Intervista a Marco Diamantini
Chittara ritmica e voce dei Cheap Wine
L'intervista

Quello che mi ha subito colpito di Ruby Shade è il suono: compatto, diretto, una registrazione che lascia certo molto spazio all'energia della band (uno dei vostri punti di forza) ma che è anche più curata nella resa finale: come è stata la produzione di questo disco?

Volevamo un suono molto potente, siamo entrati in studio con le idee ben chiare. Abbiamo curato tutto nei minimi dettagli e siamo molto soddisfatti del risultato. Merito anche di un fonico esperto come Alessandro Castriota che ci ha assistito durante il missaggio

Un disco molto lungo ma senza cedimenti o momenti di stanca: vista l'alta qualità delle canzoni, le avete composte negli ultimi due anni, dopo l'uscita di A better Place, o vengono in qualche modo da più lontano?

Sono state composte tutte in un momento successivo all'uscita di "A better place" e provengono da una selezione di circa trenta pezzi. I testi sono ricchi di riferimenti a certo songwriting americano: si parla di viaggi, fughe verso il confine, città da dimenticare, rock'n'roll band da fondare.

In questo senso quali sono le maggiori influenze, non solo tra i cantautori, ma anche a livello letterario?

Le letture vanno da Kerouac a Bukowski, da Ginsberg a Mc Carthy e tutto quello che riguarda gli indiani d'America. Tra i musicisti ho amato i testi di Springsteen, di Bob Dylan, di Neil Young, di Lou Reed, di Tom Waits, dei Green on Red, dei Dream Syndicate. Sono tutti di origine americana, chiaro, credo comunque che i miei testi si possano riferire a chiunque: parlano soprattutto di stati d'animo. Il tema centrale di "Ruby shade" - così come in generale anche dei cd precedenti - è quello della fuga. In quest'ultimo album però ho voluto evidenziare le sensazioni di chi è all'ultima spiaggia, di chi ha una sola via d'uscita e a volte riesce difficile trovare anche quella. Quali reazioni prova un evaso braccato dalla polizia, un piccolo delinquente inseguito da una banda di assassini? Che cosa sente un barbone accusato di un delitto che non ha mai commesso, gettato in prigione nelll'indifferenza di tutti e nessuno che alzi un dito per aiutarlo? Ti sei mai svegliato con la sensazione che il posto in cui vivi sia popolato solo da zombi, da gente che è morta e non lo sa? Questi sono alcuni degli argomenti e non credo che possano essere definiti come tipicamente americani piuttosto che solo europei. Credo siano temi universali.

In ballate come la stessa Ruby Shade o So Far Away avete aggiunto un prezioso apporto dell'Hammond: questo sembra riportare alla mente certo rock urbano degli anni settanta, dove la tua voce (a me ricorda tremendamente Steve Wynn... e questo vale come un gran complimento per il sottoscritto) si incastra alla perfezione. Ti ritrovi con queste mie impressioni?

Beh, le nostre influenze non sono certo un mistero. Il nostro background è quello a cui ti riferisci e non avrebbe senso negarlo. Anche se i Cheap Wine ricercano comunque un suono personale, senza mai tentare di ricalcare quello dei loro idoli. Penso infatti che tu possa trovare decine di riferimenti a cui accostare il nostro sound, ma mai uno solo. Perché appunto non vogliamo fare il verso a nessuno: è la nostra musica, fino in fondo.

A proposito di Steve Wynn e Paisley Underground: la domanda ve l'avranno fatta fino alla nausea, ma per un "adepto" del genere come il sottoscritto è d'obbligo: quanto vi ha influenzato quella stagione musicale, visto anche il nome della band? Non pensi sia stato un movimento di gruppi oscuro e di nicchia che in realtà, col passare degli anni, ha disteso i suoi influssi su tutto il nuovo roots rock americano?

L' influenza che ha avuto su di noi il Paisley Underground è notevole. Non solo in senso musicale, ma anche nell'approccio. La semplicità con cui queste band si proponevano, senza spocchia, senza il minimo atteggiamento da rockstar. Inoltre, la fusione tra l'energia del punk e la melodia del rock classico è partita da queste grandi band che, anche se non hanno mai avuto un successo di massa, sono comunque state seguite da un pubblico numeroso. La loro influenza sul roots rock e sulle sue diramazioni è assolutamente indiscutibile e molto più estesa di quanto venga riconosciuto dalla critica. Il nostro nome viene da una canzone dei Green on Red perché abbiamo voluto rendere omaggio ad una band assolutamente grandiosa, ad una canzone epocale e a Dan Stuart che io considero il più grande autore-cantante degli ultimi vent'anni.

