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inserito 17/03/2010

Joe Grushecky & The Houserockers
A Good Life - The Joe Grushecky Story
[DVD+Cd Virgil Films 2010] 7.5
East Carson Street [Cd Schoolhouse 2010] 6.5

Vorrei per esempio dirvi che la scuola di mia figlia, nella civilissima e progressista Emilia di montagna, non solo non ha i soldi per pagare gli insegnanti di sostegno per due ragazzi ritardati, ma addirittura consiglia alle famiglie di equipaggiare gli alunni con qualche scorta di carta igienica. Questo perché soltanto chi non ha un pargolo direttamente coinvolto può credere a chi dice che nella scuola italiana va tutto bene. Allo stesso modo, solo chi non l'ha mai ascoltato, se non distrattamente e magari dai suoi esponenti più famosi (pochi, in verità), può sostenere che il cosiddetto blue-collar rock, il rock operaio ancora capace di regalarci una ballata elettrica su cui piangere i nostri blues o una sfrenata danza errebì per spazzar via le angustie di una pessima giornata di lavoro, sia un modo di far musica (o meglio, d'intendere la vita) vecchio, sorpassato, bacucco, anemico. Possono piacere o non piacere, i dischi di Joe Grushecky, di Billy Chinnock, di John Cafferty o del francese Little Bob, ci mancherebbe altro, ma se li si ascolta con un pizzico di attenzione è difficile restare insensibili di fronte alla profonda umanità che li contraddistingue, di fronte all'entusiasmo, alle speranze e ai modi down to earth (che suona meglio di "terra terra") riversati in canzoni prima di tutto volte a ricordare, agli ascoltatori (e pure ai loro artefici), che uno sbuffo di dolcezza, gioia e comprensione possono pur sempre essere lì, in nostra attesa, alla fine di una strada dove gli Stones, Bob Dylan e i ruggiti del soul ballano insieme. Il vecchio Joe Grushecky da Pittsburgh, dicevo, può piacere o non piacere; impossibile, ad ogni modo, non provare un po' di simpatia per un rocker dalle ambizioni "normali", dal talento "normale", dalla famiglia "normale", che durante tutta la propria carriera non ha mai smesso di dedicarsi al ruolo di insegnante di sostegno (di inglese, matematica e storia) in una high-school americana, accompagnando al diploma adolescenti segnati da gravi difficoltà cognitive e squilibri emotivi in cerca di una nuova armonizzazione. L'aspetto personale della vicenda artistica di Joe, in questo caso, non è un mero fattore extra-diegetico, ovvero estraneo rispetto alle fortune, creative e commerciali, dei suoi dischi. E' anzi il nocciolo della questione, poiché non è lecito separare dettagli pubblici e privati nel percorso di un musicista che fin dall'inizio, dal 1980 di una Pumping Iron dedicata al cuore romantico della sua Pittsburgh (nota per l'elevata concentrazione di acciaierie), non ha saputo, o voluto, fare altro se non intrecciare costantemente i due piani, di volta in volta ritraendo, canzone dopo canzone, il declino industriale della propria città, l'inefficienza del suo welfare e gli sforzi di adattamento di una gioventù cresciuta tra genitori assenti e istituzioni indifferenti.

A Good Life - The Joe Grushecky Story, un bel documentario fortemente voluto dai due registi esordienti Steve Caniff e Jim Justice tramite la loro Flatbroke Productions (distribuito in pratica da clandestini all'inizio del 2008 e giunto a una diffusione europea per il circuito domestico soltanto ora), coglie appieno la portata ideologica di detto rimescolamento, evidenziando prima di tutto la vita quotidiana del protagonista e ricordando come questi non possa permettersi di non essere "reale". (Del resto, ci sarà pure un motivo se, dall'Ordinary Joe di Terry Callier al "Joe l'idraulico" dell'ultima campagna elettorale del repubblicano John McCain, "Joe" è il nome di battesimo per eccellenza del "tizio regolare", dell'"average guy".) Ciò significa, com'è ovvio, non arretrare davanti a una serie di particolari sgradevoli, per esempio quelli relativi alla crisi della prima band di Joe, gli indimenticabili Iron City Houserockers (responsabili di quattro grandi dischi realizzati tra il '79 e l'83, tutti poco ascoltati, seppur lodati dalla critica, e malissimo promossi); ai problemi di salute patiti dai figli di Joe; al ritorno sulle scene nell'89 e alla frustrazione di confezionare quello che l'artista ritiene essere il proprio album più rappresentativo (End Of The Century, 1994) per vederlo naufragare in un oceano di noncuranza; alla mortificazione derivante dal fatto di essere uno sconosciuto in patria, più noto altrove che a Pittsburgh (c'è persino lo spezzone di un live dove il nostro, nel disinteresse generale del pubblico, si chiede ad alta voce perché lo rispettino di più in Spagna che a casa propria).

