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Liberami
dal nulla - a cura di Fabio Cerbone -
Il
momento è adesso: con l’uscita nelle sale cinematografiche
di Deliver Me From Nowhere - il biopic del regista
Scott Cooper con protagonista Jeremy Allen White nei panni
di Bruce Springsteen, a sua volta ispirato all’omonimo,
splendido libro di Warren Zanes (Liberami dal nulla
nella traduzione italiana a cura di Jimenez) - la rilettura
espansa di Nebraska è un passaggio quasi obbligato,
un’operazione che si accoda a una lunga serie di cofanetti
celebrativi, il più recente Tracks II, che in questi
anni hanno scavato oltremodo nei dettagli della carriera di
Springsteen.
Il primo dei tre capitoli aggiunti riguarda le outtakes acustiche
provenienti dalle stesse registrazioni che condussero alla
scelta delle dieci canzoni finali di Nebraska. Alcune
già note sotto altre forme (The Big Payback, che fu
lato b del singolo inglese di Open All Night), altre
apparse in differenti forme sul primo quadruplo Tracks
(la spettrale demo acustica di Born in the USA, Pink
Cadillac e Johnny Bye Bye), altre ancora rielaborate
poi nel passaggio indissolubile verso il trionfo di Born
in the Usa (Working on the Highway e Downbound
Train), a ribadire un legame di sangue tra le due opere,
facce speculari e opposte sul piano sonoro di ciò che voleva
indagare l’autore, per arrivare infine alle sorprese vere
e proprie, Losin' Kind, Child Bride, Gun
in Every Home, tris di ballate dolenti come i corrispettivi
ufficiali di Nebraska o la palpitante On the Prowl,
modellata sul ritmo di State Trooper.
Lo si intuisce ascoltando l’incedere rock’n’roll di Johnny
99 e Open All Night, da qualche parte fra Jerry
Lee Lewis e il sound festaiolo di The River, per non
dire del fracasso indiavolato di Donwbound Train: c’è
l’energia dei live show e la potenza del performer, un po’
meno l’anima di quelle liriche, che evidentemente meritavano
un’altra dimensione, quella circoscritta poi dal grigio di
Nebraska. Talmente evidente che Nebraska, il brano,
e Mansion on the Hill restano ancorate alla loro spolpata
struttura folkie, anche con l’intervento misurato della band,
mentre Atlantic City avrà maggiori fortune elettriche
dal vivo negli anni successivi e la stessa Born in the
USA qui ritorna in una febbrile forma di cruento rock-blues
che tuttavia non raggiunge l’apoteosi da stadio, a suo modo
perfetta, del definitivo singolo pubblicato nel 1984 e neppure
la potenza scheletrica della versione acustica.
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