Ben curato graficamente, anche con foto che fanno
da sfondo ai testi, l’album South Side è una conferma
che la linfa blues, country e urbano, non ha esaurito quella carica
espressiva e comunicativa che, a partire dai primi Sessanta, ha alimentato
e caratterizzato un ampio spettro musicale, quindi culturale, fra tradizione
e innovazione: il tutto favorito dall’energia rock (in questo caso,
soprattutto “southern”, come suggerisce anche il titolo). Certo, pur
in termini diversi, l’epidemia aveva già prodotto i suoi effetti nel
decennio precedente...
Luca Bettoli (voce), Alessandro Zecchi (chitarre), Emanuele Sicolo (chitarra
elettrica), Michele Cacciari (basso), Marco Galasso (batteria), Davide
Galasso (percussioni), sono i titolari dell’album prodotto in proprio,
insieme a Enrico Cipollini
(dobro, hammond, piano elettrico). Il rinforzo fiatistico è opera della
Big Solidal Band Horns; quello vocale è affidato a un quartetto femminile
(Elisa Terzi, Valentina Carrieri, Martina Donatoni, Simona Lattuga).
La band emiliano-romagnola propone nove brani di ammirabile livello
medio, compositivo e interpretativo: qualità dei testi e capacità comunicativa.
Caratteri che si rilevano dalle prime note del rock-blues
Dark Side of the Street (un titolo che può evocare la The
Dark End of the Street del grande soulman James Carr, ma la strada
è un’altra…): bell’impatto chitarristico e più genericamente ritmico,
dove Bettoli mette in evidenza i propri caratteri espressivi, riconfermandoli
nel corso dell’intero album. Un’impronta stilistica che è riproposta
nel mid-tempo Hey Hey, dal bell’attacco semi-acustico, e nell’eccellente
The Place Where I Belong, dove
sono in evidenza anche dobro, armonica e organo. Down In My Motel
ha quei caratteri boogie-blues che, anche per la sua “urgenza ritmica”,
ricordano il sound degli indimenticati Canned Heat. Una similitudine
rilevabile pure nella corposa, significativa Holy Dreamcatcher:
titolo suggestivo, che “traccia” un viaggio verso casa, affrontato e
segnato da spiritualità in contrasto con le avversità materiali. Un
micro-racconto che lascia segni all’immaginazione: tra i più brillanti
dell’intero album.
Hey Hey – mid-tempo dall’attacco acustico, in cui spiccano
i “tratti intimisti” di Bettoli -, è uno dei più poetici passaggi, rivolto
alle relazioni interpersonali, pur di stampo amarognolo (“lui e lei”
e la “costruzione di un’addio”…). Poi i Front Hump Camels si
dichiarano Ready for Saturday Night (“...me and my band playin’
till the sun don’t shine…), chiudendo in bellezza con South
Side: ancora un solido mid-tempo, con chitarra e armonica
in evidenza, e il canto di Bettoli in stile preacher.
Sostanzialmente il disco è una tonificante immersione nel blues-rock
(rock-blues, se suona meglio) di stampo cantautorale, con elementi rilevati
dalle varie alchimie che contribuiscono alla comunicativa e alla solidità
artistica della proposta.