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Pat McLaughlin, Nashville After Dark
Rod Picott, Ville Lumiere Promenade
Jack Hardy, Southern Comfort
[New Shot Records 2025]

Sulla rete: newshotrecords.com

File Under: live archives

di Fabio Cerbone (24/09/2025)

Tre nuove proposte dal vivo allungano il catalogo dell’etichetta italiana, che abbiamo imparato a riconoscere e apprezzare in questi ultimi due anni per il suo appassionato lavoro di ricerca sugli archivi di artisti fuori dai grandi giochi del mainstream musicale. Una dedizione al mondo degli outsider della canzone d’autore americana che ha permesso anche di riscoprire nomi un po’ defilati, qualche volta del tutto dimenticati, molto spesso meritevoli di un nuovo approfondimento. Accade naturalmente anche in occasione di questi tre live, due di natura acustica e uno full band ed elettrico, che toccano tre differenti modi di muoversi nel mondo della roots music genericamente intesa, con sfumature che passano dalla più classica tradizione folk alla tensione del rock’n’roll.

La vera grande sorpresa del lotto, e il titolo su cui puntare senza indugi, è senza dubbio Nasvhille After Dark di Pat McLaughlin, solidissimo concerto inciso nel settembre del 2018 al Third and Lindsley di Nashville con il supporto di uno stellare gruppo di turnisti cittadini che vede la sezione ritmica affidata a Greg Morrow (batteria) e Michael Rhodes (basso) e la chitarra solista nelle mani del bravissimo Kenny Greenberg, gente con un bagaglio di collaborazioni infinito e una credibilità inattaccabile nel settore. I meriti però sono tutti delle canzoni di McLaughlin, un nome da “dietro le quinte” che è in giro dalla fine degli anni Settanta, cresciuto fra Iowa e California per approdare come tanti a Nashville, dove ha pubblicato una ristretta serie di album solisti purtroppo poco considerati (un paio passati anche per l’Italia grazie all’interessamento della storica Appaloosa del compianto Franco Ratti) ma soprattutto ha scritto e collaborato per una valanga di colleghi, da John Prine a Bonnie Raitt e Delbert McLinton passando per una nutrita schiera di country star.

Musicista per musicisti, insomma, ma se pensate che il discrimine sia magari la mancanza di una sua personalità per emergere con quelle stesse canzoni scritte per altri vi sbagliate di grosso, e la riprova sono i quindici episodi autografi (solo una cover, peraltro indicativa dei gusti sopraffini di McLaughlin, Wrong Number di Allen Touissant) raccolti in questo Nashville After Dark, aperto dal vibrare roots&funk di China Bowl e chiuso con l’acclamazione di Somebody Say Yeah. Nel mezzo settanta minuti abbondanti di una “lectio magistralis” su come country, rock e southern soul si possano intrecciare sulle strade che collegano Nashville, Memphis e New Orleans, toccando punti di entusiasmo nei passaggi di I Won’t Let You, Cry to Me e Little Grass Shack. Ottima voce di intensità "blue eyed soul", di scuola Van Morrison per intendersi, McLaughlin si trascina appresso la carica rock’n’roll della band e ricorda da vicino il John Hiatt più elettrico e tonico della metà degli anni Novanta, alla cui esibizioni Nashville After Dark rimanda in più occasioni.

Di tutt’altro tenore, per impostazione sonora e tipologia di songwriting, è l’esibizione di Rod Picott, colta durante un concerto parigino dell’ottobre del 2005 al Pomme D’eve. Pubblico intimo, atmosfera che ne consegue, risaltando il carattere brusco e malinconico del country folk d’autore, figlio di John Prine e Guy Clark, che ha sempre animato la scrittura di questo songwriter originario della costa est americana, ma come tanti avviato alle “fortune” alterne del sottobosco roots di Nashville, città dove ha cercato con ostinazione di emergere. Ville Lumiere Promenade ha un valore aggiunto nelle parole stesse di Picott, riportate nelle note, sempre ben curate, all’interno della pubblicazione della New Shot, quando ci viene ricordato il recente annuncio del musicista di dare un taglio definitivo alla sua carriera dopo quasi venticinque anni spesi duramente sulla strada in cerca di sogni e racconti dalla provincia americana.

