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Welcome to the Medicine Show
L'età adulta dei Dream Syndicate

- a cura di Gianfranco Callieri e Fabio Cerbone -

Medicine Show (il disco)

The Dream Syndicate
Medicine Show: I Know What You Like (Deluxe Edition)
[Fire records/ Goodfellas 2025]

Se a metà degli anni '80 Medicine Show poteva apparire "soltanto" uno dei grandi dischi regalati da una stagione tutt'altro che avara di belle sorprese, ora si può affermare che pochi altri lavori coevi o successivi sono riusciti a coniugare estetica post-punk, radici classic-rock e spirito narrativo fulminante in un ibrido altrettanto compiuto.

I Dream Syndicate avevano fatto irruzione nella scena del rock indipendente americano pochi anni prima, grazie a un omonimo extended che, nel suo intruglio di ossessioni à la Velvet Underground e cavalcate chitarristiche degne dei Television, metteva in mostra l'epos sgraziato e furioso della scrittura del frontman Steve Wynn, la sei corde tagliente di Karl Precoda, il basso tenebroso di Kendra Smith e il drumming al tempo stesso onirico e sferzante di Dennis Duck. Si trasformarono presto in una band di soli maschietti a causa delle dimissioni della Smith (che se ne andò in compagnia di Dave Roback dei Rain Parade per formare i Clay Allison, cioé i futori Opal), rimpiazzata dallo squadrato Dave Provost, e nel giro di qualche mese, per sfruttare l'interesse creatosi intorno allo strepitoso The Days Of Wine And Roses, decisero di apporre la propria firma su di un contratto major, scelta per i tempi alquanto controversa.

La A&M li affidò alle cure di Sandy Pearlman, già pigmalione di Blue Öyster Cult e Dictators, e i fan duri e puri non mancarono di gridare allo scandalo, com'era del resto successo quando il produttore newyorchese aveva supervisionato i Clash del secondo album, il peraltro eccezionale Give 'Em Enough Rope ('78). Un cambiamento notevole, se non in termini di qualità (non mancano i sostenitori sfegatati che continuano a preferire l'irruenza dei Syndicate del primo album) perlomeno in termini di impegno lavorativo: laddove The Days Of Wine And Roses era stato registrato in tre giorni, sovente assumendo il metodo del "buona la prima", Medicine Show richiese cinque mesi di prove estenuanti, takes accumulate l'una dopo l'altra, impercettibili variazioni degli arrangiamenti, montagne di ulteriori elaborazioni strumentali incessantemente pretese da Pearlman.

Tuttavia, di quest’ultimo i ragazzi si fidavano e facevano bene. Fu lui a consigliare l'ingresso nel gruppo del pianoforte di Tom Zvoncheck e fu lui a trasformare in canone immortale quella che dapprincipio era solo sporcizia esecutiva, ancorché graffiante e travolgente. Senza sottovalutare il suono selvatico, drammatico e mai più così arroventato della chitarra di Precoda, che rinunciò alla distorsione per concentrarsi sulla solennità fiammeggiante degli assoli, perno fondamentale dell'album furono soprattutto le canzoni di Wynn, inesorabilmente votate a una dimensione di cupo pessimismo, di tetro fatalismo, di sanguinante spleen metropolitano. L’atmosfera emotiva di Medicine Show fu quella di un'inarrestabile discese verso l'abisso; l'intento di Wynn, quello di redigere un violento noir urbano da sbattere in faccia a un decennio contrassegnato da ottimismo di facciata e false speranze. Canzone dopo canzone, il rimpianto per una storia d'amore sfiorita (Still Holding On To You) finiva per trasformarsi in una malsana fascinazione per il crimine (Burn), in deviata impotenza (Armed With An Empty Gun), in pulsione incestuosa (Daddy's Girl) e persino in desolato paesaggio mentale alla Taxi Driver (la title-track), fino a raggiungere il climax orgiastico di John Coltrane Stereo Blues (in pratica, la folle descrizione di un appuntamento romantico che finisce in stupro) e l'apoteosi nichilista di Merrittville, dove il soggetto narrante, come accadeva col William Faulkner di Assalonne Assalonne (1936), moriva per ben tre volte nella calura opprimente di una provincia che, di lì a poco, avremmo cominciato a chiamare "lynchiana" (nel senso del David regista).

