inserito 18/09/2009


Lowlands
Ep Vol.1  [Gipsy Child  2009] 7
The Used Cars Lifetime Warranty  [Used Cars  2009] 6
Il Club dei Vedovi Neri Lieto Fine  [Il Club dei vedovi Neri  2009] 6.5

A cura di Fabio Cerbone

In attesa di un secondo capitolo di studio, già in lavorazione, i Lowlands da Pavia trovano un momento di raccordo con l'interessante esordio della scorsa stagione, The Last Call, proponendo un ep diviso in cinque episodi. Sorta di prova generale per la tenuta del gruppo, concepito e prodotto con maggiore indipendenza e senza alcuna partecipazione esterna (molti infatti i musicisti che avevano arricchito il piatto di The Last Call), Ep Vol.1 è di fatto la dimostrazione delle qualità del songwriting di Edward Abbiati e di un gruppo che va trovando di canzone in canzone una forma personale. La presenza più accentuata del violino di Chiara Giacobbe, elemento chiave di questa raccolta, nonché le qualità strumentali di Roberto Diana (ogni sorta di strumento a corda, fra chitarre, lap steel, dobro e bouzouki) sanciscono la tenuta dei Lowlands: non sono un episodio isolato ma una rock'n'roll band con un futuro scritto a chiare lettere. Il folk rock dalle scure tinte di Lowlands (cover dei Gourds, a firma Kevin Russell) e ancora la trascinante epica rock di Walking down the Street parlano di un'anima divisa fra campagna e città: ricordano una volta di più il lato nascosto e malinconico dell'alt-country, fra echi dei primi Walkabouts e in generale una predilezione per le ombre e la malinconia del genere (esemplare l'apertura con Levee man), accresciuti dalla voce roca - magari imperfetta ma molto efficace nel contesto sonoro - dello stesso Ed Abbiati. Quattro dunque gli episodi originali, tra cui una dolciastra e folkie My Prison Walls che bene si accosta alla chiusura di Lullaby, brani che mettono a nudo l'anima tradizionale dei Lowlands senza per questo farli passare quali semplici conservatori. È racchiuso infatti un senso di irrequietezza nella loro musica che li rende assolutamente immuni da un simile rischio.

www.lowlandsband.com

Si riaffacciano anche i genovesi The Used Cars, da noi scoperti qualche stagione addietro con una veloce carrellata sulla loro discografia: due lavori nell'arco di quattro anni e poi un lunga pausa, cercando di curare nei minimi dettagli la stesura del terzo lavoro, il qui presente Lifetime Warranty. Disco che in verità prosegue sulla scia di influenze già mostrate nei predecessori, senza dubbio con un risalto verso la parte lirica attraverso testi dal sapore amaro, fra speranze, rabbia (This Wounded Town, schietta fotografia di una città ferita, la loro Genova, dopo i famosi fatti del G8), voglia di riscatto e un briciolo di saggezza, in definitiva uno spessore accresciuto nel songwriting. Fin qui la qualità positive della band dei fratelli Nicola (autore principale) e Marco Bottini, con Marcello Dondero alle chitarre, Enruco Tixi ai tamburi e Stefano Cocorullo alle tastiere e accordion, un combo che ripercorre una volta di più i sentieri di un rock stradaiolo dalle cadenze southern e blue collar, stando più accorti del solito a non citare semplicemente i propri eroi, cercando piuttosto una voce propria. Desta tuttavia qualche perplessità la scelta dei suoni, con una generale produzione e tappeti di tastiere a tratti troppo da "big sound" anni '80 ( New York è indicativa in tal senso), che rivela forse la formazione dei musicisti, ma lascia sul terreno un disco che pare "datato", quasi fuori tempo massimo. Esiste comunque un innato gusto pop in alcuni refrain degli Used Cars (Gotta Go Now, Lit Light) i quali, tributando Creedence e Springsteen (Tremblin Flame, Lonely Rainbow), scovano una "leggerezza" di fondo che rende piacevolmente fuori tempo il loro generoso rock'n'roll (Faraway Town e Somehow lanciano la volata finale con tutto l'immaginario tipico del genere). Manca purtroppo qualche idea più originale, o forse meglio qualche scatto di personalità per trasformare la loro musica in una proposta di carattere.

www.theusedcars.com

Meritevole di una segnalazione infine questo ep del duo Il Club dei Vedovi Neri (omaggio probabile nel nome ad Isaac Asimov?), fautore di un folk rock scuro e malinconico che esplicitamente deve qualcosa alla tradizione delle murder ballads. Ovviamente una rilettura in chiave italiana e con una sensibilità cantautorale che attinge a piene mani anche dalla nostra storia: a metà strada tra leggende folk americane (e magari qualche tentazione più melodica fra le righe) e modi interpretativi vicini al De Andrè più cupo, Lieto Fine è definito dallo stesso gruppo (la coppia di autori Claudio Brizi e Francesco Casarini, ai quali si aggiunge la batteria dell'ospite Matteo Baldini) una "Opera in cinque atti". Un riuscito matrimonio di tradizioni che lascia ben sperare per future collaborazioni del duo: innegabile la capacità pop, se mi passate il termine, in Letizia, così come la ricerca fra parole e ritmiche nella scarna Lungo il fiume, anche se per affinità elettive, diciamo così, con questo sito è soprattutto interessante sottilienare il finale di Lieto fine, fra le tetre cadenze country blues di Non è un sogno. Convincente e mai ordinario l'utilizzo della lingua italiana, cercando di non scadere in luoghi comuni e immaginari abusati nel genere.

www.myspace.com/ilclubdeivedovineri

 


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