E' proprio vero che spesso
le più belle sorprese ce le riservano non nomi blasonati, ma giovani e sconosciuti
talenti. A rafforzare ulteriormente questa mia convinzione giunge ora questo Home
at the Wheel, opera prima di Mark W. Lennon. Nativo del North Carolina
ma trasferitosi a Los Angeles, il nostro è quel che si dice un emerito sconosciuto,
uno degli innumerevoli songwriters che affollano il panorama musicale americano,
dai quali tuttavia riesce a distinguersi grazie ad una penna alquanto ispirata,
già affinata con un precedente EP, Down the Mountain, datato 2009. E' però con
questo suo primo full lenght che il cantautore ha la possibilità di mettere
in luce tutte le sue qualità, a cominciare da una voce capace di infondere positività
anche a composizioni intrise di tristezza e malinconia, alla quale si unisce un'accurata
ricerca testuale che, prendendo spunto dalla propria storia familiare, traccia
una sorta di ponte letterario tra gli anni della Grande Depressione e i giorni
nostri. Arco temporale che viene setacciato anche dal punto di vista sonoro, andando
ad attingere a quel vasto calderone musicale che è la musica americana, estrapolandone
i tratti distintivi, con i quali comporre un variegato mosaico sonoro.
Collante
indispensabile per questo fine lavoro di cesellatura è Marvin Etzioni (già
membro dei Lone Justice nonché produttore per artisti come Steve Earle e Lucinda
Williams), il quale oltre a sedersi dietro al banco della regia, da il proprio
contributo suonando mandolino, chitarra e piano. Un mosaico sonoro quello di Lennon
che, partendo dal folk guthriano, attinge prima alla fonte del cantautorato dylaniano,
per poi assorbire gli umori country del giovane Gram Parsons, fino ad arrivare
a inglobare sonorità più prettamente moderniste e tendenti al rock. Prendiamo
per esempio l'opener The River Stays the Same
o la corale Cold Mountain Steel, le quali
sembrano provenire dai solchi del capolavoro dylaniano Desire, complice anche
la presenza del violino di Scarlett Rivera, che alla realizzazione di quel
disco aveva preso parte. Home of the Wheel
si sviluppa su di un parco arrangiamento acustico, lasciando ampia libertà d'espressione
alla bella voce del nostro. California calling
è invece country fino al midollo e fa sua la lezione impartita da Gram Parsons,
con la steel guitar di Bryan Dobbs sugli scudi, e la delicata voce di Sally Jaye
ad intrecciarsi con quella di Lennon. Blues Forever (In
Your Eyes) entra di diritto tra le migliori ballate ascoltate quest'anno,
semplice ma di grande fascino, così come Before the Fall,
che ha dalla sua anche un azzeccato refrain.
Dai toni più soffusi e scuri
è Sad Songs, che partendo da un tappeto sonoro
per soli contrabbasso e batteria, si apre nel finale grazie agli interventi di
un liquido organo. La pianistica Look for the Walls,
conquista per il suo andamento sgangherato, strizzando l'occhio a certe sonorità
mainstream, senza però venirne sopraffatta. La tirata These
times better, in odore di bluegrass, torna a correre lungo i binari
della tradizione musicale americana, così come Paper
Doll, per sola chitarra acustica e mandolino, nella quale il lato folkie
di Lennon torna ad incantarci. C'è spazio anche per elementi tipicamente rock
che vengono fatti confluire nella conclusiva Stop&Go.
Un debutto coi fiocchi quindi, che lascia ben sperare per il futuro di un songwriter,
del quale sono sicuro sentiremo ancora parlare. (Marco Poggio)