inserito 18/03/2010

PJ Harvey
Let England Shake
[
Island  2011
]



Forse l'avevamo data per morta troppo presto. Certo che gli ultimi due dischi (che anche qui non erano parsi affatto all'altezza) avevano fatto pensare decisamente al peggio. Eppure anche il primo ascolto di questo Let England Shake non era stato affatto incoraggiante, soprattutto per chi non riesce ancora oggi a staccarsi dall'immagine della Harvey come una rocker con un terzo di Nick Cave, un terzo di Patti Smith ed un terzo dei Nirvana. PJ Ŕ cambiata, c'Ŕ poco da fare, non Ŕ pi¨ la sfacciata venticinquenne di To Bring you My Love, ha ormai raggiunto e superato la quarantina e qualcosa in lei Ŕ profondamente mutato. Si era capito giÓ dai lavori precedenti che la Harvey da allora in poi si sarebbe mossa su territori decisamente pi¨ introspettivi e lontani dai grovigli elettrici del passato. E in questo senso, Let England Shake Ŕ il diretto discendente di White Chalk ed A Woman and a Man Walked By.

Tuttavia, a poco a poco la matassa sembra sbrogliarsi. Bisogna andare avanti con gli ascolti per permettere a questo disco di farsi largo nella sua essenza. Non siamo di fronte ad un'opera facile, nÚ immediata. Per˛ siamo pure lontani anni luce dal tedio incipiente delle ultime due prove discografiche. Let England Shake Ŕ un disco caleidoscopico, personalissimo, cerebrale, introverso e a volte pure fastidioso, eppure Ŕ un lavoro di una lucida originalitÓ e di una personalitÓ artistica spiccatissima. I ruggiti elettrici (che pure non sono del tutto spariti) lasciano qui posto ad un canto etereo e talvolta misteriosamente vicino alla nenia, senza essere per questo disturbante. Le sventagliate blues lasciano il posto ad un'indole folkish (prettamente britannica) che tuttavia sembra aver subito un trattamento a base di centrifuga. Spesso Ŕ l'autoharp a sostituire la chitarra come strumento portante delle canzoni, mentre qua e lÓ spuntano fuori ora sezioni fiati ora corni da caccia che danno alle canzoni un aura senza tempo.

Ma sono proprio le canzoni a differenziare questo nuovo disco dalle ultime produzioni. La Harvey pare essersi liberata da quei fantasmi che offuscavano le pagine di White Chalk, soprattutto da un punto di vista lirico, e sembra aver qui intrapreso uno sforzo compositivo notevole. Andrebbe letto al contrario, Let England Shake. Infatti, la spigolositÓ e la complessitÓ sia melodica che armonica dei primi pezzi si va mano a mano stemperando, in una sorta di anticlimax, per giungere alla (quasi) orecchiabilitÓ ed immediatezza dei brani finali, la corale The Colour of the Earth, in cui ricompare la voce di John Parish, la sghemba Written on the Forhead, dove nel bel mezzo di un'atmosfera sospesa fanno capolino perfino sbuffi reggae e la dolce Hanging in the Wire, forse il pezzo pi¨ "pop" mai scritto dalla Harvey (per quanto pop sui generis). Altrove, come in Bitter branches o nella splendida In the Dark Places, sembra far capolino la vecchia Polly Jean, pi¨ elettrica e sfacciata, ma sono solo episodi isolati. Perfino quell'acutissimo falsetto che degli album passati pareva infinitamente disturbante, trova qui in On a Battleship Hill, uno dei pezzi pi¨ difficili e pi¨ intensi del disco, la sua ragion d'essere. Bisogna aver pazienza con questo disco, tuttavia, pur nel suo essere sghembo e, a volte, autoindulgente, Let England Shake potrebbe col tempo rivelarsi il vero capolavoro della maturitÓ di PJ Harvey.
(Gabriele Gatto)

www.pjharvey.net

 

   


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