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CBGB's… Was Here!

a cura di Matteo Fratti
foto: © Matteo Fratti

Era New York che volevamo vedere, con le sue moltitudini e le forme e tutte quelle facce e la miriade di colori che dicevano le canzoni. Ogni angolo, ogni strada, un film o un vecchio disco, o un ricordo in bianco e nero… visto solo da lontano. Ma adesso eravamo dentro il film, e le strade, quelle strade, le stavamo percorrendo. Avevamo appena attraversato l'incrocio tra Bleecker & MacDougal che poco lontano, camminando di gran lena, ci stava la Bowery. E quell'angolo che andavamo cercando, ai tempi d'oro, era il posto mal frequentato del Lower East Side, che nemmeno di giorno era così amato dalla gente comune. Chi gironzolava là intorno, però, una volta, non erano certo le persone normali.

- "La cultura Punk, New Wave o No Wave…" - scrive l'americanista Mario Maffi (La cultura underground, Odoya 2009), - "… rielaborava, con un approccio più cinico e disilluso, virato in nero e segnato da una crescente angoscia esistenziale, stili di vita alternativi tipici degli anni Sessanta, combinandoli con un revival parodistico della pop culture americana degli anni Cinquanta (gli abiti, le immagini, i serials televisivi e il film di serie B) e con un riciclaggio consapevole dei motivi Dada e Bauhaus, espressionisti e Neue Sachlickheit, senza dimenticare le tradizioni proprie del Lower East Side come il Vaudeville e la cultura di strada" -.

Noi, era proprio là che volevamo andare: 315 Bowery, perché a quell'indirizzo (si dice) di quel mondo, c'era il cuore pulsante. -"Il nuovo movimento… - ci racconta sempre Maffi - "…aveva le proprie coordinate fondamentali nel CBGB's, il rock club sulla Bowery che lanciò artisti d'importanza decisiva come Patti Smith, Iggy Pop, Mink De Ville, i Television, i Voidoids, i Ramones, i Talking Heads, i B52's" -. Ci rendiamo conto (non soltanto adesso) però, che la riqualificazione di alcuni quartieri, pur consentendo di fruire (comunque in maniera assai remota) dell'aria che si respirava senza i pericoli di un tempo, "musealizza" la realtà e la reinventa in un cambiamento repentino, che spesso non tiene conto nemmeno della percezione del luogo, del suo spirito e men che meno di quanto di quello fosse arrivato agli outsiders del posto, se non monetizzando il tutto, com'è tipico dell'indole capitalista americana e non solo, per un turismo musicale di più facile consumo. Non distante da lì, per esempio, al posto dell'altrettanto famoso Fillmore East c'è addirittura una banca e di quell'altro tempio musicale a noi caro, non ne rimane alcuna traccia, se non nel triste omaggio di un'insegna stradale, tale Bill Graham's Street.

Al 315 Bowery, invece, consapevoli del fatto e con buon viso a cattivo gioco, stavolta del rock ritroviamo quanto meno un'immagine, sfalsata dai luccichii e valorizzata ora anche dalle cifre dell'alta moda: al posto dell'insegna del CBGB OMFUG (Country Blue Grass Blues and Other Music For Uplifting Gourmandizers), quella di un negozio (ma dentro, i muri originali del CBGB, mai riverniciati e con lo stesso bagno, ci garantiscono) di tale John Varvatos...


"Who The Hell Is John Varvatos ?" (Chi Diavolo È John Varvatos?)*


E' Pasqua e le imposte (chiuse) ci sbarrano la strada. Anche da John Varvatos, 315 Bowery, New York City. Ci riproponiamo di tornare, quanto meno per vedere da dentro il buon vecchio CBGB. Terremo fede al nostro proposito nell'immediato pomeriggio del giorno successivo, prima che i nostri sogni sfumino alla velocità di un volo aereo, e ritorno al vecchio mondo.

Ma… - ".. chi diavolo è John Varvatos..!?" - domando allora all'amico Andrea che all'ingresso, è già avvinto dalle pareti coperte dai dischi, da un lato, e dalle apparecchiature Hi-Fi anni '70 dall'altro (..o viceversa). E tutto questo, prima ancora del comparire delle chitarre appese ai muri, delle locandine dei concerti che hanno fatto la storia, degli LP dorati e incorniciati, o delle fotografie.

Già, le fotografie: ci sembra tutto là dentro, che poi ci accorgiamo invece che la realtà, paradossalmente VERA in alcune di esse, viene qui riproposta a ricreare il mondo a cui quel posto rimanda, coi suoi vestiti e le scarpe, le giacche e le sciarpe, i giubbotti di pelle e le cinture "da sei milioni di dollari" che un brand ha l'abilità di rifare a immagine e somiglianza di un'identità che non si vuole perdere, ma che proprio per questo, forse, non è più la stessa.

Una fantasmagoria di rock'n'roll che reinventa sé stesso, ma sembra che John, comunque, abbia fatto le cose in grande. Come in un gioco di specchi, allora, fotografiamo le fotografie, le scritte, i "tatuaggi" a muro che nessuno vuole cancellare, i cimeli chitarristici con le loro didascalie, un "reliquario" che non tramonta e investe di almeno una ragione la "boutique" che non vende il nome del rock in franchising, ma mette la firma a uno stile - ci fidiamo - dichiaratamente ispirato alla conservazione del sense of place. Immancabile, ossequioso e (mi raccomando) - dicono nella consueta babele linguistica newyorkese - : …"no mucha photo…"!

