[Home]
 
 
Acquista (#pubblicità)
Condividi
     
 

Greg Freeman
Burnover
[Transgressive 2025]

Sulla rete: gregfreeman1.bandcamp.com

File Under: heartland slacker country-rock


di Fabio Cerbone (02/10/2025)

Nel continuo rigenerarsi del rock’n’roll sulle sue stesse ceneri, l’emergere in tempi recenti di una certa attitudine “slacker”, come fu definita una precisa stagione vissuta dal rock indipendente americano degli anni Novanta, è un dato di fatto che ha trovato la sua manifestazione migliore in artisti come MJ Lenderman e Wednesday. Inevitabile che siano sorti diversi paragoni con questi ultimi parlando della figura di Greg Freeman, che ne condivide in parte l’attitudine sghemba e in parte il suono “indie” impolverato di country rock provinciale, sebbene il chitarrista e autore del Vermont abbia una sua identità, più sfuggente e persino catalogabile come pop, se di quest’ultimo si ha un’idea fuori sincrono.

La riprova è stampata a caratteri cubitali su questo Burnover, secondo album che aggiusta il tiro e definisce meglio i contorni sonori di ciò che già il precedente esordio I Looked Out aveva mostrato, diventando un piccolo successo indipendente tale da portarlo alla ristampa su Transgressive records, la stessa etichetta che oggi concede carta bianca a Greg Freeman per l’atteso seguito. Cosparso di una lunga lista di partecipanti, inciso fra Los Angeles e le mura casalinghe di Burlington, Vermont, luogo di adozione di Freeman, che fino a diciott’anni ha vissuto nel Maryland, Burnover infila dieci litanie dall’America più insabbiata e malinconica, dove storie di perdita, violenza, ricordi autobiografici di uno sradicamento dalla propria terra e rivelazioni improvvise sulla propria condizione esistenziale trovano espressione in una musica deragliante eppure controllata, così come scolpita nell’uno due iniziale di Point and Shoot e Salesman, lì dove i Pavement incontrano la campagna del Vermont e del vicino stato di New York (a cui si ispira il titolo stesso dell’album, storpiando la cosiddetta zona del Burned-over district).

La voce stridula e sempre sull’orlo del collasso di Freeman è l’elemento che amplifica l’affascinante instabilità della sua musica: può far vacillare, ma si rivela in fondo la più adatta al racconto sonoro che la band costruisce intorno ai suoi lamenti, con effluvi di pedal steel (Ben Rodgers) e piano (Sam Atallah) e sberle di sax (Cam Gilmour) che ne arrichiscono l’ordito. Quando l’energia irrompe sulla scena, i tratti sono quelli stridenti dell’indie rock, nel sobbalzare aggressivo di Gulch o Neil Young-dipendente in Gone (Can Mean a Lot of Things), più svagato e proteso a jammare in studio con piano, fiati e chitarre cacofoniche in Rome, New York e Curtain, quando invece prende il sopravvento la visione da America desolata, allora spunta il vagabondare altenative country di Gallic Shrug, talmente “classica” che potrebbe uscire dal primo album dei Wilco, A.M., e della stessa Burnover, gemma che ha l’impronta di un Jason Molina apocrifo.

Nel finale Burnover tende piacevolmente a sfaldarsi con interferenze e introspezione, non a caso evocando anche il compianto Mark Linknous (Sparklehorse), come qualcuno ha fatto giustamente notare, una volta trascinati per nove lunghi minuti nel vortice depressivo per piano e rumorismo di Wolf Pine. È l'essenza stessa di quel "modesto" mondo rock indipendente che continua a popolare l'altra faccia dell'America più brutale.



<Credits>