Nasce all’insegna della rinascita questo nuovo lavoro
dei Deslondes. Sono loro stessi ad annunciare, con grande enfasi,
di essere usciti da un periodo di crisi e lo fanno lasciandosi alle spalle
un passato evidentemente controverso ed esaltando la loro indissolubile
unione, basata su valori importanti che vanno ben oltre l’aspetto prettamente
professionale. Per Dan Cutler, Sam Doores, Riley Downing, Cameron Snyder
e John James Tourville, infatti, la band fa parte delle loro vite e il
loro legame somiglia più ad una fratellanza che ad un semplice rapporto
di amicizia. "Per noi, questa è una famiglia", precisa John James e Sam
aggiunge: “ne abbiamo passate così tante insieme che non credo sia possibile
per nessuno di noi vivere un’esperienza simile con un altro gruppo di
persone”.
Insomma, Way & Means, terzo album in nove anni di vita sempre
per la New West, dovrebbe essere il nuovo punto di partenza di questo
super affiatato quintetto di New Orleans. Ed effettivamente si percepisce
subito un differente approccio rispetto alle precedenti prove discografiche
e una virata abbastanza decisa verso un folk-rock dall’anima piuttosto
esile anche se, ad essere sinceri, non siamo proprio certi che questa
“nuova pelle” ci piaccia più del vecchio ruvido vestito. Del resto, parecchi
critici musicali si erano affrettati a tessere le lodi di un gruppo che
nel 2017, anno di Hurry
Home, seguito dell’ottimo omonimo debutto, aveva trovato un
personalissimo suono, quello che aveva fatto sì che venisse incluso tra
i migliori dischi di Uncut e che, secondo la rivista Rolling Stone, “si
basava, versante country, su un mix grintoso e sudicio del primo rock’n’roll
e del R&B lo-fi”. C’era, è vero, la voglia e la necessità di lasciare
da parte ogni tipo di complicazione, anche a livello musicale e quindi
il bisogno di rendere questo ulteriore capitolo della storia dei Deslondes
più diretto e più leggero possibile.
Non c’era però, a nostro modesto avviso, l’obbligo di virare in maniera
così decisa verso un pop campagnolo abbastanza scolastico, sia pure misurato
ed elegante. Tra Dylan e i Beatles, con qualche accenno southern, il disco,
al netto di infiocchettature sonore, scivola piacevolmente svolgendo belle
trame melodiche ma non riesce mai a spiccare il volo. Ci sono isolati
episodi, tipo South Dakota Wild One e
Home Again che riportano la band
al concetto di Americana espresso nei precedenti lavori ma Good to
Go, brano d’apertura, come già accennato, ci dice chiaramente dove
Sam, Riley e soci intendono collocarsi adesso. Nel complesso l’album non
si concede strappi e mutamenti d’umore. Nessun effetto speciale, qualche
nobile tentativo, messo a punto, con fortune alterne, da Andrija Tokic,
di osare qualcosa in sede di produzione (Standing Still), l’idea
di fondere classico e moderno (Wild Eden e Dune) ma pochi
spunti davvero di rilievo.
“È stato probabilmente l'album più semplice che abbiamo mai realizzato”
e non abbiamo difficoltà a crederlo ed è certamente, ci permettiamo di
aggiungere, il disco meno ambizioso dei Deslondes. Va bene l’aver ripreso
il discorso bruscamente interrotto, va bene l’affetto che lega tutti i
componenti della band, va bene la voglia e la gioia di ritornare a fare
musica assieme però tutto ciò, per la caratura dei musicisti e, comunque,
al di là dei generi e degli stili, merita adeguati stimoli e un minimo
di ricerca e confronto costruttivo, lungo un percorso che, in linea di
massima, è tanto più affascinante, quanto meno lineare si presenta.