Tom Petty & The Heartbreakers
Runnin' Down a Dream
[a film by Peter Bogdanovich]

(Spv/Steamhammer/Warners 2007, 3dvd+1cd)

1/2

:: Peter Bogdanovich

Se interrogato al riguardo (per esempio dai giornalisti accreditati all'ultima Festa del Cinema di Roma, dove ha presenziato in veste di attore nel delizioso The Dukes di Robert Davi, biografia immaginaria di un gruppo di italoamericani consacrati al doo-wop e al rock'n'roll), il regista serbo-americano Peter Bogdanovich vi dirà di non conoscere la musica. Ma ovviamente non è vero, è la classica, piccola bugia da uomo di spettacolo che o vuole proporsi con modestia esagerata o semplicemente non ha non ha voglia di spiegarsi. In realtà, è possibile che Bogdanovich non conosca una quantità esorbitante di musica, ma di sicuro ne conosce la forza guaritrice, il potere redentivo, lo slancio sognatore. Lui stesso ebbe a dichiarare di essere uscito dalla tremenda depressione che lo colse dopo l'omicidio dell'allora fidanzata Dorothy Stratten (una Playmate conosciuta sul set di un suicidio commerciale come il sottovalutato ...E Tutti Risero [They All Laughed, 1981] e poi ammazzata dal marito, il ventinovenne Paul Snider, gelosissimo di Bogdanovich e a sua volta suicida subito dopo il misfatto) solo dopo essere stato portato da alcuni amici a un concerto di Bruce Springsteen. E anche se i grandi amori di Bogdanovich restano la letteratura e il cinema classico hollywoodiano, due capisaldi attorno a cui ruotano tutti i suoi lavori (cronologicamente e produttivamente vicinissimi alla New Hollywood dei Coppola, degli Scorsese, dei Friedkin, degli Hill e dei Cimino e tuttavia assai distante dalle loro istanze di rinnovamento), dall'Ultimo Spettacolo (The Last Picture Show, '71) tratto dall'omonimo romanzo di Larry McMurtry al Daisy Miller (id., '74) desunto da Henry James, la musica rimane comunque l'elemento determinante di altre opere non meno riuscite. Basti pensare ai travagli finanziari di un Dietro La Maschera (Mask, '85), che ad accompagnare i sogni di riscatto di un Eric Stoltz colpito da rara malattia deformante avrebbe dovuto avere le canzoni di Springsteen (vi appaiono invece Katmandu e Roll Me Away di Bob Seger: non nel dvd "director's cut", che al contrario ripristina i pezzi di Bruce pensati in origine), o alle amare pennellate country di Quella Cosa Chiamata Amore (The Thing Called Love, '93), dove l'aspirante songwriter Samantha Mathis cerca amore e fortuna al Bluebird Café di Nashville.

