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Welcome
to the Medicine Show - a cura di Gianfranco Callieri e Fabio Cerbone
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Se
a metà degli anni '80 Medicine Show poteva apparire
"soltanto" uno dei grandi dischi regalati da una stagione
tutt'altro che avara di belle sorprese, ora si può affermare
che pochi altri lavori coevi o successivi sono riusciti a
coniugare estetica post-punk, radici classic-rock e spirito
narrativo fulminante in un ibrido altrettanto compiuto.
Non da meno, naturalmente, erano le canzoni:
ad una prima facciata costellata addirittura di potenziali
singoli, quali sarebbero dovuti essere, in un mondo perfetto,
le coltellate rockiste di una Still Holding On To You
vicina ai mid-tempos scarni ed essenziali Lou Reed o il vertiginoso
punk-boogie doorsiano di Armed With An Empty Gun, si
giustapponeva un secondo lato darkeggiante, sferragliante
e dilatato (tre brani per quasi venticinque minuti di durata),
infestato dai fantasmi di Neil Young e degli amati Velvet,
intossicato dal blues più visionario e dal country più spettrale.
Il febbrile rock'n'roll dylaniano di Daddy's Girl e
la riarsa allucinazione quasi desertica di Bullet
With My Name On It (composta da Precoda) mettevano
in luce le radici più tradizionaliste del gruppo, mentre l'epopea
di Burn, vorticosa ascensione strumentale alla Crazy
Horse, le proiettava in un contesto inedito e personale. Il
torbido western psichedelico di The
Medicine Show, reso ancor più alienante dall'inquieto
controcanto gospel degli ospiti Gavin Blair (True West) Sid
Griffin e Stephen McCarthy (Long Ryders), e il tumultuoso
guitar-rock dell'interminabile John Coltrane Stereo Blues
tracciavano le coordinate di un delirio d'improvvisazione
che le avrebbe rese cavalli di battaglia nella dimensione
live, giusto un attimo prima che la definitiva Merrittville,
ripartendo dal lirismo pianistico della Racing In The Street
di Bruce Springsteen, chiudesse l'album in un'esplosione di
solennità rattristata, melodramma di sei corde e maestoso
fragore della sezione ritmica.
Seguendo l’esempio del precedente Out of the Grey, ingigantito grazie a un triplo cofanetto con inediti di studio e dal vivo che raccontavano le gesta sonore e il periodo storico vissuto dalla band, la Fire records amplia il discorso attorno a Medicine Show, cercando di riscostruire ex post il percorso vissuto fino alla realizzazione di quell’album, così centrale per la vicenda artistica della band californiana. In questa occasione il numero si allarga a ben 42 episodi, divisi in uno smisurato quadruplo box, che avrebbe tutte le intenzioni di chiudere il discorso su un’opera amata e odiata al tempo stesso, dai Dream Syndicate e dal loro pubblico, controversa fin dal principio perché complicata fu la sua genesi e il rapporto con il produttore, e altrettanto tortuoso si fece il confronto con la stampa e i fan: da una parte un amore viscerale e immediato, soprattutto in Europa, per quella maturità classic rock che i Dream Syndicate evidenziarono nel suono e nelle canzoni di Medicine Show, dall’altra invece una tiepida, almeno in principio, accoglienza, persino una certa diffidenza da parte del pubblico americano, di fronte a una delle tante band indipendenti che avevano compiuto il “sacrilego” salto verso le major. Nel caso dei Dream Syndicate un balzo artistico che cambiò faccia al sound neo-psichedelico e garage rock di derivazione Velvet Underground che emergeva nel loro amato debutto, The Days of Wine and Roses. Mettere una parola conclusiva su un’opera discografica
è sempre un’operazione rischiosa, addirittura indebita da
un certo punto di vista, restando invece il disco originale
la fotografia di un momento irripetibile, giusto o sbagliato
che sia, nella storia spesso burrascosa vissuta da ogni rock’n’roll
band. Medicine Show: I Know What You Like (Deluxe Edition)
prova innanzitutto a risolvere i dubbi dello stesso Steve
Wynn (così come li racconta con dovizia di particolari e senza
sconti nel
suo recente memoir, pubblicato in Italia da Jimenez),
mettendo in fila tutto quello che, secondo la band, mancava
a fare luce, frutto di una lunga disputa con la A&M (gruppo
Universal) per ottenere i master originali e avere il via
libera sull’intera pubblicazione. Ne prendiamo atto partendo
dall’album vero e proprio, rimasterizzato, secondo le parole
di Wynn, “così come lo ricordo quando lo ascoltavo al tempo
durante il mixaggio”. Se lo afferma uno dei protagonisti,
forse il principale, non possiamo certo contraddirlo, nonostante
sconvolgimenti sonori epocali rispetto alle precedenti pubblicazioni
(in particolare quella curata dalla Water nel 2010) non se
ne scorgono.
