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Lowlands Ep
Vol.1 [Gipsy
Child 2009]
7
The Used Cars Lifetime
Warranty
[Used Cars 2009]
6
Il
Club dei Vedovi Neri Lieto
Fine
[Il Club dei vedovi Neri 2009]
6.5
A cura di Fabio Cerbone
In attesa di un secondo capitolo di studio, già
in lavorazione, i Lowlands da Pavia trovano un momento di raccordo
con l'interessante esordio della scorsa stagione, The
Last Call, proponendo un ep diviso in cinque episodi. Sorta
di prova generale per la tenuta del gruppo, concepito e prodotto con maggiore
indipendenza e senza alcuna partecipazione esterna (molti infatti i musicisti
che avevano arricchito il piatto di The Last Call), Ep Vol.1
è di fatto la dimostrazione delle qualità del songwriting di Edward
Abbiati e di un gruppo che va trovando di canzone in canzone una forma
personale. La presenza più accentuata del violino di Chiara Giacobbe,
elemento chiave di questa raccolta, nonché le qualità strumentali di Roberto
Diana (ogni sorta di strumento a corda, fra chitarre, lap steel, dobro
e bouzouki) sanciscono la tenuta dei Lowlands: non sono un episodio isolato
ma una rock'n'roll band con un futuro scritto a chiare lettere. Il folk
rock dalle scure tinte di Lowlands
(cover dei Gourds, a firma Kevin Russell) e ancora la trascinante epica
rock di Walking down the Street parlano
di un'anima divisa fra campagna e città: ricordano una volta di più il
lato nascosto e malinconico dell'alt-country, fra echi dei primi Walkabouts
e in generale una predilezione per le ombre e la malinconia del genere
(esemplare l'apertura con Levee man),
accresciuti dalla voce roca - magari imperfetta ma molto efficace nel
contesto sonoro - dello stesso Ed Abbiati. Quattro dunque gli episodi
originali, tra cui una dolciastra e folkie My
Prison Walls che bene si accosta alla chiusura di Lullaby,
brani che mettono a nudo l'anima tradizionale dei Lowlands senza per questo
farli passare quali semplici conservatori. È racchiuso infatti un senso
di irrequietezza nella loro musica che li rende assolutamente immuni da
un simile rischio.
www.lowlandsband.com
Si riaffacciano anche i genovesi The Used Cars, da noi scoperti
qualche stagione addietro con una veloce carrellata sulla loro discografia:
due lavori nell'arco di quattro anni e poi un lunga pausa, cercando di
curare nei minimi dettagli la stesura del terzo lavoro, il qui presente
Lifetime Warranty. Disco che in verità prosegue sulla scia
di influenze già mostrate nei predecessori, senza dubbio con un risalto
verso la parte lirica attraverso testi dal sapore amaro, fra speranze,
rabbia (This Wounded Town, schietta
fotografia di una città ferita, la loro Genova, dopo i famosi fatti del
G8), voglia di riscatto e un briciolo di saggezza, in definitiva uno spessore
accresciuto nel songwriting. Fin qui la qualità positive della band dei
fratelli Nicola (autore principale) e Marco Bottini, con Marcello Dondero
alle chitarre, Enruco Tixi ai tamburi e Stefano Cocorullo alle tastiere
e accordion, un combo che ripercorre una volta di più i sentieri di un
rock stradaiolo dalle cadenze southern e blue collar, stando più accorti
del solito a non citare semplicemente i propri eroi, cercando piuttosto
una voce propria. Desta tuttavia qualche perplessità la scelta dei suoni,
con una generale produzione e tappeti di tastiere a tratti troppo da "big
sound" anni '80 ( New York è indicativa
in tal senso), che rivela forse la formazione dei musicisti, ma lascia
sul terreno un disco che pare "datato", quasi fuori tempo massimo. Esiste
comunque un innato gusto pop in alcuni refrain degli Used Cars (Gotta
Go Now, Lit Light) i quali,
tributando Creedence e Springsteen (Tremblin
Flame, Lonely Rainbow),
scovano una "leggerezza" di fondo che rende piacevolmente fuori tempo
il loro generoso rock'n'roll (Faraway Town e
Somehow lanciano la volata finale
con tutto l'immaginario tipico del genere). Manca purtroppo qualche idea
più originale, o forse meglio qualche scatto di personalità per
trasformare la loro musica in una proposta di carattere.
www.theusedcars.com
Meritevole di una segnalazione infine questo ep del duo Il Club dei
Vedovi Neri (omaggio probabile nel nome ad Isaac Asimov?), fautore
di un folk rock scuro e malinconico che esplicitamente deve qualcosa alla
tradizione delle murder ballads. Ovviamente una rilettura in chiave italiana
e con una sensibilità cantautorale che attinge a piene mani anche dalla
nostra storia: a metà strada tra leggende folk americane (e magari qualche
tentazione più melodica fra le righe) e modi interpretativi vicini al
De Andrè più cupo, Lieto Fine è definito dallo stesso gruppo
(la coppia di autori Claudio Brizi e Francesco Casarini, ai quali si aggiunge
la batteria dell'ospite Matteo Baldini) una "Opera in cinque atti". Un
riuscito matrimonio di tradizioni che lascia ben sperare per future collaborazioni
del duo: innegabile la capacità pop, se mi passate il termine, in Letizia,
così come la ricerca fra parole e ritmiche nella scarna Lungo
il fiume, anche se per affinità elettive, diciamo così, con
questo sito è soprattutto interessante sottilienare il finale di Lieto
fine, fra le tetre cadenze country blues di Non
è un sogno. Convincente e mai ordinario l'utilizzo della lingua
italiana, cercando di non scadere in luoghi comuni e immaginari abusati
nel genere.
www.myspace.com/ilclubdeivedovineri
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