James Lee Burke
Prima che l'uragano arrivi
Meridiano Zero
pp.351


L’uragano è Katrina e tutti i suoi discendenti e non è soltanto l’epilogo dell’ ultimo romanzo di James Lee Burke. E’ anche un modo per raccontare dove è come è finita l’America e il suo sogno. Prima che le acque trasformino New Orleans in un cumulo di macerie, fango e cadaveri, James Lee Burke per voce del suo alter ego Dave Robicheaux, noto anche come Streak, si lascia andare ad uno sfogo duro e senza appello: “Questo non è il paese in cui siamo cresciuti. Ormai è di proprietà di pezzi di merda, da cima a fondo. Solo che adesso è tutto legale e loro hanno le loro brave lauree e indossano completi da duemila dollari”. La trama spiraloide e contorta in cui s’intrecciano le vicende di Prima che l’uragano arrivi, sembra soltanto preparare il terreno, a colpi di omidici e scontri frontali, alla doppia apocalisse finale. Quella in cui Streak e una mezza dozzina dei protagonisti (tutti inclusi i personaggi caratteristici della saga, a partire dall’esplosivo amico Clete Purcel) si ritrovano in una specie di coro tragico e in cui una voce dice: “siamo tutti assassini”. Una verità con cui Streak alias Dave Robicheaux si deve misurare da sempre, ma che il quel particolare momento, mentre torna quel passato che, parole di William Faulkner, non passa mai, assume anche altri significati. Perché introduce l’ amarissimo epilogo, quello di Katrina, che come un deus ex machina scende dall’alto a completare l’opera di autodistruzione del genere umano. James Lee Burke (e Streak) al meglio.
 

Howard Sounes
Anni 70. La musica, le idee, i miti
Laterza
pp.534



Chi ancora oggi è convinto che la decade dei '70 sia solo un'epoca di passaggio… be', dovrebbe ricredersi e leggersi d'un fiato questo bellissimo volume. L'inglese Howard Sounes è uno che con la penna ci sa fare, e lo dimostra questo corposo volume che non ha il taglio del saggio classicamente inteso, ma un passo spedito e notevolmente affascinante. Gli anni in questione sono sfrondati con l'occhio della curiosità per le vicende essenzialmente artistiche nelle sue varie diramazioni: architettura, cinema, fotografia, letteratura e, non ultima, la musica. La vera forza del libro risiede in quella montagna di aneddoti che sta alla base della realizzazione di alcuni capolavori del periodo, sia che si tratti di superbe opere architettoniche come il World Trade Center di New York o l'Opera House di Sidney, sia che si percorrano le strade impossibili delle aspirazioni di qualche artista dotato. Se si pensa a un Padrino, con la produzione contraria alla presenza di Brando, oppure all'autofinanziamento di Apocalypse Now che rischia di rovinare la carriera di un ambizioso Coppola, ci accorgiamo che alla base di opere senza tempo ci sono conflitti quasi insormontabili e, spesso, tragedie umane. La vita della fotografa Diane Arbus è un esempio in questo senso, ma ci sono momenti di puro diletto, come i capitoli dedicati ai Monty Python. La musica ci guarda con gli occhi di Dylan, degli Stones, di Bowie, di Reed, insieme a quella scheggia impazzita del punk a scandire la parte finale del decennio. Per chi non li ha vissuti, per chi ne ha perduto i sapori.
(David Nieri)

     

Jaime Miranda
Non sono qui per farmi degli amici
Gran Via
pp.271


Il tono è sempre ironico e scanzonato, spesso piuttosto informale e qualche volta (come nel sorprendente finale) anche surreale. Forse non ne esiste uno più adatto per raccontare il mondo dell’informatica, un mondo parallelo dove le vite sono travolte e/o incastrate dalle procedure dai protocolli dai linguaggi e dalle bizzarie dei computer, da riunioni che sembrano piccole proiezioni del teatro dell’assurdo, da storie e personaggi incastrati in una parodia dell’economia di mercato che è così acida da sembrare vera. Il romanzo di Jaime Miranda, che ha un illustre precedente in Microservi di Douglas Copland, pur con tutti i limiti e le lacune dell’esordio riesce a pizzicare la realtà di lavori e insieme di vite campate per aria. L’oggetto è un team di consulenti, programmatori, grafici e impiegati incaricato di costruire un software per il centralino di un call center. Una di quelle voci che rispondono in via automatica senza dire niente e con la capacità di rovinarci la giornata, per intenderci. Il progetto, già venduto dal tracotante principale di Bruno Medinaceli, ovvero il protagonista del romanzo, sembra fatto apposta per non funzionare e per catalizzare un susseguirsi di colpi di scena, gag e battute. Tra uno scossone e l’ altro, si arriva al finale che, per quanto bizzarro, contiene anche una squilante citazione di You Don’t Know How It Feels di Tom Petty

David Lynch
In acque profonde
Mondadori
pp.197



David Lynch, regista con un occhio molto attento sia alle “roots” che alle “highways”, raccoglie un agile volume le sue riflessioni su “meditazione e creatività”. La sua passione per la meditazione trascendentale non deve ingannare. Nelle sue “acque profonde” non si sono exploit esoterici o teorie new age. La sua filosofia e la sua percezione è più legata all’arte, alla creatività e allo spirito con cui si affronta la magia di raccontare un mondo. Attraverso le immagini, la parola, il pensiero. La logica di partenza è quella che vede l’opera dell’ingegno davanti e sopra tutto, come scrive lo stesso David Lynch: “L’opera d’arte deve bastare a se stessa. Quello che voglio dire è che sono stati scritti tantissimmi capolavori della letteratura, gli autori sono ormai morti e sepolti e non puoi tirarli fuori dalla fossa, hai il libro però, e un libro può farti sognare e riflettere”. Ecco, se c’è qualcosa di misterioso, di fantastico che ritorna nelle sue riflessioni (scritte quasi in forma di aforismi, molto semplici, scorrevoli ed eleganti) è l’aspetto onirico e qui si ritorna alla sua passione principale, il cinema che descrive proprio come un sogno: “Quanto è magico entrare in un teatro e vedere spegnersi le luci. Non so perché. C’è un silenzio profondo, ed ecco che il sipario inizia ad aprirsi. Forse è rosso. Ed entri in un altro mondo”. E’ proprio così.

 


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