Ci era piaciuto Ghost
Town Heart, il disco d'esordio di Lee Mellor uscito sul finire
del 2007. Non uno di quei dischi che segnano una stagione, ma pur sempre un convincente
saggio indipendente di buon songwriting e produzione di classicissimo cantautorato
country-roots. Penna felice con le parole, ma senza particolare genio nella costruzione
delle canzoni, Mellor si rifà finalmente vivo con questo Lose, album
che conferma pregi ma soprattutto difetti del predecessore, in più con lo svantaggio
di non poter avere il bonus "new kid in town" che garantisce più accondiscendenza
nei voti verso gli esordi ben riusciti. Il video di Suzy
Blue Eyes confonde non poco le idee sul reale contenuto del disco,
visto che il nostro si presenta con un look che fa tanto Jeff Bridges in Crazy
Heart (ma con molti anni e molte bottiglie in meno del protagonista del noto film
di Scott Cooper ) e con un singolo che segue gli schemi della Nashville-country
song senza uscire neanche per un attimo dal seminato.
Peccato, perché
senza troppo sconvolgere gli steccati tra gli stili, Mellor anche in questo caso
osa molto di più di questa semplice canzonetta country ligia e quadrata, come
ad esempio lo splendido reggae-folk di Nevada The Cruel
o la toccante novella di A Favorite Whore
("una storia di infatuazioni non reciproche senza speranza" la definisce lo stesso
Mellor). E sta proprio in questa contraddizione il vero limite di Lose, quello
di mostrare un autore dottissimo per senso letterario nel raccontare storie, che
troppo spesso scade nello scolastico in fase di realizzazione e arrangiamenti,
sia quando transita nel puro blue-collar da pub del venerdì sera (Texas
Anarchist Radio), sia quando affronta una ballata di frontiera come
Firebird che tanto ricorda molti simili episodi di Joe Ely.
Un numero
che gli riesce bene al secondo tentativo con l'epica Refugees,
duetto da brividi con la profonda voce di Trish Robb, così come piace il
bluegrass ardito di Something's Gonna Change,
ma troppo spesso il nostro piccolo amico canadese si accontenta di un tipico ritmo
da scazzottata da taverna country (The Cyclone)
o di una filastrocca basata su due accordi di mandolino (la comunque suggestiva
Lose) che riesce solo ad evidenziare quanto
le sue limitate doti vocali rappresentino un freno non indifferente nel momento
in cui il brano tenta di crescere. Si finisce bene con il mezzo gospel di This
Faithless Prayer, ma nel complesso quattro anni per assemblare brani che lui stesso
ammette di aver scritto in gran parte molti anni fa nel corso della sua tormentata
adolescenza paiono troppi per un risultato che stavolta lascia il segno solo in
pochi episodi. Né promosso né bocciato dunque, solo rimandato al terzo disco per
nuove conferme. (Nicola Gervasini)