*scritto su una maglietta, scatto promozionale dal catalogo primavera/estate 2007 per la campagna John Varvatos/Converse, foto di Cass Bird.


John Varvatos with Holly George Warren
Rock in Fashion
[Harper design pp.271]

Le foto sono tante, in quest'edizione non ancora italiana (e credo che, in italiano, mai la vedremo) di John Varvatos: Rock In Fashion. Ma per un libro in cui l'immagine ha un ruolo preponderante, certo non è un ostacolo il fatto che la prima uscita di questo poderoso tomo sia ovviamente americana. E nella creazione Harper Design elegantemente rilegata, c'è un viaggio nell'iconografia ribelle che ha segnato lo stile che tutti conoscono, fatto di giubbotti, cinture, cappelli (o semplicemente, capelli) chitarre e amplificatori, ma prima ancora da palchi, backstage, strade o marciapiedi, interni od esterni battuti dai non convenzionali eroi che il rock'n'roll se lo sono cucito addosso, divenendo parte integrante dell'arredo urbano che li coglie nel loro vivere l'arte a farne il binomio inscindibile che queste stesse fotografie ci restituiscono per intero, attraverso l'occhio dei fotografi che negli ultimi anni hanno lavorato per lo stilista USA di origini greche John Varvatos (tra più mirate campagne pubblicitarie o inedite rarità d'annata) o che l'hanno meramente ispirato.

Eccoci allora a bearci di un contesto che si riflette fin dall'inizio, già nell'allucinato sguardo a figura intera di Syd Barrett nello scatto di Mick Rock in copertina, 1969, ripreso poi nei seguenti e continuativi interni al volume, dell'artista nel suo isolato londinese. Ma nel mezzo, tra una metà e l'altra del libro, gli innumerevoli mondi vestiti di una più gigantesca popular music elegantemente ostentata, quantunque naturale in tutto il suo artifizio scenografico, coreografico o prettamente esistenziale. Ci basti l'iniziale carrellata di band che apre il volume, e illustra i personaggi che via via troveremo a oggetto dell'analisi dettagliata della progressiva ed evidente reciprocità che c'è stata tra il rock e lo stile, più che la moda, in un viceversa che se oggi sembra pendere talora più a favore di quest'ultima, la memoria del suono rende ancor più viva in queste immagini che parlano da sole.

Ci sono Hendrix, Morrison, gli Stones, gli Zep, i Faces, gli Who, gli MC5, Iggy Pop, gli Stooges, i Ramones, New York Dolls, Patti Smith, i Clash, Bowie, Bolan, i Kiss, ma anche Green Day, White Stripes, Ryan Adams o Kings of Leon; e ci sono i capitoli che incalzano la storia del costume degli ultimi cinquant'anni, dagli occhiali alle giacche fiorite, passando dai capelli ai pantaloni attillati, dai volti truccati alle zampe d'elefante, dai vestiti in pelle ai trampoli alti un paio di metri come scarpe. La mediazione, quella dei grandi artefici della fotocamera che tali particolari hanno saputo valorizzare, come Elliott Landy, Bob Gruen, Lynn Goldsmith, Gered Mankowitz, Janette Beckman, Robert Knight, Raeanne Rubenstein, Ken Regan, Neal Preston, Timothy White, Baron Wolman e Robert Matheu, tra gli altri, offrendo quel taglio particolare che Varvatos ama restituire nelle sue creazioni poi rivisitate negli scatti di Danny Clinch ad immagine e somiglianza. Come il passeggio del pazzo Iggy per i viali di Central Park, le immortali barbe degli ZZ Top o il più recente Jimmy Page. E come tra le tracce migliori di un ascolto, il curioso capitolo sull'abbigliamento ispirato a motivi animalisti od esotici ("Street - Walking Cheetahs" da "I'm a street walking - cheetah with a heart full of napalm", Iggy Pop, Search & Destroy) o quell' "I'm An Anarchist" dedicato al punk tra i sobborghi di Londra o quelli di New York (e guarda caso, la fotografia di un CBGB illuminato a giorno sotto lo sguardo di una coppia dei Dictators).

Duecentocinquanta ritratti che Varvatos, coadiuvato dal giornalista Holly George-Warren, ha saputo antologizzare in un sincero omaggio dedicato alla sua famiglia, alla sua "rock'n'roll obsession", a Jimi Hendrix, gli MC5, Iggy & The Stooges, Led Zeppelin, gli altri rockers che hanno contribuito alla sua passione per il rock nel fashion e a tutto il suo mondo, di cui afferma, nell'introduzione: "Non sarei qui se non fosse per la musica, che ho scoperto crescendo a Detroit tra la fine degli anni '60 e gli anni '70. Ci sono tracce di tutto questo nel mio modo di vestire e nello stile delle mie collezioni maschili degli ultimi dodici anni. Ma questo libro è soprattutto una raccolta di immagini che hanno significato molto per me e che hanno lasciato un'impressione duratura sul mio lavoro." Non possiamo che essere d'accordo.


 


<Credits>