Day of the Dead and more...
Una breve storia dei tributi ai Grateful Dead

a cura di Paolo Baiotti



Alla fine degli anni '80 i Grateful Dead sono al massimo della popolarità. Hanno superato indenni il decennio che ha voluto dimenticare quasi tutte le rock band degli anni settanta, sommerse da batterie elettroniche e sintetizzatori, uscendone più forti e rilevanti che mai. Nonostante la salute cagionevole del leader Jerry Garcia, culminata nel coma diabetico dell'86, il gruppo ha pubblicato In The Dark nell'87 dopo sei anni di assenza dal mercato, entrando nella top ten americana degli albums e dei singoli con Touch Of Grey. Non bastano più le arene a contenere la richiesta crescente di biglietti, neppure con date multiple. Nel '91 suonano nove date al Madison Square Garden, undici all'Oakland Arena, sei ai Boston Gardens, ma anche due volte al Giant Stadium di New York e negli stadi di altre città. Dal '92 le date negli stadi aumentano in numero e proporzione, non ne basta una per città. E questi tour diventano dei veri spostamenti di massa: migliaia di persone seguono la band, riempiendo gli spalti e anche il "parking lot", la zona dei parcheggi intorno agli stadi, che diventa una specie di cittadella delle deadheads che svuotano auto e campers vendendo di tutto, dalle magliette agli oggetti in ceramica, dagli adesivi ai tappeti. L'America scopre un mondo sconosciuto, una sottocultura che nasce dall'esperienza degli hippies di fine anni sessanta, ma che insieme ai reduci da quel periodo raccoglie migliaia di ragazzi dei college e delle università che affrontano i tour dei Dead come un rito di passaggio. Tutto questo alla fine porta anche dei problemi: troppo affollamento, tentativi di sfondamento per entrare gratis, richieste di biglietti sempre maggiori rispetto alle capienze. La verità è che nessuno vende più biglietti della band di Garcia, pur avendo pubblicato l'ultimo disco nel 1990, il doppio live Without A Net. Nella percezione popolare e anche di gran parte della critica il gruppo è considerato una jamband, formazione che basa tutto o quasi sull'improvvisazione, magari facilitata dall'uso di droghe, motivo che rende unici i loro concerti con scalette cambiate ogni sera ed esecuzioni sempre diverse. I Dead sono così, lo sono sempre stati, anzi alla fine degli anni sessanta nel periodo più lisergico lo erano molto di più. Tuttavia non sono solo questo: hanno scritto grandi canzoni, ma molti se ne accorgono solo per merito di un disco uscito nel 1991.

"Deadicated" e i suoi fratelli

Ralph Sall, musicista, autore e produttore discografico, presidente della Bulletproof Entertainment, è il promotore del tributo. Nelle note di copertina afferma: "sebbene l'opinione più diffusa sia che l'esperienza dei Dead sia basata sull'ambiente, i fans e le vibrazioni dei concerti, la scintilla che ha fatto nascere Deadicated è stata la volontà di far conoscere le loro grandi canzoni. Le coppie di autori Robert Hunter/Jerry Garcia e Bob Weir/John Barlow hanno creato così tante classiche canzoni che non hanno ricevuto l'attenzione necessaria". E bisogna dire che Deadicated (Arista 1991) raggiunge alla perfezione il suo scopo. Intanto le canzoni vengono tutte registrate per l'occasione e gli interpreti non sono scelti necessariamente tra quelli più vicini alla sensibilità della band, anzi le sorprese più positive vengono da insospettabili deadheads come Elvis Costello con Ship Of Fools o da artisti sensibili come Susanne Vega con la splendida accoppiata China Doll/Cassidy, le Indigo Girls con Uncle John's Band o i Cowboy Junkies con la morbida To Lay Me Down. Non possono fallire i Los Lobos con una brillante Bertha, Bruce Hornsby (che è stato nella band) con Jack Straw e Warren Zevon con Casey Jones, né i Burning Spear con la reggata Estimated Prophet. Alla fine sembrano sottotono solo gli australiani Midnight Oil e gli Harshed Mellows, formati per l'occasione da Dan Baird (Georgia Satellites) con spezzoni degli Heartbreakers. Deadicated convince critica e pubblico, dona una porzione dei guadagni al Rainforest Action Network (da sempre supportato dai Grateful Dead) e contribuisce alla riscoperta del songwriting del gruppo.