Medicine Show: I Know What You Like (Deluxe Edition), © Fire Records

Non da meno, naturalmente, erano le canzoni: ad una prima facciata costellata addirittura di potenziali singoli, quali sarebbero dovuti essere, in un mondo perfetto, le coltellate rockiste di una Still Holding On To You vicina ai mid-tempos scarni ed essenziali Lou Reed o il vertiginoso punk-boogie doorsiano di Armed With An Empty Gun, si giustapponeva un secondo lato darkeggiante, sferragliante e dilatato (tre brani per quasi venticinque minuti di durata), infestato dai fantasmi di Neil Young e degli amati Velvet, intossicato dal blues più visionario e dal country più spettrale. Il febbrile rock'n'roll dylaniano di Daddy's Girl e la riarsa allucinazione quasi desertica di Bullet With My Name On It (composta da Precoda) mettevano in luce le radici più tradizionaliste del gruppo, mentre l'epopea di Burn, vorticosa ascensione strumentale alla Crazy Horse, le proiettava in un contesto inedito e personale. Il torbido western psichedelico di The Medicine Show, reso ancor più alienante dall'inquieto controcanto gospel degli ospiti Gavin Blair (True West) Sid Griffin e Stephen McCarthy (Long Ryders), e il tumultuoso guitar-rock dell'interminabile John Coltrane Stereo Blues tracciavano le coordinate di un delirio d'improvvisazione che le avrebbe rese cavalli di battaglia nella dimensione live, giusto un attimo prima che la definitiva Merrittville, ripartendo dal lirismo pianistico della Racing In The Street di Bruce Springsteen, chiudesse l'album in un'esplosione di solennità rattristata, melodramma di sei corde e maestoso fragore della sezione ritmica.

(Gianfranco Callieri)


What Is And What Should Never Be (studio and live outtakes)

Seguendo l’esempio del precedente Out of the Grey, ingigantito grazie a un triplo cofanetto con inediti di studio e dal vivo che raccontavano le gesta sonore e il periodo storico vissuto dalla band, la Fire records amplia il discorso attorno a Medicine Show, cercando di riscostruire ex post il percorso vissuto fino alla realizzazione di quell’album, così centrale per la vicenda artistica della band californiana. In questa occasione il numero si allarga a ben 42 episodi, divisi in uno smisurato quadruplo box, che avrebbe tutte le intenzioni di chiudere il discorso su un’opera amata e odiata al tempo stesso, dai Dream Syndicate e dal loro pubblico, controversa fin dal principio perché complicata fu la sua genesi e il rapporto con il produttore, e altrettanto tortuoso si fece il confronto con la stampa e i fan: da una parte un amore viscerale e immediato, soprattutto in Europa, per quella maturità classic rock che i Dream Syndicate evidenziarono nel suono e nelle canzoni di Medicine Show, dall’altra invece una tiepida, almeno in principio, accoglienza, persino una certa diffidenza da parte del pubblico americano, di fronte a una delle tante band indipendenti che avevano compiuto il “sacrilego” salto verso le major. Nel caso dei Dream Syndicate un balzo artistico che cambiò faccia al sound neo-psichedelico e garage rock di derivazione Velvet Underground che emergeva nel loro amato debutto, The Days of Wine and Roses.

