocati con tanta enfasi si è passati ad una sorta di mappa dell'anima, per cui quegli stessi luoghi sono diventati angoli della mente. Tradotto in soldoni si tratta di una manciata di canzoni forse meno suggestive dal punto di vista testuale ma più personali nell'ambientazione. Le conseguenze però non hanno scalfito più di tanto quello che resta "il suono" dei Fleet Foxes, ancora oggi messaggeri di un folk rock estatico, impastato oltre ogni misura di armonie vocali e giochi acustici che rimestano nel passato, senza dimenticarsi di operare nel presente dell'indie rock.

La mediazione funziona a livello estetico, infarcendo l'album di suoni più "curiosi", quasi nascondendosi dietro la presunta stravaganza, molto sixties va detto, di harpsichord, marxophone, mellotron, sintetizzatori Moog e campane tibetane maneggiate da Casey Wescott e dal chitarrista Skyler Skjelset. Gli applausi che stanno cadendo a pioggia dal mondo intero non fanno che confermare: è un segnod ei tempi e i Fleet Foxes lo cavalcano con maestria e assoluta onestà di intenti. Non essendo però rimasti folgorati neppure dal debutto sulle pagine di Rootshighway, attendendo semmai diplomaticamente una riprova, oggi si può affermare che Helplessless Blues ridimensiona di molto le possibilità che la band di Seattle rappresenti il culmine di un affinamento della ricerca sulle radici storiche del rock. Hanno scelto infatti la via più confusa, a dispetto dell'apparente semplicità delle loro melodie: Bedouin Dress esalta una linea arabeggiante nell'uso del violino, la suite The Shrine / An Argument infila uno spiazzante (e gratuito) finale in tono "free jazz", ma nell'insieme sono singoli episodi dentro un disco di una uniformità a volte irritante.

Non ci sono in teoria difetti clamorosi: le voci celestiali "coprono" infatti le magagne compositive, come se in assenza di qualche idea strumentale più coraggiosa i Fleet Foxes possano sempre rivolgersi ai saliscendi di Montezuma e Sim Sala Bim, titoli che già richiamano un certo esotismo di facciata, tanto quanto la musica si fa un diluvio di citazioni. West Coast naturalmente, magari della specie più sognante alla David Crosby, il manuale del perfetto british folk con The Cascades, raccoglimenti acustici in Blue Spotted Tail, tenue psichedelia, barocchismi vari ed esplosioni pop in Battery Kinzie e Grown Ocean, persino qualche plagio di troppo (Lorelai…non sembra di averla già sentita da qualche parte?). Ci sono oasi di assoluto fascino in Helplessness Blues, perché negarlo, ma anche la sensazione di una perfezione fine a se stessa, a tratti un po' fredda ed estenuante.
(Fabio Cerbone)

www.fleetfoxes.com


   


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