Il sound tutto rock'n'roll di Set Up a Rock'n'roll Band mi ha richiamato moltissimo i Cracker: vi piacciono? Più in generale quali nuove bands vi intrigano di più (non necessariamente quelle che più hanno influenzato il vostro suono)?

I Cracker sono grandi e Gentleman's blues è uno dei dischi più belli usciti negli ultimi due anni. Nuove bands? Tra quelli non di primissimo pelo potrei citarti Black Crowes, Son Volt, Wallflowers, Jayhawks, Grant Lee Buffalo. Tra i più "giovani" Gathering Field, Pinetops. Lo strepitoso Kevin Salem di "Soma city". Terrell (che però tace da oltre due anni). Ma sinceramente i due dischi più belli che ho ascoltato ultimamente appartengono a due grandi vecchi: "Ecstasy" di Lou Reed e "Silver & gold" di Neil Young.

Come ci si sente a proporre un certo tipo di rock in Italia, che, diciamo la verità, non è mai andato per la maggiore? Vi sentite in qualche modo parte di una piccola ma significativa realtà, che può comprendere gruppi come voi, i Groovers o i Bluebonnets?

I maggiori ostacoli in Italia sono rappresentati dalla diffidenza del pubblico e dalla "paura" che alcuni giornalisti mostrano quando sono chiamati a dare un giudizio su una band italiana che suona rock. E' singolare notare come nessuno abbia da contestare se un gruppo italiano suona musica hip hop, rap o pop inglese - tutti generi non certo nati nel nostro Paese - mentre se il punto di riferimento musicale è il rock americano tutti mettono le mani avanti, dichiarando che una band italiana fa fatica a reggere il confronto con i colleghi d'oltreoceano. Io sono fermamente convinto del contrario: questo perché il rock è un linguaggio ormai universale ed ha legami molto meno stretti con la sua terra d'origine rispetto, ad esempio, al country, al delta blues o all'hip hop. I Cheap Wine suonano rock perché sono cresciuti con quella musica, così come è accaduto ad un ragazzo di Los Angeles o di Atlanta. Io a 13 anni ascoltavo Springsteen, Bob Dylan e Neil Young, sono cresciuto con i Green on Red e i Dream Syndicate, con Lou Reed e con il southern rock degli Allman e degli Skynyrd, con i Rolling Stones e i Doors, con i Blasters e i Del Fuegos. Sono andato a vedere centinaia di concerti di questa gente. Quello che il nostro gruppo esprime viene da dentro. Nonostante questo alcuni giornalisti mantengono un approccio molto cauto nei nostri confronti, quasi avessero timore di accostarci alle band americane: le recensioni sono sempre positive, ma l'atteggiamento di fondo è decisamente prudente. Tutt'ora siamo considerati "emergenti", in verità siamo al terzo cd: quanti dobbiamo realizzarne prima di essere considerati una realtà? In fondo le riviste specializzate preferiscono incensare un album mediocre di uno sconosciuto cantautore americano, piuttosto che spingere seriamente una rock band italiana. Sembra quasi abbiano paura di "osare". Riescono a dare credito a qualcuno solo quando intervengono vendite sostanziose: in questo modo la validità di una band viene stabilita dal mercato. Questo è assurdo, in quanto la critica musicale dovrebbe avere il compito di giudicare il valore artistico senza preoccuparsi di tutto il resto. Purtroppo questo atteggiamento rischia di frenare sul nascere le velleità di tante ottime band italiane: questo è uno dei principali motivi per cui non esiste una vera "scena" rock in Italia. Questo genere è in via di estinzione. Ci sono i Cheap Wine, ci sono i Groovers, ci sono i Sattelite Inn, ma i Bluebonnets si sono sciolti ed è un vero peccato perché erano una band molto valida. Siamo in pochi, purtroppo, ma non molliamo. Il rock'n'roll non gode di ottima salute, ma è ancora vivo. .