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The Black Keys
Delta Kream
[Easy Eye Sound/ Nonesuch 2021]

Sulla rete: theblackkeys.com

File Under: blues roots


di Matteo Fratti (08/06/2021)

E’ un blues che prende quota spietato, vent’anni dopo e nove dischi più tardi, e sembra che per The Black Keys il primo amore non si scorda mai: anche se il successo commerciale ha arriso più volte al duo di Akron, Ohio, infatti, con questo decimo album Dan Auerbach e Patrick Carney non si ricongiungono solo metaforicamente coi luoghi musicali dei loro esordi, e quantunque non suonino più nel garage sotto casa i blues dei dischi del padre di Dan, oggi la loro selezione di classici la infilano una via l’altra negli studi di registrazione privati dell’etichetta di Auerbach, Easy Eye Sound, in quella Mecca dei sogni musicali dove si sono trasferiti da tempo, conseguendo la maturità professionale a Nashville, Tennessee.

Un disco come questo però le strategie di mercato o gli indici di ascolto li piazza per un attimo in soffitta, perché non erano nemmeno la priorità di quegli idoli, a cui lo stesso album è dedicato. E di gente come R.L. Burnside o Junior Kimbrough è la gran parte dei pezzi; di quegli ultimi testimoni leggendari, tanto all’epicentro di un mondo di blues, quanto ai margini della società in quell’Afro-America più vera, che è lo stato del Mississippi. Incalzò la loro notorietà tale Matthew Johnson, ex-studente all’Ole Miss (l’Università del Mississippi), che fondò niente meno che la Fat Possum, proprio per regalare a quei ritrovati musicisti un briciolo di fama che il tempo di gioventù mai offrì loro. Quella sopraggiunse più tardi, alla geniale intuizione di abbinare il ritrovato spirito del Delta coll’afflato punk newyorkese dei Jon Spencer Blues Explosion, per esempio, riscoprendone l’eccitante sodalizio elettrificato alla registrazione “in loco” di A Ass Pocket Full Of Whiskey (1996), per Burnside; oppure alla seduta di incisione diretta di All Night Long (1992) per Junior Kimbrough, da capolavoro blues per la rivista “Rolling Stone”, alla tournée con Iggy Pop.

E’ stato così a quell’ultimo blues-revival degli anni Novanta che si accoda la passione dei Black Keys, muovendo l’attuale spirito pioneristico di Dan Auerbach nel conservare certe roots musicali, come quello di Jack White, quanto all’entusiasmo di scoperte di ricercatori come Alan Lomax, David Evans, George Mitchell, William Ferris e Jim Dickinson tenne dietro tutta la rivisitazione blues degli anni Sessanta. In quella, Burnside e Kimbrough non trovarono la loro nicchia e persino nella rinascita più recente, il loro è stato un fugace brillare: appena prima che “qualcuno” gli presentasse il conto. I Black Keys sembrano invece fermare l’auto un’altra volta al Sud, come la macchina nella foto di William Eggleston in copertina; Delta Kream però non è solo quel vecchio diner, ma l’allegoria della loro musica migliore. Per ritrovarla, i due chiamano a rapporto l’altra faccia di quel groove: Kenny Brown e Eric Deaton, la chitarra e il basso dietro il suono di Burnside e Kimbrough.

Dieci ore in studio, un paio di sessions e la parentesi da un altro disco in corso, dà vita a un piccolo gioiellino per il puro gusto di suonare, dove ci piace partire da cavalli di battaglia come Coal Black Mattie di Burnside, per impaludarci in quell’impasto scuro e melmoso, o ritrovare nell’ipnotica Stay All Night di Kimbrough “l’atmosfera della tarda notte, la fluttuante e sognante sensazione dell’ultimo tratto prima dell’alba” (Ted Gioia, descrivendo quel pezzo di Delta Blues). Ma Crawling Kingsnake in apertura è pure John Lee Hooker, da cui forse è partito un po’ anche quel suono: non un’operazione nostalgica, ma la fotografia del blues di oggi, dove anche dalle colline, la strada si apre e ci porta un’altra volta laggiù, dove tutto è cominciato.


    



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