Se mai doveste fare mente locale su quali dischi di questi anni 2000 tramandare
ai posteri, non dimenticatevi di almeno due titoli a nome Crooked Fingers,
creatura musicale di Eric Bachmann, uno dei tanti - ma non uno dei soliti - artisti
indipendenti genialoidi di questi ultimi anni. Anche il nostro sito ha decantato
le lodi di album come Red
Devil Dawn (2003) e Dignity
and Shame (2005), probabilmente quello che avrebbe prodotto Bob Dylan
se si fosse mosso da Duluth nel 2000 per recarsi ad Athens invece di proseguire
verso New York. Album che si barcamenavano tra normalità ed eccentricità, con
il risultato forse di non aver mai veramente incantato nessuno, visto quanto sono
stati dimenticati dai più. Bachmanm d'altronde ci ha messo del suo per rimanere
nell'ombra, consegnando nel 2008 uno strano prodotto "pop" come Forfeit/Fortune,
opera indecifrabile che noi stessi non abbiamo avuto la forza di ragionare e digerire,
tanto che alla fine abbiamo deciso di lasciare al tempo il compito di confermarci
l'impressione di esserci trovati di fronte ad un vero passo falso.
Altri
tre anni sono passati e Bachmann ammette implicitamente il fallimento di quella
svolta irrisolta, se è vero che Breaks In The Armor tira il freno
e fa decisamente marcia indietro, recuperando il suono elettroacustico dei suoi
anni migliori. Una mossa doverosa forse, anche se probabilmente forzata, visto
che la sensazione è che per al prima volta nella sua lunga carriera Bachmann ci
abbia messo più mestiere che anima nel confezionare la parte strumentale di questi
undici brani. Niente di male, intendiamoci, il talento resta considerevole, ma
per la prima volta il nostro eroe si è fatto prendere la mano dall'emotività solo
a livello di testi. Ne esce così un disco cupo nelle liriche, che parlano di malattie
senza ritorno (Bad Blood), solitudine (Heavy
Hours), ricerche senza speranza (Went To The
City), laceranti addii (The Hatchet).
Il tutto realizzato con molta - forse troppa - precisione grazie ai suoni confezionati
da Matt Yelton (lo si ricorda al lavoro per i Pixies), e con il contro-canto della
amica Liz Durrett come unico accorgimento stilistico a rompere il dialogo
voce-chitarre.
Probabilmente è stato anche il riformare la sua vecchia
band degli anni 90 (gli Archers Of Loaf, vero e proprio simulacro cult dell'era
pre-indie rock) che gli ha ridato la voglia di ripercorre sentieri già battuti,
seppur contaminati da un pessimismo che raggiunge in Your
Apocalypse la vera apoteosi. Sarà dunque solo il prossimo capitolo
a confermarci se questo è l'inizio di quella matura normalità (detta anche "l'era
del solito disco") che prima o poi colpisce qualunque artista del globo, oppure
si tratta solo di un rigenerante periodo di transizione. (Nicola Gervasini)