:: Runnin' Down a Dream

Fatto sta che, verso la metà degli anni '90, sollecitato da Tony Dimitriades, storico manager di Tom Petty & The Heartbreakers, a esprimere un parere su quale regista sarebbe stato adatto a dirigere un documentario sui suoi assistiti, il produttore George Drakoulias si trova a fare il nome proprio di Peter Bogdanovich. Le motivazioni della scelta le spiega Warren Zanes (ricordate? il fratello di Dan e chitarrista degli indimenticabili Del Fuegos) nelle precise liner-notes che accompagnano questo monumentale Runnin' Down A Dream, tre dvd e un cd comprovare il valore e la longevità dell'epopea trentennale di Tom Petty e dei suoi Spezzacuori, in un segmento significativamente intitolato From The Margins Of America: "Per tanti, leggendari rock'n'rollers degli ultimi cinquant'anni, la musica ha rappresentato un biglietto di sola andata verso l'esterno. Avevano potuto osservare, da bambini, l'emergere di una trasformazione radicale prodotta da outsiders sbucati dal nulla che andavano in classifica, suonavano ad American Bandstand e finivano sulla copertina di Rolling Stone, tutto questo creando musica capace di lasciare un'impronta fortissima sulla coscienza collettiva del paese. Con l'avvento degli idoli del rock'n'roll, i supereroi andarono immediatamente fuori moda." La storia di Tom Petty e della sua band, infatti, è prima di tutto la storia di un riscatto dalla cappa soffocante della provincia americana (nella fattispecie quella di Gainesville, Florida): la storia di un gruppo di adolescenti che mettono in piedi una rock'n'roll band quasi obbedendo a un inconscio istinto di sopravvivenza che li obbliga a mettere quanti più chilometri possibile tra loro e i pomeriggi sonnacchiosi di un piccolo paese, le possibilità lavorative che non ci sono, i bigottismi del sud. "Qualcuno era già arrivato da Lubbock, Texas. Qualcun altro da Hibbing, Minnesota, o Ferriday, Louisiana", ricorda Zanes. Tom Petty, prima con gli embrionali MudCrutch e poi con gli Heartbreakers al completo, scappa da Gainesville per incidere chirurgicamente sulla storia del rock'n'roll dal 1976 ad oggi. Secondo Drakoulias, "le storie che avevo sentito raccontare da Tom e gli altri su Gainesville mi avevano sempre rammentato quel mondo fotografato così bene da Bogdanovich nell'Ultimo Spettacolo.", sicché i tre si incontrano a Malibu nell'estate del 2005 e, dopo sei mesi appena, Drakoulias e Bogdanovich hanno già visionato più di 300 ore di materiali filmati. In fase di montaggio, persuasi dell'impossibilità di ridurre la montagna di pellicola assemblata ai canonici 120' di progetti simili, Drakoulias e Bogdanovich istruiscono i montatori Jeffrey Doe, John Guitierrez e Mary Ann McClure affinché non stralcino nessuna delle sezioni più interessanti del lavoro, che sopraggiunge così alla durata di tre ore e mezzo, viene presentato al New York Film Festival ed è oggi disponibile in dvd presso la catena Best Buy in America e grazie alla tedesca Spv qui in Europa. Diciamo subito che si tratta di un lavoro molto interessante per tutti i fan di Petty, che vi troveranno la cornucopia definitiva di informazioni e curiosità circa il loro idolo, ma che per quanto riguarda il "prodotto filmico" in sé e per sé la mano di un regista come Bogdanovich quasi non si vede. Certo, viene da pensare che l'insistenza su alcuni elegantissimi b/n che incorniciano sequenze anche recenti, così come il persistere di un melanconico effetto nostalgia sulle combinazioni di fotogrammi riguardanti gli esordi in quel di Gainesville e la vita da adolescenti sognata con baldanzosa incoscienza in lunghi pellegrinaggi attorno al polo universitario della zona, sia tutta farina del sacco del regista. Allo stesso modo, nell'indugiare tra e comicità e tenerezza sui pensieri ingenui di un Petty bambino che vede in tv Beatles e Stones e sogna da subito l'evasione dalle pastoie della cittadina natale, è impossibile non scorgere un riflesso, naturalmente spostato sui binari della musica, dell'amore incondizionato di Bogdanovich nei confronti del vecchio cinema: difatti, appena Petty esprime tutto il suo infantile innamoramento per i cowboys, apprezzati soprattutto poiché spesso muniti di chitarra, Bogdanovich non resiste a metterlo subito in montaggio alternato con il Ricky Nelson di Un Dollaro D'Onore (Rio Bravo, '59), ovviamente diretto dall'adorato Howard Hawks. Ma mi chiedo, è forse un problema? Costituisce forse un problema il fatto che Bogdanovich si sia limitato a fare l'archivista, a sistemare con diligenza la cronologia della vicenda artistica di Tom Petty, magari dimenticandosi di imprimere sul materiale compulsato un'impronta registica forte?

In fondo, potrebbe anche trattarsi di una forma estrema di rispetto: l'artista in esame, qui, è pur sempre Petty, perciò non è peregrino pensare che il Bogdanovich artista abbia voluto fare in piena consapevolezza un passo indietro, ma pur sempre cucendo in forma perfetta il classico schema interviste / materiali di catalogo (quelli che gli americani chiamano archival footage) / spezzoni live. E tuttavia, basta la disposizione di questi, dalla collaborazione con Bob Dylan (con le note, devastanti versioni dal vivo di Maggie's Farm, Knockin' On Heaven's Door e Like A Rolling Stone) all'avventura dei Traveling Wilburys fino al ruolo di backup-band per Johnny Cash, dalle vicissitudini personali (l'incendio della casa di Petty negli anni '80, le controversie con le case discografiche di fine '70, la morte improvvisa, nel 2003, del bassista Howie Epstein, sostituto dell'originario Ron Blair, che il cantante aveva conosciuto producendo un album bellissimo del vecchio eroe Del Shannon, Drop Down And Get Me ['82]) all'agghiacciante bruttezza di certi video (spicca per orrore quello di Jammin' Me), per indicare Petty e gli spezzacuori tra i più grandi musicisti americani di sempre ("i" migliori se si guarda al profilo tecnico).

