Jeff Finlin
Somewhere South of Wonder
Gravity/BMG 2002

1/2


Paradossalmente Somewhere South Of Wonder, la canzone che d il titolo al disco, in contrasto con la sua copertina e con il tentativo di spiegare geo-musicalmente il prodotto ed il suo creatore. Beh, Jeff Finlin un personaggio curioso, controverso, dalle fattezze artistiche bizzarre e dal cantato sgraziato, nasale e personalissimo. Ed infatti, se il brano riflette il proprio mood in un incalzante blues metropolitano, aggressivo, ruvido e tipicamente made in usa, la front cover raffigura una sorta di Stonehenge, simbolo britannico, in cui i pilastri di roccia vengono sostituiti da carcasse d'auto. Il senso di Somewhere South Of Wonder, l'album, tutto qui, un continuo andirivieni di melodie diverse accompagnate da un songwriting dai dettagli rilevanti e significativi: cosa aspettarsi da un batterista (con i Thieves di Gwil Owen) passato con disinvoltura al cantautorato raffinato? Dunque Jeff vuole sorprendere, vuole un suono che sia tanto tradizionalmente roots quanto innovativo ed europeo. E qui le bizzarrie di una drum machine (per Summertime) ad anticipare l'esplosione di fiati e rock chitarristico per una Good Time dall'impatto frontale devastante, la slide guitar di Will Kimbrough al servizio di Sugar Blue, un brano dal timbro simil-Ed Harcourt, e Doug Lancio che fa il verso a Marc Ribot per la waitsiana Which Way You Gonna Run. E poi? E poi l'Ohio e Nashville, le origini ed il presente, escono per forza: il sound acustico di Miracle Along The Way, il pianoforte protagonista della romantica Alchemy e la ritmata Where Do We Go From Here. Dopo l'esordio solista per la Little Dog di Pete Anderson (con Highway Diaries del 1997) ed il discreto seguito ottenuto in Inghilterra all'indomani di Original Fin (1999), ritroviamo un artista mai pago di stravaganze e dalle spigliate doti compositive: Jeff Finlin ed il suo Somewhere South Of Wonder difficilmente lasceranno delusi ed indifferenti
(Carlo Lancini)

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