L’esordio discografico di
Annie & The Caldwells, intitolato Can't Lose My (Soul),
è uscito a marzo di quest’anno per Luaka Bop, etichetta fondata, nell’ormai
lontano 1989, da quell’artista ed intellettuale a tutto tondo che è David
Byrne. Grazie a lui ed ai suoi collaboratori sono stati ripubblicati album
sottovalutati o dimenticati, facendo riemergere dalle nebbie dell’oblio
alcuni artisti che necessitavano di una riscoperta: Shuggie Otis, Os Mutantes
e Tim Maia... Per altri particolari sulla storia dell’etichetta consiglio
una visita al suo sito internet che contiene anche un’interessante intervista
al fondatore David Byrne.
Tra gli artisti esordienti che hanno raggiunto una meritata visibilità
grazie alla pubblicazione dei loro lavori su Luaka Bop ci sono appunto
Annie & The Caldwells. Si tratta di una tipica formazione di gospel, i
cui membri appartengono tutti alla stessa famiglia, attiva e conosciuta
da tempo nelle funzioni religiose di varie chiese del Mississippi. Annie
Brown in Caldwell è la matriarca del gruppo, affiancata alla chitarra
dal marito Willie Caldwell e dai figli; i due maschi alla sezione ritmica
e le figlie alle armonie vocali. Annie è cresciuta lei stessa in una famiglia
religiosa e devota (la mamma era pastore evangelista) e ha cominciato
a cantare in chiesa con fratelli e sorelle da quando aveva dodici anni,
avendo ormai alle spalle cinquant’anni di carriera, ma non da professionista.
Tutti i membri della famiglia cantano e suonano per diletto, anzi, forse
è meglio dire per vocazione, ed hanno altri impieghi per mantenersi (Annie
ha un negozio di abbigliamento), ma si tratta a tutti gli effetti di un
gruppo che può essere considerato come uno dei (tanti) tesori nascosti
del gospel della periferia degli Stati Uniti d’America. Per noi ascoltatori
europei (che tendiamo a classificare questo genere alla stregua di folklore),
Can't Lose My (Soul) potrebbe essere considerato, dato
anche il titolo, come un “semplice” album di musica soul con accenti blues,
ma i testi e l'intensità interpretativa sono inequivocabilmente puro distillato
gospel.
E’ un lavoro caratterizzato da un fervore mistico palpabile e da una sincerità
ai limiti della naïvete, dove la “mastodontica” voce solista di Annie
sovrasta tutto e tutti, senza però far sfigurare i cori e le armonie vocali
delle figlie e l’accompagnamento strumentale, scarno ma efficace, degli
uomini di famiglia a dare ritmo e intensità ai brani. In ognuno di essi
si percepiscono un’emozione e un trasporto incredibili, frutto di un affiatamento
che scaturisce letteralmente dalla familiarità dei membri del gruppo.
Impressionante poi il crescendo del brano finale, Dear
Lord, che dà la sensazione di trovarsi nel bel mezzo della
celebrazione liturgica, in una di quelle chiese in mezzo al nulla del
profondo Sud statunitense.
Non vorrei sembrare troppo enfatico, ma questa uscita di Luaka Bop ha
veramente reso giustizia a una famiglia di artisti dimenticati dalla Storia,
ma non dal fiuto e dalla sensibilità di Byrne e soci, che dobbiamo ringraziare
per aver reso disponibile a tutti noi questo gioiello di 35 minuti concisi,
ma densissimi e coinvolgenti.