Cowboy
Junkies The Nomad Series Vol. 3 - Sing In
My Meadow
[Latent/Proper
Records 2011]
Continuano
le pulizie di primavera nel solaio di casa Timmins, dove si trovano ancora interi
bauli di progetti abbandonati, tante canzoni non sviluppate accumulate in quasi
trent'anni di onorata carriera che stanno dando vita ad una serie di dischi (The
Nomad Series) teoricamente destinati solo ai fans più stretti. Se il primo volume
aveva dato davvero la sensazione di un mero disco di outtakes, il secondo (un
tributo all'appena scomparso Vic Chesnutt) era apparso come un interessante opera
unitaria. Più difficile inquadrare invece questo Sing In My Meadow,
che potremmo definire come il loro "tutto ciò che non suona come una canzone dei
Cowboy Junkies ma sono pur sempre i Cowboy Junkies", vale a dire un insieme di
esperimenti psichedelici e distorti che rappresentano il lato meno conosciuto
e celebrato della band canadese, solitamente citati come esempio supremo di sonnecchiante
e fascinoso folk da camera per orecchie sensibili al troppo rumore.
Registrato
in quattro giorni utilizzando materiale di recupero e qualche brano già noto (Hunted
era uno dei pezzi forti di Pale Sun Crescent Moon), il disco ha un approccio live
e decisamente blues fin dall'iniziale Continental Drift,
splendida performance caratterizzata da una armonica che sembra provenire dagli
inferi e dalla agghiacciante interpretazione di una Margo Timmins che abbandona
i toni caldi in favore di un canto freddo e impenetrabile. Basterebbe questo inizio
a spazzare via l'intero decennio scorso della loro produzione, se non fosse che
anche questi quaranta minuti alla fine tradiscono la propria natura sperimentale,
visto che in altri episodi il gioco a "cercare di non sembrare i Cowboy Junkies"
mostra qualche segno di cedimento (Late Night Radio
meritava un arrangiamento più caratterizzante) o qualche esagerazione (i troppi
effetti usati per rendere It's Heavy Down Here
più sinistra possibile o la fin troppo confusa A Bride's
Price).
Quando però la chitarra inacidita di Michael Timmins
si intreccia con l'armonica i risultati sono esaltanti, con momenti tesi e taglienti
come 3rd Crusade o la stessa Sing
In My Meadow, fino all'apoteosi del lungo assolo della conclusiva
I Move On, dove persino la voce di Margot viene sovrastata dal baccano,
finendo per una volta relegata a semplice strumento di accompagnamento. Resterà
dunque uno strano oggetto non identificato questo volume tre, che potrebbe paradossalmente
scontentare qualche vecchio adepto, ma conquistarne di nuovi, magari quelli che
distrattamente non si erano mai accorti che questi Cowboy Junkies esistevano già
nelle pieghe di tutte le loro opere precedenti. (Nicola Gervasini)