Mettere una parola conclusiva su un’opera discografica è sempre un’operazione rischiosa, addirittura indebita da un certo punto di vista, restando invece il disco originale la fotografia di un momento irripetibile, giusto o sbagliato che sia, nella storia spesso burrascosa vissuta da ogni rock’n’roll band. Medicine Show: I Know What You Like (Deluxe Edition) prova innanzitutto a risolvere i dubbi dello stesso Steve Wynn (così come li racconta con dovizia di particolari e senza sconti nel suo recente memoir, pubblicato in Italia da Jimenez), mettendo in fila tutto quello che, secondo la band, mancava a fare luce, frutto di una lunga disputa con la A&M (gruppo Universal) per ottenere i master originali e avere il via libera sull’intera pubblicazione. Ne prendiamo atto partendo dall’album vero e proprio, rimasterizzato, secondo le parole di Wynn, “così come lo ricordo quando lo ascoltavo al tempo durante il mixaggio”. Se lo afferma uno dei protagonisti, forse il principale, non possiamo certo contraddirlo, nonostante sconvolgimenti sonori epocali rispetto alle precedenti pubblicazioni (in particolare quella curata dalla Water nel 2010) non se ne scorgono.

In questa edizione sono aggiunti in coda alla scaletta originale tre inediti che hanno una punta di diamante nella versione alternativa di studio di John Coltrane Stereo Blues, sarabanda garage psichedelica che qui tende, con la sua energia incontrollata, più verso una prova dal vivo rispetto alla stesura definitiva che finirà impressa sul disco. Lo stesso brano è presentato anche in una jam di tredici minuti da un live radiofonico del giugno 1983, una sorta di “work in progress” di quello che il gruppo esplorerà nelle sessioni di registrazione di Medicine Show. Proprio la title track chiude la sequenza di inediti in una veste acustica, chitarra e voce, del solo Steve Wynn, anche qui dal vivo e senza filtri: curiosa forse per cogliere l’anima del songwriting.

Medicine Show - Roxy, Hollywood 1983 Merrittville - Madrid 1984

Assai più importante è ritrovare, ampliato nella sequenza dei brani, il famoso live denominato This Is Not The New Dream Syndicate Album... Live!, registrato da un broadcast radiofonico della WXRT all’Aragon Ballroom di Chicago, che al tempo la A&M decise di pubblicare a ridosso dello stesso Medicine Show, a testimonianza del nuovo assetto della band e della sua crescita in pubblico: entrano le tastiere di Tom Zvoncheck, lasciano il basso di Kendra Smith e anche quello di Dave Provost (che aveva partecipato alle incisioni dell’album di studio) e arriva quello di Mark Walton, mentre Karl Precoda fa la sua ultima apparizione in tour con i compagni prima di cerere il posto a Paul Cutler. Momento di passaggio, di frizioni e incognite, ma anche di compimento di quella trasformazione verso un rock epico e con un cuore da America noir che diventerà un marchio delle successive mosse dei Dream Syndicate (nell’album Ghost Stories) e dello Steve Wynn solista.

Rispetto all’edizione breve di soli cinque brani della prima stampa in Lp (peraltro già inclusa nella citata ristampa della Water del 2010), quella proposta nel box è completata dalla presenza di Burn e del primo classico The Days of Wine and Roses, che chiude un set intenso dove le chitarre acide e “younghiane” di Wynn e Precoda trovano una spalla espressiva nella presenza del piano e organo di Zvoncheck, elemento finalmente valorizzato nel suo contributo determinante alla trasfigurazione rock della formazione californiana. Ad allungare il secondo cd arrivano poi altri quattro brani, tre dal vivo e uno in studio. John Coltrane Stereo Blues torna per l’ennesima volta, qui in una rilettura particolarmente viscerale di quasi undici minuti tratta da uno show svedese a Lund, di buona qualità sonora. Non altrettanto si può dire, per resa audio, di Bullet With My Name On It e dell’inedito Witness, da un concerto al club The Stone di San Francisco, sempre nel 1984, mentre una cruda incisione dal carattere boogie-blues, poco più che una demo, di Weathered And Torn (entrerà in Ghost Stories) risale a prove di studio del 1983.

