Scozzese di Glasgow, Michael McGovern aveva
debuttato nel 2021 con un disco che, nonostante fosse figlio del lockdown,
inciso ‘a casa’ con l’aiuto in veste di produttore del chitarrista Bill
Shanley, aveva ricevuto ottimi riscontri sia tra gli addetti ai lavori,
sia tra i colleghi musicisti. Grande eco aveva avuto alla BBC Scotland
grazie a Ian Anderson, che lo aveva nominato tra i migliori dischi usciti
in quel periodo e parole gratificanti erano state anche quelle dell’irlandese
Paul Brady, che ne aveva sottolineato le qualità espressive e liriche.
Ora a distanza di quattro anni Michael McGovern propone un lavoro che
è un deciso passo in avanti in fatto di arrangiamenti, con il coinvolgimento
di una buona serie di musicisti che contribuiscono a creare un suono dalle
tonalità più ariose seppur in un ambito in cui non si eccede troppo e
si mantiene quel mood prettamente acustico, con la felice produzione
che vede il fido Bill Shanley affiancato dal tecnico del suono Cal Roden.
Significativo è certamente il brano che apre l’album e ne dà il
titolo, quel Thin White Road che inizia
con gli arpeggi di acustica e ben presto assume la forma di un folk-rock
reso più corposo dal sax di James Steele. Un clichè che vede la tradizione
scozzese fare spesso capolino tra le righe ma che non disdegna collegamenti,
non solo dal punto di vista di liriche introverse ed intime che punteggiano
il disco, con due nomi a cui Michael McGovern viene accostato come Leonard
Cohen e Laura Marling. E’ quindi un folk-rock gustoso e decisamente piacevole,
che potrà fare proseliti tra coloro che hanno apprezzato Waterboys e Mumford
& Sons per restare da questa parte dell’Atlantico.
La maturità e la facilità di scrittura sono gli aspetti che maggiormente
sono da sottolineare, probabilmente facilitate da un forte legame con
la propria terra scozzese e la scelta di privilegiare un luogo di registrazione
come la bellissima isola di Lewis nelle Ebridi anziché un più "comodo"
studio cittadino va proprio in quella direzione. Gli intrecci chitarristici
che vedono il nostro supportato dal produttore Bill Shanley e da Scott
C. Park, entrambi anche al basso, sono la base di un suono su cui vengono
innestati il sax a dare coloriture più rock e il fiddle di Ali Caplin
è inevitabilmente il punto di unione con i riferimenti più tradizionali.
Scorrono con naturalezza quindi i dieci brani che compongono Thin
White Road, con The Harbour a rimarcare legami con il citato
Cohen, la più movimentata I Made A New Friend che potrebbe rimandare
ad alcune cose dei conterranei edimburghesi Proclaimers e le belle melodie
di Ode To Laurie e di The
Death Of Ann Miller che oltretutto si avvalgono di un incrocio
efficace di folk e di rock, portando a considerare l’album un'interessante
prosecuzione nel percorso di affermazione di Michael McGovern all’interno
del panorama roots europeo.