E' andata così, la carriera di Joe, come potrebbe andare a qualsiasi membro della working-class che a quella categoria, volente o nolente, deve restare attaccato. E' andata che, per registrare a Los Angeles in compagnia dell'amico Bruce Springsteen (produttore dell'ottimo American Babylon ['95]), ha quasi rischiato il licenziamento, e ha dovuto poi decidere di mollare il lavoro per qualche anno. Ma tutto questo, dice Joe, costituisce "una buona vita", riflessa in dischi e canzoni: è stato bello avere gli Iron City Houserockers (nel dvd ci sono diversi minuti di filmati on stage che fanno rimpiangere l'assenza di un live ufficiale del periodo) prima e, in formazione rimaneggiata (eccezion fatta per il bassista Art Nardini, in sella da sempre), gli Houserockers poi, è stato bello constatare l'arrivo del leggendario Steve Cropper (Booker T & The Mg's) dietro ai cursori di Blood On The Bricks ('81), è stato bello godere dei formidabili concerti autunnali tenutisi al Nick's Fat City di Pittsburgh nel '95 (allegato al dvd c'è un cd-bonus da 8 pezzi lì registrati, con Grushecky, gli Houserockers e Springsteen in forma devastante, grintosi e scartavetrati come purtroppo nessuno dei tre suona più: rifatevi le orecchie sull'esplosivo bagno di sangue elettrico di Never Be Enough Time, Pumping Iron e Rebel Music, 25 minuti di pura catarsi rock'n'roll), è stato bello vedere e ascoltare Joe durante l'invecchiamento, che lo ha visto diventare un po' più morbido e intenerito, più nostalgico e malinconico - esattamente come noi.

E vi dirò, non è malaccio neppure il suo ultimo disco, quel
East Carson Street apprezzato in coro unanime e tuttavia, per dirla chiara, né migliore né peggiore degli ultimi lavori del nostro. Che dal 2002 del solista Fingerprints e dal 2004 di True Companion (con gli Houserockers) si è abbonato a una dignitosa routine dalla quale, tutto sommato, sarebbe ingiusto aspettarsi molto di più rispetto al canonico impasto di squarci elettroacustici all'insegna di un folk-rock dylaniano e furibonde unghiate rock&roll interpretate, più che suonate, con la grinta ritrovata di un giovinetto ancora perdutamente innamorato del profumo del vento che soffia dalla costa est. Alla prima categoria appartengono il banjo e i mandolini di una Broken Wheel impreziosita dalla presenza di Bill Deasy, il congedo folkie di una Down River che assomiglia alle ballate acustiche delle grandi southern-band e il sapore countreggiante di This Is Someday, con un cameo di Big Kenny dei Big & Rich; alla seconda le fucilate di Chasing Shadows e It's Too Late (Can't Turn Back Now), il rock&roll propulso dall'organo della title-track, la baraonda alla Bob Seger di Satisfied. Mi piace molto anche Another Thin Line, l'ennesima collaborazione con Springsteen (comunque impegnato a strapazzare la sei corde in tutto l'album), sebbene nutra dei dubbi circa la bontà del servizio reso a Joe, dacché, tra le due voci, quella di gran lunga invecchiata meglio pare proprio quella del diavolo del New Jersey. Oh, ma chi se ne importa. Nessuno si è mai aspettato che Joe Grushecky diventasse un nuovo Placido Domingo o che cambiasse il corso della storia della musica: ci è sempre bastato che vivesse fino in fondo il ruolo del rock'n'roll soldier, che ci mostrasse come mantenere la schiena dritta, e un cuore acceso di ideali, di fronte alle avversità e alle disgrazie (non ultima l'inondazione, nel 1996, della cittadina dove risiede, circostanza che l'ha subito visto impegnato nel raccogliere fondi per la ricostruzione). Facendolo, è riuscito ad allineare i tasselli di una buona vita. E, nello stesso modo, ha reso migliore anche la nostra.
(Gianfranco Callieri)

www.virgilfilmsent.com
www.flatbrokeproductions.com

www.joegrushecky.ca