Medicine Show: I Know What You Like (Deluxe Edition), © Fire Records

Intitolato The Road To Medicine Show, il terzo atto della deluxe di Medicine Show si compone per buona parte di un’esibizione della band nello storico club newyorchese del CBGBs risalente al 1983. Kendra Smith ha lasciato il gruppo e Dave Provost l’ha sostituita al basso, mentre il suono di Medicine Show deve ancora prendere forma (niente tastiere in questo caso), sancendo il passaggio dalla neo-psichedelia degli esordi. A New York i Dream Syndicate sembrano giocare in casa, loro così legati fin dal principio alle idee sonore della città, discepoli dei Velvet Underground, sebbene qui la band decida di attaccare con l’immediatezza di un futuro singolo quale Still Holding On To You. La chitarra di Precoda è ancora acidissima e anche la successiva Armed With an Empty Gun viene trascinata dal canto di Wynn e dalla stessa band in un vortice più magmatico, che troverà in seguito una precisione marziale. In tal senso il fervore dello show al CBGBs è sublimato dalla versione stridente di una futura ballata rock come Burn, per non dire della solita John Coltrane Stereo Blues, questa volta trascinata per quindici “letali” minuti di clangore elettrico e feedback tra le due chitarre di Wynn e Precoda.

Vere curiosità, apprezzabilissime, del concerto al CBGBs restano però le due cover inserite in scaletta, la sorprendente (per provenienza, una sorta di eresia pensando al pubblico alternativo raccolto all’epoca dai Dream Syndicate) Let It Rain di Eric Clapton e il classico del folk rock psichedelico di fine 60s Morning Dew. In coda al live due prove di studio, sempre grezze per registrazione ed esecuzione, con una prima stesura di Burn insieme a Kendra Smith e la solita, a questo punto ridondante, John Coltrane Stereo Blues, entrambe datate 1983.

A chiudere la messe di materiale dal vivo, di outtakes e prove in sala di incisione arriva il quarto disco intitolato What Is And What Should Never Be, il più “rudimentale” per qualità sonora, sebbene ulteriore testimonianza del collegamento fra le due ere artistiche dei Dream Syndicate. Quattro le tracce provenienti da un concerto al Club Zadar di New Hope in Pennsylvanna nel 1983, con il subentrante Dave Provost al basso. Tralasciando la conclusiva Bullet With My Name On It, attraggono soprattutto le precedenti tre cover, che sono un po’ il sintomo della capacità di ribaltare l’ovvio da parte della band di fronte al suo stesso pubblico: Suzie Q (Creedence Clearwater Revival), Evil Ways (Santana) e Don’t Fear the Reaper (Blue Oyster Cult) non sono certamente le prime canzoni che qualcuno assocerebbe allo stile e alla storia dei Dream Syndicate, e invece chiariscono le radici classic rock che da sempre avevano formato l’educazione musicale di Wynn e compagni, entrando sotto traccia e in qualche modo anticipando una chiave di lettura per la stessa sostanza musicale di cui sarà fatto Medicine Show.

L’approccio agli originali è naturalmente dissacrante, come forse dovrebbe sempre essere una cover: a ulteriore prova arriva anche la cacofonia di Born on the Bayou, altro “maltrattato” pezzo di marca Creedence che proviene da un live del 1983 al Soap Creek Saloon di Austin . Completano il quarto capitolo della deluxe edition due primordiali versioni, addirittura datate 1982, di Still Holding On To You e Armed With An Empty Gun, ancora con la presenza di Kendra Smith in formazione, e una Witness dal vivo in Giappone del 1984, in questo caso non si capisce perché collocata in fondo alla scaletta, a staccare decisamente dal repertorio più ruvido che la precede.

(Fabio Cerbone)


 


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