Nel continuo rigenerarsi del rock’n’roll sulle sue
stesse ceneri, l’emergere in tempi recenti di una certa attitudine “slacker”,
come fu definita una precisa stagione vissuta dal rock indipendente americano
degli anni Novanta, è un dato di fatto che ha trovato la sua manifestazione
migliore in artisti come MJ
Lenderman e Wednesday.
Inevitabile che siano sorti diversi paragoni con questi ultimi parlando
della figura di Greg Freeman, che ne condivide in parte l’attitudine
sghemba e in parte il suono “indie” impolverato di country rock provinciale,
sebbene il chitarrista e autore del Vermont abbia una sua identità, più
sfuggente e persino catalogabile come pop, se di quest’ultimo si ha un’idea
fuori sincrono.
La riprova è stampata a caratteri cubitali su questo Burnover,
secondo album che aggiusta il tiro e definisce meglio i contorni sonori
di ciò che già il precedente esordio I Looked Out aveva mostrato,
diventando un piccolo successo indipendente tale da portarlo alla ristampa
su Transgressive records, la stessa etichetta che oggi concede carta bianca
a Greg Freeman per l’atteso seguito. Cosparso di una lunga lista di partecipanti,
inciso fra Los Angeles e le mura casalinghe di Burlington, Vermont, luogo
di adozione di Freeman, che fino a diciott’anni ha vissuto nel Maryland,
Burnover infila dieci litanie dall’America più insabbiata e malinconica,
dove storie di perdita, violenza, ricordi autobiografici di uno sradicamento
dalla propria terra e rivelazioni improvvise sulla propria condizione
esistenziale trovano espressione in una musica deragliante eppure controllata,
così come scolpita nell’uno due iniziale di Point
and Shoot e Salesman, lì dove i Pavement incontrano
la campagna del Vermont e del vicino stato di New York (a cui si ispira
il titolo stesso dell’album, storpiando la cosiddetta zona del Burned-over
district).
La voce stridula e sempre sull’orlo del collasso di Freeman è l’elemento
che amplifica l’affascinante instabilità della sua musica: può far vacillare,
ma si rivela in fondo la più adatta al racconto sonoro che la band costruisce
intorno ai suoi lamenti, con effluvi di pedal steel (Ben Rodgers) e piano
(Sam Atallah) e sberle di sax (Cam Gilmour) che ne arrichiscono l’ordito.
Quando l’energia irrompe sulla scena, i tratti sono quelli stridenti dell’indie
rock, nel sobbalzare aggressivo di Gulch o Neil Young-dipendente
in Gone (Can Mean a Lot of Things), più svagato e proteso a jammare
in studio con piano, fiati e chitarre cacofoniche in Rome, New
York e Curtain, quando invece prende il sopravvento la visione
da America desolata, allora spunta il vagabondare altenative country di
Gallic Shrug, talmente “classica” che potrebbe uscire dal primo
album dei Wilco, A.M., e della stessa Burnover,
gemma che ha l’impronta di un Jason Molina apocrifo.
Nel finale Burnover tende piacevolmente a sfaldarsi con
interferenze e introspezione, non a caso evocando anche il compianto Mark
Linknous (Sparklehorse), come qualcuno ha fatto giustamente notare, una
volta trascinati per nove lunghi minuti nel vortice depressivo per piano
e rumorismo di Wolf Pine. È l'essenza stessa di quel "modesto"
mondo rock indipendente che continua a popolare l'altra faccia dell'America
più brutale.