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The Deslondes
Ways & Means
[New West 2022]

Sulla rete: coffisbrothers.com

File Under: good friends' music


di Domenico Grio (06/08/2022)

Nasce all’insegna della rinascita questo nuovo lavoro dei Deslondes. Sono loro stessi ad annunciare, con grande enfasi, di essere usciti da un periodo di crisi e lo fanno lasciandosi alle spalle un passato evidentemente controverso ed esaltando la loro indissolubile unione, basata su valori importanti che vanno ben oltre l’aspetto prettamente professionale. Per Dan Cutler, Sam Doores, Riley Downing, Cameron Snyder e John James Tourville, infatti, la band fa parte delle loro vite e il loro legame somiglia più ad una fratellanza che ad un semplice rapporto di amicizia. "Per noi, questa è una famiglia", precisa John James e Sam aggiunge: “ne abbiamo passate così tante insieme che non credo sia possibile per nessuno di noi vivere un’esperienza simile con un altro gruppo di persone”.

Insomma, Way & Means, terzo album in nove anni di vita sempre per la New West, dovrebbe essere il nuovo punto di partenza di questo super affiatato quintetto di New Orleans. Ed effettivamente si percepisce subito un differente approccio rispetto alle precedenti prove discografiche e una virata abbastanza decisa verso un folk-rock dall’anima piuttosto esile anche se, ad essere sinceri, non siamo proprio certi che questa “nuova pelle” ci piaccia più del vecchio ruvido vestito. Del resto, parecchi critici musicali si erano affrettati a tessere le lodi di un gruppo che nel 2017, anno di Hurry Home, seguito dell’ottimo omonimo debutto, aveva trovato un personalissimo suono, quello che aveva fatto sì che venisse incluso tra i migliori dischi di Uncut e che, secondo la rivista Rolling Stone, “si basava, versante country, su un mix grintoso e sudicio del primo rock’n’roll e del R&B lo-fi”. C’era, è vero, la voglia e la necessità di lasciare da parte ogni tipo di complicazione, anche a livello musicale e quindi il bisogno di rendere questo ulteriore capitolo della storia dei Deslondes più diretto e più leggero possibile.

Non c’era però, a nostro modesto avviso, l’obbligo di virare in maniera così decisa verso un pop campagnolo abbastanza scolastico, sia pure misurato ed elegante. Tra Dylan e i Beatles, con qualche accenno southern, il disco, al netto di infiocchettature sonore, scivola piacevolmente svolgendo belle trame melodiche ma non riesce mai a spiccare il volo. Ci sono isolati episodi, tipo South Dakota Wild One e Home Again che riportano la band al concetto di Americana espresso nei precedenti lavori ma Good to Go, brano d’apertura, come già accennato, ci dice chiaramente dove Sam, Riley e soci intendono collocarsi adesso. Nel complesso l’album non si concede strappi e mutamenti d’umore. Nessun effetto speciale, qualche nobile tentativo, messo a punto, con fortune alterne, da Andrija Tokic, di osare qualcosa in sede di produzione (Standing Still), l’idea di fondere classico e moderno (Wild Eden e Dune) ma pochi spunti davvero di rilievo.

“È stato probabilmente l'album più semplice che abbiamo mai realizzato” e non abbiamo difficoltà a crederlo ed è certamente, ci permettiamo di aggiungere, il disco meno ambizioso dei Deslondes. Va bene l’aver ripreso il discorso bruscamente interrotto, va bene l’affetto che lega tutti i componenti della band, va bene la voglia e la gioia di ritornare a fare musica assieme però tutto ciò, per la caratura dei musicisti e, comunque, al di là dei generi e degli stili, merita adeguati stimoli e un minimo di ricerca e confronto costruttivo, lungo un percorso che, in linea di massima, è tanto più affascinante, quanto meno lineare si presenta.


    


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