La stessa etichetta ci riprova qualche anno dopo con Stolen Roses - Songs Of The Grateful Dead (Arista 2000), ma il risultato è meno brillante. Intanto il produttore David Gans (musicista e giornalista, deadhead da sempre) raccoglie brani già editi con qualche eccezione, quindi non è proprio un tributo, ma una raccolta che manca della fluidità e della unitarietà di Deadicated. Tra jazz, funky, blues, bluegrass, punk e rock jammato si alternano brani di qualità difforme. Diverte il bluegrass dei Cache Valley Drifters, convince ancora Elvis Costello con il medley acustico Ship Of Fools/It Must Have Been The Roses, sorprendono Black Muddy River del gruppo vocale The Persuasions e Ripple dei Sex Mob, intenerisce la Friend Of The Devil scomposta di Bob Dylan, incanta la lunga Dark Star bluegrass del quintetto di David Grisman (coprotagonista con Jerry Garcia di alcuni album tradizionali magnifici). Ma altri artisti come i Wartime, Joe Gallant, i Pontiac Brothers e i Leftover Salmon non incidono nella stessa misura. Sull'onda dell'ottima Black Muddy River i Persuasions, storico gruppo a cappella afroamericano, pubblicano Might As Well…The Persuasions Sing Grateful Dead (Arista 2000), quindici covers vocali con scarni contributi strumentali che soddisfano ed emozionano, almeno nelle ballate come Lazy River Road, Ship Of Fools e Brokedown Palace.

Non potevano mancare tributi in ambito bluegrass, una delle radici del suono del gruppo: poco significativi i due volumi della serie Pickin' On The Grateful Dead (Cmh Records 1997 e 2000), discreto Long Live The Dead (K-Tel 2011) dei fratelli Billy e Terry Smith, interessante Songs Of The Grateful Dead (Woodstock 2010) di Jesse McReynolds & Friends con la partecipazione di David Nelson e Stu Allen. Cantante e mandolinista bluegrass molto conosciuto, McReynolds ha formato nel '47 il duo Jim & Jesse che ha influenzato il giovane Garcia, grande appassionato di musica tradizionale. Ispirato da un'idea di Sandy Rothman, compagno di Jerry nei Black Mountain Boys e poi nella Acoustic Band, Jesse ha scelto una dozzina di brani dei Dead e li ha arrangiati in modalità country e bluegrass con risultati apprezzabili, specialmente in Bird Song, venata di psichedelia, Black Muddy River e Ripple. Ancora più riuscito il concerto del 4 dicembre 2010 al Fillmore di San Francisco, organizzato con fini benefici dalla Rex Foundation, dal quale è stato tratto The Wheel - A Musical Celebration Of Jerry Garcia (Nugs.net 2011), dove McReynolds è raggiunto da un gruppo di artisti tra i quali David Nelson, Peter Rowan e Jody Stecher. Spiccano eccellenti esecuzioni di Franklin's Tower, Dark Hollow e una struggente Peggy-O cantata da Nelson (New Riders Of Purple Sage).

