Sono passati ben sei anni da quando ci siamo occupati
per la prima volta di questo duo newyorkese di adozione, esattamente dalla
pubblicazione del loro precedente album, quel Invisible
Forces, loro quarto lavoro in studio (inclusi due EP), che ci aveva
lasciato davvero un ottimo ricordo e che aveva consentito loro di ottenere
finalmente importanti riscontri (primo posto nelle classifiche internazionali
di Folk DJ). Un disco registrato letteralmente in casa, autoprodotto e
autofinanziato grazie soprattutto al contributo decisivo dei loro amici.
Bones of Better Days, ricomincia esattamente da dove ci eravamo
lasciati: Eleanor Kleiner e Elie Brangbour continuano a gestire la loro
vicenda come fossero i membri apicali di una sorta di famiglia allargata.
Ripercorrono gli schemi artigianali che avevano contribuito a rendere
così accattivante il loro antecedente progetto, con la voglia comunque
di tenere un profilo basso, che è sempre un’idea apprezzabile, e coinvolgono
ancor di più i fan, arrivando ad offrire, ad alcuni di loro, la possibilità
di accedere direttamente al processo creativo dell’album, mettendogli
a disposizione, durante un tour di 8 giorni, bozze di testi, video e demo.
Cosa, diciamolo pure, abbastanza inusuale ai nostri tempi. In realtà i
due hanno un’aria vagamente freakettona anche per la loro tendenza ad
esportare con naturalezza e profondità i loro umani sentimenti, affrontando
temi politici e sociali di interesse globale, il tutto a mezzo di un approccio
tra lo svagato e lo spirituale che si percepisce sin dalla spiegazione
che Eleanor dà del titolo: “mi è venuto in mente mentre guidavo lungo
una decadente località turistica nelle Catskills che aveva chiaramente
visto dei giorni migliori”.
Ed è cosi che nella title track ci racconta, in chiave ecologista, di
un mondo alla deriva, profetizzandone la fine (“il clima sta diventando
sempre più caldo, tu sai che presto prenderemo il nostro posto con le
ossa dei giorni migliori”). Brano che apre il disco e che è uno splendido
biglietto da visita, una ballad che scorre veloce in uno stile che tira
dentro, mani e piedi, Leonard Cohen ma con sfumature che richiamano anche
i toni brillanti, dal retrogusto scuro, degli Over the Rhine o del Bocephus
King degli esordi. L’intero album si snoda come un mantice, mantiene una
luce calda ed avvolgente che concilia il passo introspettivo delle canzoni
ma poi si espande, si dilata, allineato alle dinamiche di una voce educata
ed espressiva come poche. È musica d’autore, country, folk, soul, è una
bellissima proposta di americana, di tutto ciò che ruota intorno alle
radici, ed è realizzata con acume e con grande classe.
Atlantic City dice che più di un ascolto
i nostri l’hanno dedicato anche ai Cowboy Junkies, così come Find a
Man suggerisce che tra le selezioni del jukebox di casa loro c’era
certamente anche Lyle Lovett, mentre By My Side
rileva che non si sono persi per strada neppure quelli bravi del cantautorato
west coast. Poco da discutere: un lato A (giusto per omaggiare gli amanti
del vinile) veramente scintillante. E potremmo pure chiudere felicemente
qui se non fosse che anche il lato B, seppur un gradino più sotto e maggiormente
“allineato”, viaggia su solidi binari, tra country rutilanti (Born
Again) e walzer malinconici (Nesting Doll), a consolidare un
lavoro che non può passare inosservato. A fronte di un disco così convincente,
un’ultima considerazione però vogliamo concedercela. I Whispering Tree
a ben guardare non s’inventano nulla di strano, hanno la loro formula
che si basa su concetti essenziali, su temi autentici, sulla passione,
sulla tradizione, sulla sensibilità, sull’applicazione, tirano fuori un
disco ogni qual volta hanno qualcosa da dire, vuoi vedere che bello è
semplicemente sinonimo di semplicità e sobrietà?