Non esitiamo a scomodare
la parola “capolavoro”, quando approfondiamo l’ascolto di questo nuovo
disco di Big Daddy Wilson. In circolazione dagli inizi di ottobre
infatti, Smiling All Day Long, del bluesman della Carolina
del Nord è davvero una piacevole scoperta: non solo per gli ospiti che
vi sono coinvolti (in qualche modo, un sodalizio “atlantico” che funziona
meglio della NATO!) ma anche perché il fulcro della band non sono altro
che i Goosebumps Brothers, cioè gli italiani Nolli – Legramandi – Taccori,
nelle retrovie del lotto come nelle migliori formazioni calcistiche (di
un tempo). Ma se oggi né la geopolitica né il calcio funzionano, ascoltando
album così ci rincuoriamo che un mondo diverso sia ancora possibile, ed
è forse la funzione stessa del blues e della musica, che Big Daddy Wilson
riporta davvero in auge, con lucidità.
All’anagrafe Wilson Blount (com’è a firma di una dozzina di pezzi, sui
quattordici del disco) è stato per molto tempo militare di stanza in Europa,
dove s’è avvicinato al blues in età matura, e in qualche modo da un’altra
prospettiva, com’è stato per autentici bluesman afroamericani come Eric
Bibb, altro “europeo” d’adozione. Se quest’ultimo si era però stabilito
con la moglie a Stoccolma (lui di New York), Wilson ha “messo su casa”
in Germania, dopo aver conosciuto il lavoro nei campi della realtà rurale
di Edenton (N.C.) arruolatosi poi prestissimo nell’esercito. In un tempo
come questo, ritorna allora intenso lo sguardo oltreoceano che pure noi,
appassionati d’America, poniamo interrogativo al di là dal mare: che fine
ha fatto quella nostra America? Sappiamo che c’è ancora, ma rischia d’essere
altrettanto oppressa, quanto nei secoli bui che il blues non s’è mai rassegnato
ad accettare.
Ne coglie invero il testimone, Big Daddy, e unisce le forze in una bellissima
collaborazione, non solo proprio con Bibb, appunto, ma con ospiti come
Robbie McIntosh, Steve Baker, Hans Theessink, oltre ai nostri Goosebumps.
Un punto di vista privilegiato, attraverso la musica nel cuore della sua
“missione”: non più al soldo dell’esercito, ma strumento di pace. C’è
un’impronta sociale nei testi, come negli arrangiamenti, evocativi e brillanti
di un blues raffinato, intriso di gospel, al marchio di un entourage euro-americano
in piena libertà espressiva, regalandoci all’ascolto, un gioiello di speranza.
Ci basti il manifesto poetico della title-track, inno di gratitudine e
benedizione, luminosa come un raggio di sole dai vetri e pieno stile Bibb.
Ma profonda è pure Hard Time Done Come,
altro discriminante simbolico nell’America di oggi, il dopo George Floyd
come se nulla fosse cambiato.
Prende a piene mani questi temi, Wilson, e li trasforma, come per magia,
nell’animo più vero del blues. Inni di lotta, come fossimo nel solco di
una nuova canzone di protesta, e l’acustica Walking, col chitarrista
Hans Theessink, o Can We Live In Peace
(eccellente ballad pianistica) giungono al dunque. Ma sono anche
i sentimenti più intimi, che rivisitano l’amore nel soul di By Your
Side e ritorna il piano in My Imagination, a farne quasi un
crooner. Gran disco, autenticamente black, a regalar sorprese che neppure
ci aspettavamo da queste angolazioni, e nemmeno abbiamo voluto rivelarvi
in toto. Solo cogliere, come un fiore sul cammino.