I Grateful Dead sono stati ricordati anche in altri ambiti musicali con risultati alterni. Wake The Dead è una formazione di musicisti della Bay Area di estrazione celtica guidata dal cantante Danny Carnahan che ha pubblicato due tributi, l'omonimo debutto (Arista 2000) e Buckdancer's Choice (Cd Baby 2002), curiosi omaggi acustici nei quali le linee melodiche originali si mischiano con frammenti della tradizione irlandese. Non manca un Blues Tribute To The Grateful Dead (Cmh 2001) che pur comprendendo qualche nome illustre come Guy Davis, Amy Helm e Anders Osborne si dimentica facilmente, come The Electronic Tribute (Vitamin 2012). Più interessanti Dead Symphony (Jammmates 2007) della Russian National Orchestra e, almeno a tratti, i dischi di Joe Gallant & Illuminati tra jazz e lounge, Music Of The Grateful Dead & Beyond Vol. 1 e 2 (entrambi pubblicati dalla Relix), Terrapin (Which Records 1999) e Blues For Allah Live (Knitting Factory 1996). Prima di concludere non si può trascurare Fire On The Mountain - Reggae Celebrates The Grateful Dead (Pow Wow 1996) nel quale undici tracce dei Dead vengono arrangiate da artisti reggae tra i quali Wailing Souls, Mighty Diamonds, Toots Hibbert e Steel Pulse. Chi ha assistito a un loro concerto o ha visto un video sa che le deadheads si muovono ondeggiando lentamente e continuamente, seguendo il ritmo della musica che non è così lontano dal dondolante ritmo giamaicano. Brani come Estimated Prophet o Fire On The Mountain fluttuano morbidamente tra funky e reggae, per cui si prestano a questo omaggio. Ma anche Row Jimmy e Franklin's Tower meritano un plauso, sebbene alla lunga l'uniformità del ritmo sia un po' sonnolenta.


 
 

Autori Vari
Day of the Dead
[4AD 2016]

www.dayofthedeadmusic.com

di Pailo Baiotti (27/06/2016)

The National, quintetto originario di Cincinnati, sono una delle band indie più popolari e considerate del nuovo millennio. Hanno inciso sei albums, dall'omonimo esordio del 2001 a Trouble Will Find Me del 2013, raggiungendo il successo maggiore con High Violet del 2010. Inoltre i due fratelli Aaron e Bryce Dessner, principali compositori della band, hanno supportato numerose iniziative benefiche, curando tra l'altro nel 2009 la compilation Dark Was The Night per la Red Hot Organisation. Sulla scia di questo disco Aaron ha pensato a Day Of The Dead, una raccolta che rendesse merito alla scrittura dei Grateful Dead e all'influenza delle loro canzoni su musicisti di ogni genere. Nelle note di copertina Aaron dichiara: "è una storia che abbiamo ascoltato da così tanti colleghi…in qualche modo i Grateful Dead sono penetrati nella coscienza di generazioni di musicisti, ispirando scrittura e sperimentazioni ambiziose e mostrando che scrivere per amore della musica è sufficiente. I Grateful Dead non sono mai stati alla moda o attraenti, sono sempre stati più di sostanza che di stile, ma la loro impronta sulla cultura musicale americana, e oltre, è innegabile". In quattro anni il progetto, pubblicato sempre per la Red Hot Organisation in occasione del 50° anniversario del gruppo, è lievitato; da dieci canzoni si è arrivati a quasi sessanta, un'opera monumentale di cinque dischi per più di sei ore complessive, pur lasciando fuori canzoni significative del repertorio della band californiana, i musicisti di The National fungono da house band per molti solisti, oltre ad essere i principali protagonisti con sei esecuzioni; la loro presenza contribuisce all'unitarietà del progetto, molto curato anche nella parte grafica e nel sito (www.dayofthedeadmusic.com).