Assai più importante è ritrovare, ampliato nella sequenza
dei brani, il famoso live denominato This Is Not The
New Dream Syndicate Album... Live!, registrato da
un broadcast radiofonico della WXRT all’Aragon Ballroom di
Chicago, che al tempo la A&M decise di pubblicare a ridosso
dello stesso Medicine Show, a testimonianza del nuovo
assetto della band e della sua crescita in pubblico: entrano
le tastiere di Tom Zvoncheck, lasciano il basso di Kendra
Smith e anche quello di Dave Provost (che aveva partecipato
alle incisioni dell’album di studio) e arriva quello di Mark
Walton, mentre Karl Precoda fa la sua ultima apparizione in
tour con i compagni prima di cerere il posto a Paul Cutler.
Momento di passaggio, di frizioni e incognite, ma anche di
compimento di quella trasformazione verso un rock epico e
con un cuore da America noir che diventerà un marchio delle
successive mosse dei Dream Syndicate (nell’album Ghost
Stories) e dello Steve Wynn solista.
Intitolato The Road To Medicine Show,
il terzo atto della deluxe di Medicine Show si compone
per buona parte di un’esibizione della band nello storico
club newyorchese del CBGBs risalente al 1983. Kendra Smith
ha lasciato il gruppo e Dave Provost l’ha sostituita al basso,
mentre il suono di Medicine Show deve ancora prendere
forma (niente tastiere in questo caso), sancendo il passaggio
dalla neo-psichedelia degli esordi. A New York i Dream Syndicate
sembrano giocare in casa, loro così legati fin dal principio
alle idee sonore della città, discepoli dei Velvet Underground,
sebbene qui la band decida di attaccare con l’immediatezza
di un futuro singolo quale Still Holding On To You.
La chitarra di Precoda è ancora acidissima e anche la successiva
Armed With an Empty Gun viene trascinata dal canto
di Wynn e dalla stessa band in un vortice più magmatico, che
troverà in seguito una precisione marziale. In tal senso il
fervore dello show al CBGBs è sublimato dalla versione stridente
di una futura ballata rock come Burn, per non dire
della solita John Coltrane Stereo Blues, questa volta
trascinata per quindici “letali” minuti di clangore elettrico
e feedback tra le due chitarre di Wynn e Precoda. A chiudere la messe di materiale dal vivo,
di outtakes e prove in sala di incisione arriva il quarto
disco intitolato What Is And What Should Never Be,
il più “rudimentale” per qualità sonora, sebbene ulteriore
testimonianza del collegamento fra le due ere artistiche dei
Dream Syndicate. Quattro le tracce provenienti da un concerto
al Club Zadar di New Hope in Pennsylvanna nel 1983, con il
subentrante Dave Provost al basso. Tralasciando la conclusiva
Bullet With My Name On It, attraggono soprattutto le
precedenti tre cover, che sono un po’ il sintomo della capacità
di ribaltare l’ovvio da parte della band di fronte al suo
stesso pubblico: Suzie Q (Creedence Clearwater Revival),
Evil Ways (Santana) e Don’t Fear the Reaper (Blue
Oyster Cult) non sono certamente le prime canzoni che qualcuno
assocerebbe allo stile e alla storia dei Dream Syndicate,
e invece chiariscono le radici classic rock che da sempre
avevano formato l’educazione musicale di Wynn e compagni,
entrando sotto traccia e in qualche modo anticipando una chiave
di lettura per la stessa sostanza musicale di cui sarà fatto
Medicine Show.
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