Il più attuale Starlight Tour, puntualmente segnalato su queste pagine, potrebbe dunque essere il suo congedo artistico (lasciamo il condizionale per uno spiraglio di ripensamento...) e il qui presente live una sorta di coda finale, con la qualità anche di una ricognizione sulla sua intera produzione passata, lungo ventuno episodi e quasi ottanta minuti di ballate e narrazioni dal cuore rootsy nei quali emergono i rimpianti di No Love in This Town, I Coulda Been the King, Girl From Arkansas, la Broke Down scritta a quattro mani con l’amico (e altro ottimo outsider) Slaid Cleaves e una Gettin’ To Me firmata con il canadese Fred Eaglesmith, fino alla chiusura di Haunted Man. Ad accompagnare Picott in questo viaggio “solitario” nell’anima dell’Americana più distante dalla precisione un po’ artefatta che spesso contraddistingue oggi il genere c’è il dobro di Matt Much, suonato in alcuni frangenti con taglio elettrico, a ricordare quel brusco spessore roots rock che ha spesso contraddistinto gli album di studio di Picott

Un mondo duro e spietato quello dei folksinger, perché spesso crudele è quella consapevole scelta di vita artistica che certamente li pone al di fuori dei grandi numeri e vicini semmai all’intensità lirica delle loro canzoni. Ne sa qualcosa Jack Hardy, nome indissolubilmente legato alla scena folk newyorchese di cui è stato promotore infaticabile, sorta di talent scout e fondatore della rivista Fast Folk Magazine, animando così un circuito di più e meno giovani musicisti che, passandosi il testimone a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, hanno ridato slancio all’idea di una canzone americana, quella che un tempo era appartenuta al sogno del Greenwitch Village, dallo sguardo sociale e intimo al tempo stesso. Scomparso prematuramente nel 2011 a 63 anni, Hardy ha sempre mantenuto una “militanza” e integrità musicali che gli hanno fatto onore, sebbene l’indole spartana delle sue incisioni non sia mai uscita da quella idea artistica di partenza. Southern Comfort ne mostra la visione e l’impegno, anche qui con quasi ottanta minuti di concerto dalla asciutta impostazione acustica, catturato in trio con Todd Sheaffer alla seconda chitarra acustica (una Martin D-18 che affianca la Gibson Southern Jumbo di Hardy) e Brady Rymer al basso.

È il secondo live “italiano” di Jack Hardy che la New Shot propone nel suo catalogo, avendo pubblicato in precedenza uno show del 1993 a Caprino Veronese. Il qui presente Southern Comfort lo precede cronologicamente, essendo testimonianza di un concerto del marzo 1988 presso il Teatro dell’Acquario di Cosenza, e si fa preferire per qualità dell’esibizione, intensità del repertorio (gli anni Ottanta sono un momento felice di rinascita e di attenzione generale verso il lavoro del folksinger newyorchese) e probabilmente per il feeling stesso intestaurato con il pubblico di casa, tanto che Hardy ci tornerà volentieri negli anni successivi. Bella anche la copertina, con uno scorcio dipinto di Calabria che giustifica il titolo stesso, mentre il repertorio tocca alcuni fra i brani più apprezzati di Hardy, risalendo spesso al materiale scritto per i suoi misconosciuti dischi della seconda metà dei Settanta, da cui provengono Night On The Town, The Tailor, Houston Street, Potter’s Field, i contorni irish che circondano Blackberry Pie, o ancora nel finale l’apprezzabilisisma The Vicious Cycle, mentre altri episodi sono legati al contemporaneo album intitolato The Hunter. La voce da gentiluono del folk di Jack Hardy sembra ricordaci un tempo in cui la canzone americana d’autore, seppure “nascosta” al grande pubblico, aveva una forza di testimonianza di cui proprio oggi, in questi tempi incerti e cupi, che ci avvolgono, avremmo tutti ancora un gran bisogno.



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