:: Tom Petty & The Heartbreakers

In Runnin' Down A Dream non ci sono reticenze. Non c'è il tentativo di trasformare la figura di Petty in un santino da celebrare: le immagini non fanno nulla per celare l'asprezza proverbiale del suo carattere, i modi individualisti e dittatoriali. Quando si arriva alla descrizione dell'addio sofferto di un drummer incredibile come Stan Lynch (poi rimpiazzato dall'altrettanto valido Steve Ferrone, forse anche più raffinato di Lynch sebbene di certo meno sanguigno), le motivazioni del batterista e quelle di Petty ottengono lo stesso spazio (e le radici del dissidio, fatte risalire al solista Full Moon Fever ['89] e alla produzione di Jeff Lynne, contrario a registrare live in studio, per Into The Great Wide Open ['91], trovano un sostenitore di Lynch anche nel tastierista Benmont Tench). Quello che colpisce più di ogni altra cosa, oltre, com'è ovvio, all'incrollabile fiducia di Petty nelle proprie idee, è lo spirito da music-fan dell'artista e la disciplina straordinaria del suo lavoro. Il primo è quello che lo porta, in studio con Roger McGuinn nel periodo di Back From Rio ('90), a mandare affanculo l'A&R della casa discografica che vuol far cantare all'ex-leader dei Byrds una canzone indegna del suo passato. "Questo è l'uomo di Turn! Turn! Turn!", esclama Petty all'esterrefatto discografico. "Come vi permettete di proporgli questa merda? Quest'uomo ha scritto grandi canzoni..." (e dopo McGuinn lo definisce "il mio eroe" perché l'ha spinto a rifiutare la passività della situazione e a ricordarsi che su quel disc ci sarebbe pur sempre stato il proprio nome). La seconda è quella che ancora adesso, a cinquantasette anni suonati, porta Thomas Earl Petty a tenere concerti come quello immortalato nel terzo dvd del box: 21 settembre 2006, O'Connel Center, University Of Florida (un ritorno a Gainesville, dunque), serata per il trentennale degli Heartbreakers, Petty, Mike Campbell (ancora oggi uno dei tre migliori chitarristi in circolazione), il polistrumentista Scott Thurston, Tench, Ferrone e il ritrovato Blair, per l'occasione e per la prima volta accompagnati da Stevie Nicks (per le classiche Stop Draggin' My Heart Around, Insider e I Need To Know), di nuovo in forma come ragazzini, potenti e travolgenti come se suonassero in un garage, completamente al servizio del pubblico e del suo diritto di assistere a un grande show. Ascoltare gli assoli interminabili e i cambi di tempo di una tumultuosa It's Good To Be King, lasciarsi scombussolare dall'onda psichedelica di una Don't Come Around Here No More mai così feroce e improvvisata, sentire il gruppo digrignare denti e chitarre affrontando in sconvolgente chiave rock'n'roll il Van Morrison di Mystic Eyes, per non dire del gran finale di una American Girl a rotta di collo, significa entrare nelle pieghe più recondite, eppure sempre cruciali, di un lavoro fatto di pathos ed etica, di passione violenta ed etica severa, dove le melodie di Byrds e Beatles incrociano la ruggine delle garage-bands sudiste di fine anni '60 e la canzone rock di Bob Dylan corre selvaggia sul viscerale tragitto errebì di Stones e Animals.

C'è poi un altro cd con rarità assortite che vanno da una favolosa Breakdown provata a Los Angeles nel '77 all'incendiaria Honey Bee proposta al Saturday Night Live nel '94 con Dave Grohl dei Nirvana ai tamburi, dagli Everly Brothers della Stories We Could Tell scritta da John Sebastian all'Hank Williams di Lost Highway. Nel 2002, dedicando un intero album all'argomento (The Last DJ), Tom Petty pronunciò la sua requisitoria definitiva contro un marketing discografico intenzionato a imporre militarmente la mediocrità. In Runnin' Down A Dream ci sono cinque ore di dimostrazione su come si possa raggiungere e mantenere il successo mantenendosi fedeli allo spirito del rock'n'roll. Seguendo il cuore piuttosto che l'interesse (vi sembra un'ingenuità? non dimenticate che parliamo di un tizio disposto, all'inizio degli anni '80, a sobbarcarsi una causa legale contro la propria label perché questa non aumentasse il prezzo degli lp). Le treccine afro sfoggiate oggi da Mike Campbell sono a dir poco improponibili, i capelli di Benmont Tench sono ormai un lontano ricordo, e la pelle del viso di Tom Petty, in effetti, sta ormai cadendo a pezzi. Ma i suoi occhi sono ancora quelli del ragazzino che scoprì la sua promessa di redenzione nei quattro accordi del rock'n'roll. In fuga da Gainesville, proiettato fino a noi. Outside it's America.

www.tompetty.com
www.warnerbrosrecords.com
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