In un'opera di tale portata bisogna fare delle scelte e non è facile, perché il risultato complessivo è molto soddisfacente, più di quanto lascerebbero presupporre alcuni degli artisti coinvolti, non tanto per la loro bravura, quanto per l'apparente lontananza dall'universo deaddiano. L'apertura è offerta a The War On Drugs con una ritmata Touch Of Grey, seguita da una brillante Sugaree di Phosphorescent, la creatura di Matthew Houck. Nel prosieguo del primo disco scelgo New Speedway Boogie interpretata con toni distaccati dall'emergente australiana Courtney Barnett, la cupa Morning Dew dei National e una suadente Loser (canzone stupenda) di Ed Droste dei Grizzly Bear e Binki Shapiro. Anche il secondo disco parte bene con Box Of Rain di Kurt Vile e J.Mascis, Rubin And Cherise interpretata con voce melanconica da Will Oldham (Bonnie "Prince" Billy) e il country di Me And My Uncle di The Lone Bellow. Spicca per purezza Mountains Of The Moon di Lee Ranaldo (Sonic Youth e solista), noto appassionato dei Dead, che appare come chitarrista anche nella grintosa Playing In The Band di Tunde Adebimpe (Tv On The Radio), improvvisata con creatività. Il terzo disco contiene alcune delle interpretazioni più coraggiose con i National protagonisti di una Peggy-O trasformata in una sommessa preghiera e di un'interessante Terrapin Station preceduta dall'inedita Garcia Counterpoint, assolo di chitarra di Bryce Dessner costruito sul tema della suite e di The Other One. Risplendono l'eccellente China Cat Sunflower/I Know You Rider di Stephen Malkmus (Pavement) & the Jicks, che rispecchia lo spirito psichedelico dei Dead, Jack-A-Roe, tradizione rielaborato dalla band, eseguito dalla limpida voce folk di This Is The Kit (pseudonimo della cantante inglese Kate Stables), un'intima Wharf Rat di Ira Kaplan (Yo La Tengo) e la melodia corale di And We Bid You Goodnight affidata a Sam Amidon.

Il quarto disco è il più sperimentale e discutibile, in particolare per Truckin' distrutta dai Marijuana Deathsquads, Shakedown Street della Unknown Mortal Orchestra, una fredda Dark Star dei Flaming Lips e Estimated Prophet di The Rileys (il compositore minimalista Terry Riley e il figlio Gyan), mentre mantengono il loro fascino nella nuova veste Stella Blue dei Local Natives, Eyes Of The World dei nigeriani Tal National, la Franklin's Tower afro-cubana dell'Orchestra Baobab e King Solomon's Marbles del pianista e compositore Vijay Iyer. Ci si riavvicina alla tradizione con l'acustica Help On The Way di Béla Fleck e con la commovente ballata If I Had The World To Give di Bonnie "Prince" Billy. Il lungo viaggio attraverso la musica dei Grateful Dead si chiude con il quinto disco, pieno di materiale interessante. Si parte con quattro grandi ballate eseguite senza strafare, mantenendone la bellezza intrinseca: Standing On The Moon di Phosphorescent, Ship Of Fools di The Tallest Man On Earth, Bird Song di Bonnie "Prince" Billy e Brown-Eyed Women di Hiss Golden Messenger. Anche Real Estate, rock band del New Jersey, non stravolgono Here Comes Sunshine, risaltandone le armonie vocali. Dopo alcune tracce meno convincenti come la Cumberland Blues di Charles Bradley e Cream Puff War in versione hardcore punk dei canadesi Fucked Up, ci si avvicina alla fine dell'esplorazione con una Rosemary dagli echi floydiani della francese Mina Tindle e una High Time spruzzata di country di Daniel Rossen e Christopher Bear (parte dei Grizzly Bear), si attraversano una morbida Till The Morning Comes degli australiani Luluc e una delicata Attics Of My Life di Angel Olsen per chiudere alla grande con due brani dal vivo, entrambi con la partecipazione di Bob Weir dei Grateful Dead: una psichedelica St. Stephen dei Wilco e I Know You Rider di The National.

Un box poderoso che bisogna ascoltare con calma e attenzione, come si faceva una volta e che mi sembra raggiunga, seppur con qualche tortuosità di percorso, un doppio obiettivo: consentire a una nuova generazione di ascoltatori, appassionati degli artisti protagonisti della raccolta, di avvicinarsi senza preconcetti alla musica dei Grateful Dead e nel contempo dare lo spunto agli appassionati dell'iconica band della Bay Area per scoprire artisti contemporanei di spessore, troppo spesso snobbati per inseguire l'ennesima ristampa. Complimenti ai fratelli Dessner per l'ambizione del loro progetto, per la pazienza e soprattutto per il risultato ampiamente soddisfacente.


    

 


<Credits>