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Joe
Strummer,
Mick Jones,
Paul Simonon,
Topper Headon
The
Clash
Isbn Edizioni
pp.384
Un'anziana signora, in un posto
sperduto di Londra, riceve alcuni nastri registrati vent'anni prima. E'
rimasta l'unica ad avere gli strumenti per vederli e, nel caso fosse utile,
per riversarli su un supporto meno primitivo. Dopo averli guardati si
premura di chiamare i clienti, per dirgli che, sì, i nastri funzionano
ed è possibile riversarli, ma si chiede se ne vale la pena, visto che
contengono soltanto un mucchio di drogati e di ubriachi che sfasciano
tutto uno studio di registrazione, e versano vino in un "pianoforte Steinway".
Dall'altro capo del telefono, la notizia suscitò un entusiasmo del tutto
incomprensibile per l'anziana signora, ma c'era un motivo: la banda di
scapestrati dedita alla distruzione altri non erano se non i Clash
e il loro produttore, Guy Stevens, ai Wessex Studios di Londra
durante le registrazioni del disco poi noto come London Calling. Piccolo
aneddoto che però racconta l'essenza stessa della vita caotica, frammentaria,
esplosiva dei Clash e non è un caso se la loro autobiografia, raccolta
da questo strepitoso volume, sia in gran parte iconografica.
E' vero: i Clash sono stati un enorme groviglio di contraddizioni,
ma solo per chi voleva attribuirgli significati che trascendevano la loro
intima essenza. Potevano essere fuorilegge, rock'n'roll star, dei traditori
per "all the young punks", ma basta affrontare il loro sguardo nelle infinite
immagini che riempiono queste pagine per carpirne l'identità. I Clash,
come il nome che si erano scelti, hanno vissuto e si sono nutriti del
conflitto, guardando con indifferenza il lato della trincea su cui si
trovavano. Erano punk e un attimo dopo giungeva l'abiura. Odiavano l'America
almeno quanto la sognavano (e la loro autobiografia celebra in tutti i
dettagli, dalle strade a NYC, questo complesso rapporto). Erano tanto
scapestrati nel crearsi un'immagine, quanto attenti a non sbagliare un
dettaglio (e qui c'è un'abbondanza sterminata di materiale su cui riflettere,
dalle memorabilia alle copertine), avevano condannato il rock'n'roll e
suonavano (orgogliosi) con Bo Diddley.
"Lasciavamo tutto un po' incompiuto" hanno detto un giorno, mentre lavoravano
al complesso zibaldone di Sandinista!, ed è anche nella logica di una
rock'n'roll band che ha generato un linguaggio preciso, articolato, molto
focalizzato, a partire proprio dalle immagini. Un gruppo nato e cresciuto
nella "garageland" finisce per diventare profetico e cosmopolita e allora
forse aveva ragione Guy Stevens, il produttore di London Calling: aveva
capito che ai Clash bastava star bene per dare il meglio e il loro "star
bene" era stare al centro della rivolta, del conflitto, della battaglia
e in mancanza di quella andava bene anche una rissa e se non proprio non
c'era niente di meglio, un produttore che spaccava le sedie in studio
poteva funzionare. Funzionò, e così ne fece le spese persino il pianoforte,
che non era uno "Steinway", ma un Bosendorfer. E così quello che è successo
tra le mura dei Vanilla prima e agli Essex Studios e in tutta la storia
dei Clash poi può avere tanti nomi, ma come ebbe a dire Mick Jones: "chiamalo
come vuoi, ma chiamalo rock'n'roll".
(Stefano Hourria)
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